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poesie
estive:
Sull’instabile tolda
Le franavano addosso i
giorni –
onde lunghe, dilatate –
il tempo era colla, apatia
demente
ma traccianti fulminei di
luce
sopra il Carso fumoso di
minacce
unirono terra e cielo,
una scopa d’argento
screziò il mare
a secchiate di liquido
capriccio
e lei, sull’instabile
tolda, il vento
assaporava con furia felice
…
nient’altro che un
ricordo, ora
col limoncello e i piccoli
pesci:
mentre la pelle si desquama,
nevrosi
corrono dalle dita al palo
giallo dell’autobus, le
sue ore
sono assurde e casuali come
blog.

Il
mare, dall’alto
il mare, dall’alto
trema d’ombre e di
squame
si slarga in luminosa
curvatura
con pieghe vive di
velluto
grigio metallizzato
io sono qui, seduta
passo per Opicina dentro
un treno:
alla mia destra, acacie e
sterpi
file di camion dalla
Turchia
invisibili, oscure
risonanze
sprofondate nel Carso
dentro rocce, doline
innominabili memorie
fili spinati sotto il
passo dell’istrice
dietro, c’è una
Trieste arrampicata
strana città
controvento, luogo
di mezzo…adatto
ai mimetismi del cuore!
Come
cucchiaio nel gelato
I capelli le guizzano, la
punta
della lingua s’infila
dentro il cono…
e gli insetti scintillano
su piastre
liquefatte d’ardesia,
la laguna
ci sostiene, ci dondola
–
nel viaggio lento siamo
bimbi salati, mani
appiccicose
palpebre strette sotto il
sole basso…
come cucchiaio nel gelato
l’aria
scava la verdeggiante
lunga scia…
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Poesie
invernali:
Muro
di pietra
Muro di
vecchia pietra color fumo
nasconde
un caldo desiderio
di
paiolo pesante, e di polenta.
Muro a
secco, sul fiume Rimonta:
bianca
sferza di neve all’orizzonte –
qui, un
odore di gelido fango.
Non è
tempo di crochi e di narcisi
a
sinistra del Piave – legno e muschio
nel
buio delle chiese, morsi
di gelo
sugli sterpi.
Nella
mia mente minimi crolli,
incrostazioni
del tempo scaduto.
Non
affiora paura o desiderio.
In
estate, profuma d’erba viva
la
valle, la pelle dell’acero
è
chiara, nidifica l’airone
cinerino…
Violini
d’inverno
I violini d’inverno, nel candore
trasognato di favole barocche,
spezzano il ghiaccio
incrinano il profumo
scivoloso del freddo, lentamente.
Sento gli archi, in folate turbinose:
ostinate ritornano, nell’eco
rarefatta e profonda, fra le nebbie…
…e, fioccando cristalli sulla scia
noi potremmo raggiungere un altrove –
fiato caldo, trafori di lavanda,
rame e fuochi in interni di carezze –
mentre i flauti si sciolgono nel ghiaccio
luminoso, variabile…la scia
circonclusa s’imprime della slitta.
musica
in poesia
Messa
gospel
sono sabbia stordita che rimpiange
un respiro senz’ombra e senza sponda
dissonante raucedine
impotenza
nella marea corale in diffusione
esplosiva
nell’ombra della
chiesa
affollata d’incerte dissolvenze
nera polifonia ruggine calda
brucia interstizi
dissolve le scorie
le persone che ondeggiano, le voci
senza tregua crescenti
all’infinito
in sfarfallio di mani rulla e vibra
fino all’ultimo strappo
ed al silenzio
Clavicembalo
Niente di personale
nell’accendersi
di note urgenti – elettrico cozzare
di biglie in rovesciato scivolìo…
scorrono astrali, in onde
sovrapposte,
le crome pizzicate, come
argento
e metallo da brivido: il
clavicembalo
dal passato si espande in timbro alieno,
è figura sottile che respinge
le mie viscere urlanti, prefigura
nero ghiaccio virtuale – risonanze
disumanate, in segno
binario…
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Poesie un po'
malinconiche
Come
mi sento
Come mi sento oscura nel
mattino
e pesante nell’aria…
gonfio di luce, il blu
dentro i canali –
cerchi, spirali e molle
di colori
scombinati e squillanti
–
picchiano i tacchi aguzzi
sulle strade
si scompongono i muri
come scorze
sollevate da muffe,
nebbia e sale
la mia voce è calante
tra ventate
come mi sento opaca nel
chiarore
Foglia
tra foglie
Foglia tra foglie, sfioro
l’accartocciarsi
morbido di lame
prossime a trasparenza
– superfici
plurime, un brivido le
trascorre appena –
ed è sfatto giaciglio
cedevole…più non
sussurra,
precario groviglio
sottile,
la trama che mi ricopre
–
grumi d’ombra sospesi
nella luce del freddo
inverno…
Compatterà la pioggia,
con nera
fanghiglia, le nostre
vene – sparsa
trasmutazione di molecole
vegetali…
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Livello
zero
All’improvviso, appare
naturale
l’ammassarsi di foglie,
nel precoce
soffocare del giorno.
