le mie poesie scritte nel 2005

(solamente alcune...)

 

 poesie estive  

poesie invernali

un po' scherzose

musica in poesia 

poesie un po' maliconiche    

le parole                   

 

  poesie estive:

  
  Sull’instabile tolda
 
 
Le franavano addosso i giorni –
onde lunghe, dilatate –
il tempo era colla, apatia demente
 
ma traccianti fulminei di luce
sopra il Carso fumoso di minacce
unirono terra e cielo,
una scopa d’argento screziò il mare
a secchiate di liquido capriccio
e lei, sull’instabile tolda, il vento
assaporava con furia felice …
 
nient’altro che un ricordo, ora
col limoncello e i piccoli pesci:
mentre la pelle si desquama, nevrosi
corrono dalle dita al palo
giallo dell’autobus, le sue ore
sono assurde e casuali come blog.
 

                        

 

   Il mare, dall’alto
 
 
il mare, dall’alto
trema d’ombre e di squame
si slarga in luminosa curvatura
con pieghe vive di velluto
grigio metallizzato
 
io sono qui, seduta
passo per Opicina dentro un treno:
alla mia destra, acacie e sterpi
file di camion dalla Turchia
invisibili, oscure risonanze
sprofondate nel Carso
dentro rocce, doline
innominabili memorie
fili spinati sotto il passo dell’istrice
 
dietro, c’è una Trieste arrampicata
strana città controvento, luogo
di mezzo…adatto
ai mimetismi del cuore!

 

                       
 

     Come cucchiaio nel gelato

 
 
I capelli le guizzano, la punta
della lingua s’infila dentro il cono…
e gli insetti scintillano su piastre
liquefatte d’ardesia, la laguna
ci sostiene, ci dondola –
nel viaggio lento siamo
bimbi salati, mani appiccicose
palpebre strette sotto il sole basso…
come cucchiaio nel gelato l’aria
scava la verdeggiante lunga scia…
 
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 Poesie invernali:

 
 

   Muro di pietra

  

Muro di vecchia pietra color fumo
nasconde un caldo desiderio
di paiolo pesante, e di polenta.
Muro a secco, sul fiume Rimonta:
bianca sferza di neve all’orizzonte –
qui, un odore di gelido fango.
Non è tempo di crochi e di narcisi
a sinistra del Piave – legno e muschio
nel buio delle chiese, morsi
di gelo sugli sterpi.
 
Nella mia mente  minimi crolli,
incrostazioni del tempo scaduto.
Non affiora paura o desiderio.
In estate, profuma d’erba viva
la valle, la pelle dell’acero
è chiara, nidifica l’airone
cinerino… 
 
 
  Violini d’inverno
 
 
I violini d’inverno, nel candore
trasognato di favole barocche,
spezzano il ghiaccio
incrinano il profumo
scivoloso del freddo, lentamente.
 
Sento gli archi, in folate turbinose:
ostinate ritornano, nell’eco
rarefatta e profonda, fra le nebbie…
 
…e, fioccando cristalli sulla scia
noi potremmo raggiungere un altrove –
fiato caldo, trafori di lavanda,
rame e fuochi in interni di carezze –
mentre i flauti si sciolgono nel ghiaccio
luminoso, variabile…la scia
circonclusa s’imprime della slitta.
 
 
 
  musica in poesia
 
 
Messa gospel
 
 
sono sabbia stordita che rimpiange
un respiro senz’ombra e senza sponda
dissonante raucedine
                                 impotenza
nella marea corale in diffusione
esplosiva
             nell’ombra della chiesa
affollata d’incerte dissolvenze
nera polifonia ruggine calda
    brucia interstizi dissolve le scorie
le persone che ondeggiano, le voci
    senza tregua crescenti
                                    all’infinito
in sfarfallio di mani rulla e vibra
fino all’ultimo strappo
                                   ed al silenzio

 

             

 Clavicembalo

Niente di personale nell’accendersi
di note urgenti – elettrico cozzare
di biglie in rovesciato scivolìo…
scorrono astrali, in onde sovrapposte,
le crome pizzicate, come argento
e metallo da brivido: il clavicembalo
dal passato si espande in timbro alieno,
è figura sottile che respinge
le mie viscere urlanti, prefigura
nero ghiaccio virtuale – risonanze
disumanate, in segno binario… 
 
  
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Poesie un po' malinconiche
 
 
  Come mi sento
 
Come mi sento oscura nel mattino
e pesante nell’aria…
gonfio di luce, il blu dentro i canali –
cerchi, spirali e molle di colori
scombinati e squillanti –
picchiano i tacchi aguzzi sulle strade
si scompongono i muri come scorze
sollevate da muffe, nebbia e sale
la mia voce è calante tra ventate
come mi sento opaca nel chiarore
 

