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L'acqua, il fuoco e le sedie di Gianna
“Apparenza” di Gianna Gusmatti - galleria”Luigi Sturzo”, viale don
Sturzo 21, Mestre-Venezia-12/13 gennaio 2008
“Oggi sfuggire all’influenza della globalizzazione diventa sempre più
difficile.
In uno spazio di “libertà condizionata”, può sembrare anacronistico
aprire un dialogo tra archetipi e simboli, tra realtà e finzione, tra
gli oggetti e la loro anima segreta.
L’Arte è pura simulazione e lo spazio bidimensionale di una tela può
assumere connotati sempre nuovi. Superando il concetto di realtà fisica,
diventa pensiero, riflessione, spiritualità.
Mantenendo le distanze da una retorica aggressiva, attraverso le mie
immagini descrivo la volontà di andare oltre l’apparenza, per arrivare
alla sostanza. Penetrando in profondità emergono gli aspetti unici e
preziosi dell’essere.
Nulla è ciò che appare, ciò che appare è nulla.”
Con queste parole, Gianna Gusmatti presenta la propria mostra dal titolo
significativo: “Apparenza”.
Entro nella lunga e ampia stanza intitolata a Don Sturzo, sede della sua
esposizione; ancora infreddolita dalla nebbia serale di Mestre, vengo
accolta da pareti bianche e da un’invitante serie di quadri colorati
appesi tutto all’intorno. Mentre alcune signore, tra cui - immagino - la
pittrice, conversano fra di loro in un’atmosfera calda e rilassata,
comincio un giro d’esplorazione, e colgo immagini di Venezia inquadrate
dentro stanze metafisiche, prospettive oblique, seggiole vuote a
colloquio, azzurri e rossi smaglianti, grigi e beiges tranquilli ma non
spenti, un’onda che avvolge una sedia, cornici verniciate; intuisco
curiose tecniche miste…
Ecco, ora ho individuato la pittrice. È una signora con i capelli
castani e un sorriso cordiale, che sta staccando un quadro dal muro per
incartarlo; lo consegna ad una sua acquirente, poi si rivolge a me e ci
presentiamo. Il suo aspetto assolutamente “normale” è lontano dallo
stereotipo dell’artista; nella propria presentazione per il concorso
“un fiore di poesia”, dove è entrata nella rosa dei finalisti, si
definisce: “una casalinga di mezza età (bella dentro) con interessi che
spaziano dalla culinaria alla filosofia”. Quando le dico il mio nome, si
mostra felice di poter vedere “in carne ed ossa” una persona conosciuta
in rete: fenomeno anche per me piuttosto raro e stupefacente! Mi torna a
dire che segue con molto interesse Viadellebelledonne; trova
coinvolgenti e mai banali gli argomenti proposti dal blog, come mi aveva
già scritto via mail.
Comincio a chiederle i perché di alcuni soggetti ricorrenti nei suoi
quadri, l’origine di queste predilezioni. Ma, prima di tutto, poiché non
mi è sfuggita la connotazione ideologica della sua presentazione, le
chiedo di chiarirmi l’espressione: “Nulla è ciò che appare, ciò che
appare è nulla”,
collegata alle note di Carlo Masi su questa pittrice; quest’ultimo
scrive di “apparizioni ” inquietanti “in luoghi silenziosi ed
immobili”, di uno spiazzamento del “centro”, di “uno spazio inclinato su
cui scivolare e perdersi”…in definitiva, la sua arte “è
l’elaborazione onirica dell’assenza”. Perché, dunque, il “nulla” e
il vuoto”?
Il vuoto cui si rifà la Gusmatti è un concetto di origine nietzschiana,
un vuoto che può essere riempito, quindi non prettamente negativo; ed il
primo “maestro” che, a mia richiesta, desidera citare riguardo alla
propria formazione, è proprio Carlo Masi, suo insegnante insieme di
filosofia e di tecniche pittoriche. Scopro quindi che la grande onda,
che avvolge con uno spruzzo a ventaglio e poi si arrotola intorno ad
un’emblematica piccola sedia, rappresenta l’acqua, uno dei
quattro elementi dei filosofi presocratici, ed è forma in eterno
divenire, che continuamente riprende il suo ciclo. Il secondo elemento
ispiratore è il fuoco.