A sgrovigliare la mente
basta
uno sguardo sfocato
l’ultimo cigolio
solitario
d’invisibile uccello
penetrando con attenzione
i rami
sfolgorati nella penombra
tesa
oltre il silenzio vedremo
la luce
come un elastico tremante
assottigliarsi a livello
zero
Polveri
salate
Pietra nel sole di
novembre,
anatra goffa che
t’insegue
in pozze di confusa
atarassia…
tu sei gomena e gancio,
indecifrato
graffito, in diffusione
sopra vene
di quarzo cavo e
scintillante asbesto…
nell’assaggio di
polveri salate
svista io mi sento,
grinza recidiva
vicino al polso della tua
camicia…
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Un po' scherzose:
Parole dal sonno
Sussurrava nel buio la casa
segmenti di legno, dolenti
giunture
l’orologio era metallo
deciso ma
muto per il mio sonno –
non avvertivo il mormorio
del frigorifero,
lamentazioni di cose
affaccendarsi di formiche
nel muro
l’arco stellare sulle
reni di Nut
a dismisura nel cosmo
slanciate –
nuotavo in un altro mondo…
ed ammiccò due zeri la mia
sveglia
rossofuoco nel centro della
notte:
dal sonno si sfilarono
parole
imprendibili, sbalorditive,
assenti…
le parole:
Delfini
La mia penna, delfino dei
silenzi
schiva il frastorno delle
voci, gioca
con le schiume di ceruli
ultrasuoni
non penetrarmi le ossa,
luna
già mi sondano lamine e
m’intrude
un’urgenza versatile di
morte
sotto l’onnipotenza del
tuo sguardo
la colonna ad imbuto si
sprofonda
nell’ottanio del lago
– su quei rami
il mio cuore di cera è
arrampicato
e tu, amore, non
sciogliermi l’anima
nella conca incrinata,
placenta
di sogni
insofferenti…delfini
le mie parole, io vivo
come larva
irresoluta, fragile
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Amore
Ciò che tu chiami Amore
–
meccanismo di precisione,
diesis
a labbra calde, preghiera
di Giobbe
per i cuccioli tiepido
marsupio –
qualcuno lo pensa luogo
d’intersezione
tra gusci e croste di
solitudine
prepotenza che schiaccia
pressa d’orgoglio e pugno
a secchiate di sangue lo
dipinge
non sa che basta un filo
di pennello, una mano
attenta
per sbozzare la luce
liquefatta
la fragile forza di
mutazione
che tu chiami Amore…ma io
preferisco adombrare questo
nome.

Il
castello di Rilke
Sparisco come taccola nel
muro
poi mi slancio, planando,
sopra il mare:
le correnti in reticolo
sorvolo
carezzate dal vento, in
controfilo
di smeraldo, cangiante in
blu cobalto…
precipizi, falesie, aromi
fitti
i cipressi che sforano
boscaglie…
Sul balcone di Rilke
obliqui voli,
tra i gabbiani del tempo
mi stordisco
di felice salsedine, un
po’ amara.