  

 
   Foglia tra foglie
 
 
Foglia tra foglie, sfioro
l’accartocciarsi morbido di lame
prossime a trasparenza – superfici
plurime, un brivido le trascorre appena –
ed è sfatto giaciglio
cedevole…più non sussurra,
precario groviglio sottile,
la trama che mi ricopre –
grumi d’ombra sospesi
nella luce del freddo inverno…
 
Compatterà la pioggia, con nera
fanghiglia, le nostre vene – sparsa
trasmutazione di molecole
vegetali…

 

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    Livello zero

 
 
All’improvviso, appare naturale
l’ammassarsi di foglie, nel precoce
soffocare del giorno.
A sgrovigliare la mente basta
uno sguardo sfocato
l’ultimo cigolio solitario
d’invisibile uccello
 
penetrando con attenzione i rami
sfolgorati nella penombra tesa
oltre il silenzio vedremo la luce
come un elastico tremante
assottigliarsi a livello zero

 

 

   

    Polveri salate
 
 
Pietra nel sole di novembre,
anatra goffa che t’insegue
in pozze di confusa atarassia…
tu sei gomena e gancio, indecifrato
graffito, in diffusione sopra vene
di quarzo cavo e scintillante asbesto…
nell’assaggio di polveri salate
svista io mi sento, grinza recidiva
vicino al polso della tua camicia…
 

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    Un po' scherzose:

              

Parole dal sonno
 
 
Sussurrava nel buio la casa
segmenti di legno, dolenti giunture
l’orologio era metallo deciso ma
muto per il mio sonno –
non avvertivo il mormorio
del frigorifero, lamentazioni di cose
affaccendarsi di formiche nel muro
l’arco stellare sulle reni di Nut
a dismisura nel cosmo slanciate
nuotavo in un altro mondo…
 
ed ammiccò due zeri la mia sveglia
rossofuoco nel centro della notte:
dal sonno si sfilarono parole
imprendibili, sbalorditive, assenti…
 
 
 
 
 
 

  le parole:

 

           Delfini

 
 
La mia penna, delfino dei silenzi
schiva il frastorno delle voci, gioca
con le schiume di ceruli ultrasuoni
 
non penetrarmi le ossa, luna
già mi sondano lamine e m’intrude
un’urgenza versatile di morte
 
sotto l’onnipotenza del tuo sguardo
la colonna ad imbuto si sprofonda
nell’ottanio del lago – su quei rami
il mio cuore di cera è arrampicato
 
e tu, amore, non sciogliermi l’anima
nella conca incrinata, placenta
di sogni insofferenti…delfini
le mie parole, io vivo come larva
irresoluta, fragile

 

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Amore
 
 
Ciò che tu chiami Amore –
meccanismo di precisione, diesis
a labbra calde, preghiera di Giobbe
per i cuccioli tiepido marsupio –
qualcuno lo pensa luogo
d’intersezione
tra gusci e croste di solitudine
prepotenza che schiaccia
pressa d’orgoglio e pugno
 
a secchiate di sangue lo dipinge
 
non sa che basta un filo
di pennello, una mano attenta
per sbozzare la luce liquefatta
la fragile forza di mutazione
che tu chiami Amore…ma io
preferisco adombrare questo nome.

 

                  

 

     Il castello di Rilke    
           
 
Sparisco come taccola nel muro
poi mi slancio, planando, sopra il mare:
le correnti in reticolo sorvolo
carezzate dal vento, in controfilo
di smeraldo, cangiante in blu cobalto…
precipizi, falesie, aromi fitti
i cipressi che sforano boscaglie…
 
Sul balcone di Rilke obliqui voli,
tra i gabbiani del tempo mi stordisco
di felice salsedine, un po’ amara.
  
 
 
    Il sapore del the
 
 
Il sapore del the nel tuo mattino
mi sgroviglia i pensieri, aggancia
sagge lanterne negli angoli bui
 
scrosterei desideri rattrappiti
con aromi sottili
d’erbe e di menta, se solo potessi
 
mentre scorrono note di sudore
ti si mozza il respiro, arretra
la tua furia: restiamo
lenti in tranquillità
 
rifluisce la vita quando vuole
 
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   Dopo la grandine
 
 
La morte in garza di fantasma
vapora sul paese
nel silenzio dopo la grandine
alza nel buio fili come braccia
luminescenti sulle case –
prati di fango, foglie sgangherate
copre di bianche ragnatele
 
e lenzuola di nebbia nella notte
stese su ortiche dense
su fienili crollati, travi marce
case disabitate
 
la morte in forma di fantasma
vapora nel silenzio del paese
 
 
     