Qui ci trasferiamo davanti ad un quadro particolarmente significativo:
al di sopra di uno sgabello color rosso vivo, brucia una fiamma
surreale, priva di alone luminoso; in alto a destra, una mano regge una
fiaccola che brucia anch’essa senza illuminare. La fiamma rappresenta la
falsa conoscenza, la perdita di valori della società contemporanea; la
mano è quella di un filosofo (o intellettuale) incapace di diffondere la
verità. Sullo sfondo nero, luccicano lustrini che suggeriscono
artificio; quindi, tutta l’immagine va letta come una critica alle
strutture che ingabbiano l’uomo, lo illudono di essere libero mentre è
schiavo di stereotipi nella società dell’immagine, nel mondo
globalizzato.
Eppure, la protesta ed il malessere impliciti in questa visione sono
saldamente tenuti sotto controllo dalla mano e dalla mente dell’artista:
faccio osservare a Gianna che il quadro non comunica uno stato d’animo
negativo, lo spettatore ne trae un senso di equilibrio dalle forme, e di
vitalità dai colori saturi ed intensi.
Il motivo emerge attraverso le spiegazioni sulla tecnica adoperata, e
dalla passione con cui la pittrice parla di tutte le fasi della sua
attività; si intuisce subito che la sua è una ricerca di libertà, di
identità personale, che il suo “fare” è anche un tacito suggerimento ed
un invito pacato a chi si lascia sedurre dalla superficialità e dalle
facili sirene.
In primo luogo, tutto, assolutamente tutto ciò che vediamo è opera di
Gianna: comincia con il prendere il legno, materiale che ama perché è
vivo e naturale, poi - se non dipinge direttamente sul legno -
sovrappone al legno la tela, che prepara personalmente; segue la fase
del disegno e della pittura, attuata con varie tecniche anche miste, ed
infine la cornice viene tagliata nel legno e poi verniciata dalla
pittrice.
In questo caso, la tela adoperata è di jeans, scelta concettuale ma di
grande effetto visivo per la sua grana fortemente rilevata; il colore è
acrilico per tutta la scena, fuorché per la mano e la fiaccola, dipinte
ad olio per spiccare maggiormente.
Conoscere la realtà negativa non vuol dire subirla, anzi bisogna
prenderne coscienza per distaccarsene, e poter proseguire la propria
strada.
Gianna Gusmatti dipinge da molti anni, ha imparato diverse tecniche ed
elaborato soggetti differenti; nelle avversità o nella monotonia della
vita, questa è stata la sua stanza tutta per sé. Eppure solo oggi,
giunta all’età di mezzo, è stata spinta ed incoraggiata, da persone
amiche e dalle circostanze, ad uscire dalla sua riservatezza; lavorando
per questa mostra - la sua prima mostra - ha approfondito un tema, la
solitudine dell’essere umano, schiavo delle apparenze. Solo spingendosi
oltre, si arriva a toccare nell’intimo un altro essere umano; lei lo ha
fatto e continua a farlo con le immagini ed i colori.

Ed ecco il simbolo per eccellenza di questo isolamento, la seggiola
vuota; l’idea iniziale le è venuta dalla famosa seggiola di Van Gogh,
ma poi le sue sedie si sono moltiplicate, hanno assunto diversi aspetti,
a partire dalla più rozza declinazione sotto forma di sgabello o
seggiola impagliata, per divenire altrove elegante sedile d’epoca,
seggiola dal design lineare o addirittura seggiola futurista.
Sul fondo della sala, due opere di notevole impatto visivo, giocate su
diverse tonalità di rosso e di blu; in ambedue, Venezia appare come una
visione sfocata, la sagoma di un portico fa da sfondo, la tela di jeans
fornisce il supporto di base ed un inserto di merletto, blu sul blu,
apre un’ulteriore dimensione spaziale con il suo traforo.
La sedia è senz’altro l’icona per eccellenza nel percorso simbolico di
Gianna: appare in tutte le opere di questa esposizione, ad eccezione di
un quadro sui toni del grigio, che rappresenta un bosco-labirinto, dove
l’anima dell’autrice si perde. Lì, non c’è spazio per soste.
Altri simboli ricorrenti sono il portico, che rappresenta un
desiderio di dialogo e la nostalgia di uno spazio sereno; il
gomitolo, tratto dalla leggenda di Arianna e al contempo presenza
familiare nell’universo femminile, è l’oggetto magico cui riferirsi per
non smarrire se stessi.
Un gomitolo rosso appare in una stanza grigia, annodato alla gamba di
una moderna sedia; in un’altra rappresentazione, il filo è interrotto,
c’è un percorso dell’anima in fase di arresto.
Gli oggetti di Gianna sono dipinti con nitido, essenziale realismo; ma
ciò che rende la sua pittura una meditazione in forma visiva è l’estraniamento
dell’oggetto dal suo contesto, la sua sospensione dentro uno spazio
artefatto, irregolare.