Il
sapore del the
Il sapore del the nel tuo
mattino
mi sgroviglia i pensieri,
aggancia
sagge lanterne negli
angoli bui
scrosterei desideri
rattrappiti
con aromi sottili
d’erbe e di menta, se
solo potessi
mentre scorrono note di
sudore
ti si mozza il respiro,
arretra
la tua furia: restiamo
lenti in tranquillità
rifluisce la vita quando
vuole
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Dopo la grandine
La morte in garza di
fantasma
vapora sul paese
nel silenzio dopo la
grandine
alza nel buio fili come
braccia
luminescenti sulle case –
prati di fango, foglie
sgangherate
copre di bianche ragnatele
e lenzuola di nebbia nella
notte
stese su ortiche dense
su fienili crollati, travi
marce
case disabitate
la morte in forma di
fantasma
vapora nel silenzio del
paese
Luminescenza
Non ha paura delle foglie
–
disequilibrio e impaccio
ai nostri passi –
l’ippocastano:
trasmutare le lascia
sul terreno ondulato da
radici
forti e decise –
fermati per guardarlo
madre, non inciampare: ha
tronco calmo
alza le trasparenti
opacità
delle foglie residue
contro il cielo,
che non è il cielo di
oggi soltanto
è luce incrociata –
preme
l’espansione dei rami,
diffusa
a nascondere il mare…
dissolverà la sera ogni
colore –
l’albero, nero e denso
nel barlume di luce
sprofondata,
ci attirerà nel suo
profilo:
lì, nella curva pura
vibreranno
incidenti del tempo
rimescolati
e sfiniti in un canto
silenzioso…
nuoteranno i pensieri
come
in un fluido d’aria
e tutto sarà vivo tutto
in un respiro
dai nostri cuori
all’ultima
luminescenza oltre le
foglie
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Un altro suono
(dedicata
ad un virtuoso della fisarmonica)
Un altro suono attinge
la tua anima
dai luoghi opachi, di
periferia…
negli angoli di muro,
raggrumati
di trasversali assenze
nel tempo,
nei cortili dal fiato
obliquo
dove giacciono sedie
spagliate,
stecche d’ombrello e
piovono
cinguettii di bambini,
verbi osceni…
la tua anima luccica
nel buio
e sospinge e
scandaglia urlati
ritmi, in sequenze
musicali
dense di bachelite e
madreperla –
e raggiungi la scia
della sirena
coi suoi occhi
stellari, persa
nella sinuosa, cosmica
placenta…
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Facile
difficile
Mettere in fila i gesti
soldatini di piombo nel
quotidiano
non è difficile, sai
pulire rucola, scorticare
mele
limare un verso,
un’unghia spezzata
accarezzare una pietra
solleticare il mento
di un bambino appena
spuntato
comprare una pianticella
d’erica resistente
dire di un uomo
“è morto come un re”
sentire quel suono
d’organo
facile difficile, chi lo
sa…
Il bambino di
vetro
Inghiottito da un
pavimento
liscio come il mio cuore
ottuso,
non lo vedrò mai più
–
invisibile ninnolo e
rimorso –
il bambino di vetro…
come infanzia rimossa tu
sei stato
luce rasa su polvere il
ventaglio
rovistava sul marmo,
inutilmente
la memoria del culto,
occlusa
scivola sui miei giorni
una rovesciata
affinità – stessa
pelle, altre parole
sortilegio per l’ansia,
ma tu
aria nell’aria sei
tornato,
oltre i rami pensiero
trasparente…
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Rupofobia
Vita parcellizzata e vite
intere
animali minuscoli,
vibranti
e inerzia di molecole non
viste…
da ciò ch’è vivo la
sporcizia emana
con un orlo di morte
intorno ai polsi
mi detergo la mente con i
versi
e respiro atmosfera, luce
e germi
la ciniglia tagliata al
viso schiaccio…
con la vita la morte si
respira
le mie mani, ferita in
pieno inverno
microscopiche vite nella
spugna
un drenaggio di versi,
linda, filtra
la memoria
lontana…eppure ignoro
da che cosa mi voglio
separata.
Ma, con gli
endecasillabi, mi lavo.
Vivere
dietro i gesti
Vivere dietro i gesti
raggrumati
e percorsi
obbliganti…se il mattino
detergere mi comanda
aspirare i velami delle
cose –
un nocciolo ritroso,
dentro, cova:
ronzano sciami di parole
incedo tra coltelli,
stracci e penne
schiava e regina insieme
di me stessa e
d’altrui, tenendo in pugno
il potere del mouse –
con qualche errore
forse…ogni giorno,
all’una in punto
porto in tavola un piatto
colmo di endecasillabi, e
terzine
di pastasciutta al
pomodoro.
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Parole
bambine
Mangiano la tristezza
della sera…
sono parole bambine,
hanno le orecchie grandi
tra capelli
spioventi, occhi a punta
di spillo
litigano tra di loro,
succhiano sillabe
sputano punti di domanda
io gli appiccico sopra
post-it di ritmici
richiami
personali, costruisco per
loro
gabbiette azzurre di
metallo
simili a filigrana
mediterranea
si prendono per mano
corrono via ridendo
nascondono l’osso dei
segreti
nel giardino
dell’incertezza
in fin dei conti, mi
prendono in giro
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