  Luminescenza
 
 
Non ha paura delle foglie –
disequilibrio e impaccio ai nostri passi –
l’ippocastano: trasmutare le lascia
sul terreno ondulato da radici
forti e decise – fermati per guardarlo
madre, non inciampare: ha tronco calmo
alza le trasparenti  opacità
delle foglie residue contro il cielo,
che non è il cielo di oggi soltanto
è luce incrociata – preme
l’espansione dei rami, diffusa
a nascondere il mare…
 
dissolverà la sera ogni colore –
l’albero, nero e denso
nel barlume di luce sprofondata,
ci attirerà nel suo profilo:
lì, nella curva pura vibreranno
incidenti del tempo rimescolati
e sfiniti in un canto silenzioso…
nuoteranno i pensieri come
in un fluido d’aria
e tutto sarà vivo tutto
                          in un respiro
dai nostri cuori all’ultima
luminescenza oltre le foglie

 

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  Un altro suono
    (dedicata ad un virtuoso della fisarmonica)
 
Un altro suono attinge la tua anima
dai luoghi opachi, di periferia…
negli angoli di muro, raggrumati
di trasversali assenze nel tempo,
nei cortili dal fiato obliquo
dove giacciono sedie spagliate,
stecche d’ombrello e piovono
cinguettii di bambini, verbi osceni…
 
la tua anima luccica nel buio
e sospinge e scandaglia urlati
ritmi, in sequenze musicali
dense di bachelite e madreperla 
e raggiungi la scia della sirena
coi suoi occhi stellari, persa
nella sinuosa, cosmica placenta…
 
 
 
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    folon
 
 
 
 
 Facile difficile
 
Mettere in fila i gesti
soldatini di piombo nel quotidiano
non è difficile, sai
pulire rucola, scorticare mele
limare un verso, un’unghia spezzata
accarezzare una pietra
solleticare il mento
di un bambino appena spuntato
comprare una pianticella
d’erica resistente
dire di un uomo
“è morto come un re”
sentire quel suono d’organo
facile difficile, chi lo sa…
 
 

 

 

  Il bambino di vetro

 
 
Inghiottito da un pavimento
liscio come il mio cuore ottuso,
non lo vedrò mai più –
invisibile ninnolo e rimorso –
il bambino di vetro…
 
come infanzia rimossa tu sei stato
luce rasa su polvere il ventaglio
rovistava sul marmo, inutilmente
la memoria del culto, occlusa
scivola sui miei giorni una rovesciata
affinità – stessa pelle, altre parole
sortilegio per l’ansia, ma tu
aria nell’aria sei tornato,
oltre i rami pensiero trasparente…
 
 
 
 
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    Rupofobia

 
 
Vita parcellizzata e vite intere
animali minuscoli, vibranti
e inerzia di molecole non viste…
da ciò ch’è vivo la sporcizia emana
con un orlo di morte intorno ai polsi
mi detergo la mente con i versi
e respiro atmosfera, luce e germi
la ciniglia tagliata al viso schiaccio…
con la vita la morte si respira
le mie mani, ferita in pieno inverno
microscopiche vite nella spugna
un drenaggio di versi, linda, filtra
la memoria lontana…eppure ignoro
da che cosa mi voglio separata.
Ma, con gli endecasillabi, mi lavo.
 
 
 

    Vivere dietro i gesti

 
Vivere dietro i gesti raggrumati
e percorsi obbliganti…se il mattino
detergere mi comanda
aspirare i velami delle cose –
un nocciolo ritroso, dentro, cova:
ronzano sciami di parole
incedo tra coltelli, stracci e penne
schiava e regina insieme
di me stessa e d’altrui, tenendo in pugno
il potere del mouse – con qualche errore
forse…ogni giorno, all’una in punto
porto in tavola un piatto
colmo di endecasillabi, e terzine
di pastasciutta al pomodoro.

 

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   Parole bambine
 
 
 
Mangiano la tristezza della sera…
sono parole bambine,
hanno le orecchie grandi tra capelli
spioventi, occhi a punta di spillo
litigano tra di loro, succhiano sillabe
sputano punti di domanda 
io gli appiccico sopra
post-it di ritmici richiami
personali, costruisco per loro
gabbiette azzurre di metallo
simili a filigrana mediterranea
si prendono per mano corrono via ridendo
nascondono l’osso dei segreti
nel giardino dell’incertezza
in fin dei conti, mi prendono in giro

 

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