| Anonimo veneziano | ||
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Il
ponte di Kandinskij
In
quella ”Improvvisazione” di Kandinskij, dove una colomba ha forma di
nuvola e le nuvole paiono colombe, nel trionfo dei gialli verdi blu
arancioni, pur se il quadro anticipa già di un niente l’astrattismo,
si possono ancora distinguere alcune forme emblematiche: c’è (forse)
un cavallo bianco rampante, ed emergono con fatica tre o quattro alberi
scuri e sofferenti. Ci dovrebbero essere anche degli angeli rosa, visto
che la tela riesce a comunicare una serenità contenuta, attraverso la
fulgida bellezza del suo caos vagamente ordinato. E
laggiù, nel più profondo dell’opera, che durante una esposizione
potei raggiungere con la vista solo togliendo gli occhiali e
avvicinandomi alla superficie dipinta fin quasi a sfiorarla, colsi anche
un oggetto che non avevo mai notato prima e non potei riesaminare in
seguito, dopo i rimproveri ricevuti dal custode di quella sala e il
frastuono dell’antifurto – messo in azione proprio da me, visitatore
indisciplinato – un oggetto quasi microscopico, di un grigio direi
insignificante, estraneo alla gloria dei colori solari prevalenti nel
quadro; un oggetto sfuggito chissà a quanti fruitori, esperti, critici,
giornalisti, amatori, appassionati: un ponte infinitesimo, dall’arcata
appena suggerita ma inconfondibile, un ponte sorto dal nulla di una
macchia nera, e destinato al nulla del marrone che pare attenderlo
sull’altra sponda. Perché
quel ponte, perché le sue dimensioni modestissime e la strana posizione
che lo rende pressoché invisibile? Che cosa significa? Che cosa vuole
dirci o rappresentare? Kandinskij
– lo sappiamo – è maestro nel dare forma alle non forme,
nell’attribuire sentimenti ai colori e viceversa. E’ la sua
specialità, in fondo; e lo distingue da tutti gli “ismi” –
passati e futuri – del mondo. Ma
qui il problema è diverso: non si tratta di una forma che – per così
dire – ha la forma di una forma. Anzi. Quel ponte inatteso, furtivo,
un punto o poco più, è una forma e basta. Non simboleggia cose
differenti, non aspira ad essere qualcos’altro. E’
un ponte. Leggendo
qua e là, si scopre l’attenzione manifesta del Nostro – lui
orientale – per l’occidente, in particolare per l’impressionismo
francese, che gli fece scoprire la vera vocazione e lo trasformò da
esperto del diritto in un pittore grande, multiforme, eclettico,
divenuto caposcuola quasi prima del dovuto tirocinio, però un maestro
dai pochi allievi e dai pochissimi seguaci. Quel
ponte grigio vuole dunque rappresentare – a suo modo – l’unione
delle due civiltà, il trionfo dell’arte universale? Non lo penso: in
tale accezione l’oggetto sarebbe stato grande, protagonista
dell’opera, acceso nei colori e anche nella forma, adeguato al suo
compito primario: unire accostare collegare, trasformare la terra in un
luogo di fraternità e di pace. Invece
qui il ponte sembra vergognarsi di esistere, affermare umilmente (e
subito smentire) la sua presenza, osservare timido in disparte, piccolo
e immobile, il turbine di forme e di colori, che è – diciamolo – la
suprema essenza dell’opera medesima. Che
ci fa, allora, una sagoma che (almeno in apparenza) non suggerisce
molto, quasi nulla? Perché Kandinskij si è ricordato – forse agli
ultimi ritocchi – di lui, di quel ponte grigio, così dissonante si
direbbe? Ci
ho riflettuto a lungo; ho pensato a ogni ipotesi plausibile, anche alle
più segrete motivazioni dell’artista, ma non sono giunto ad alcuna
conclusione accettabile. E’
una pur sfuggente celebrazione del legame fra la musica e la pittura?
Kandinskij aveva ampiamente svolto l’argomento in un saggio teorico, e
non si vede perché volesse ritornarvi con un richiamo quasi
impercettibile. Un
invito millimetrico all’amore cosmico? Ciò non sembra rientrare nei
parametri caratteriali del maestro. Un
accenno appena suggerito ai tanti viaggi fatti dall’artista? Il quadro
in questione risulta di alcuni decenni anteriore a tali ripetute
esperienze. E
allora? Devo
rassegnarmi: quel ponte c’è, e basta. C’è, e non significa nulla.
C’è, e non rappresenta alcunché. C’è, e Kandinskij l’ha dipinto
(con un pelo soltanto del pennello), anche se poteva non farlo. C’è,
e appare come l’inno al gratuito per eccellenza. C’è,
e comincio a sospettare di essermelo inventato.
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