Le stanze in cui sono collocate le sue icone (altrove, un palloncino in
volo, un faro, il collage di una santa in estasi o di una fila di
gattini) hanno lievi, ma decisi slittamenti di prospettiva: un
pavimento appena appena obliquo, una parete ritagliata cui manca una
sottilissima fetta. Ci sono artifici anche più espliciti, mai “urlati”,
però: ad esempio, doppie inquadrature inserite l’una nell’altra, con un
incroci sfasati dichiaratamente “finti”. E’ uno spazio svasato, ma
sempre lievemente, con garbo.
Un mondo sempre in bilico, sul punto di perdere il suo precario
equilibrio; eppure, ciò non avviene.
Gianna Gusmatti conosce anche la tecnica dell’incisione, di cui in
questa mostra ho potuto ammirare un piccolo, delizioso saggio: una sedia
con gomitolo su fondo merlettato con portico - lavorazione tripla fra
cui acquaforte e acquatinta.
Nella nebbia di Mestre, il colore e la voce di Gianna parlano di tante
cose brutte, nel mondo. Ma, nonostante tutto, il suo è un messaggio
positivo, fortemente vitale.
Ci lasciamo come due vecchie amiche.
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Pittura italiana nelle collezioni del Museo Pushkin dal Cinquecento al
Novecento.
Verona - Palazzo della Ragione - 20/10/07- 03/02/08
Verona è una città in cui torno sempre volentieri: la grande Piazza
dell’Arena - sono stata così fortunata anche questa volta di godermela in
pieno sole, nonostante il freddo pungente - così antica e insieme
formicolante di vita contemporanea, le belle strade curate, con i negozi
sfavillanti per le feste natalizie, la Piazza dei Signori con le
bancarelle e la fontana…lì vicino, c’è anche il Palazzo della Ragione,
sede dell’ultima esposizione che ho visitato: “Pittura italiana nelle
collezioni del Museo Pushkin, dal Cinquecento al Novecento”.
Qui, ho potuto ammirare ottanta dipinti, fra i quali alcuni straordinari
capolavori. Nella prima sezione, rinascimentale e manierista, la
“Madonna col Bambino e san Giovanni Battista” del Bronzino, scelta per
l’immagine simbolo dell’evento, è un quadro tutto da assaporare: le linee
eleganti, tipiche di questo pittore, i colori limpidi e smaltati,
l’impianto architettonico sinuoso delle figure, insieme con la dolcezza
della Madonna e l’espressione sorprendentemente birichina del Bambino, ne
fanno un vero e proprio capolavoro.
E poi, come si fa a confrontare un normale Gesù Bambino, buono buono in
braccio alla sua mamma, o magari in piedi e benedicente, con questo
simpatico monello, che sta alle spalle di una bella donna dall’espressione
dolce e tollerante, e le tira per scherzo il vestito con una manina? oltre
tutto, c’è uno scambio di sguardi che vale un intero discorso!
Un altro quadro che mi ha piacevolmente colpito è un paesaggio di Dosso
Dossi, con scene di vita di santi; con geniale bizzarria, questo
pittore riduce gli episodi sacri a minuscoli bozzetti, nascosti nel verde
degli alberi e fra i prati - in alto a destra, si apre uno squarcio con
montagne e nuvole azzurrine, un lago, il cielo, un paese, un castello
tutti bianchi…
E ancora, nelle stanze del Palazzo, sorride con alterigia una dama di
Giulio Romano, completamente nuda ma drappeggiata dentro un velo
trasparente, con turbante e gioielli; un’ allegoria della Fede, del
Guercino, è ricoperta da ampi panneggi dipinti con colori cangianti,
con un effetto modernissimo.
Del 1600, possiamo vedere un vispo fruttivendolo di Bartolomeo Manfredi,
vestito di rosso su fondo nero, con tipico contrasto caravaggesco;
singolare e grottesca, una vecchia signora allo specchio ( “Vanitas o la
vecchia civetta” di Bernardo Strozzi) esibisce il suo seno
vizzo, con un mezzo sorriso tirato, mentre una cameriera le infila una
piuma nella elaborata acconciatura.
Non manca un bellissimo ritratto del Tintoretto, un piccolo Tiepolo, due
foschi quadri di Magnasco ed alcune vedute di Canaletto e Bellotto; meno
rappresentati l’Ottocento e il Novecento.
Molto interessante la storia del
Museo Pushkin, che
si può leggere su pannelli con fotografie all’inizio dell’esposizione:
nato nel 1898 per volontà dell’imperatore Nicola II, sulla base del Museo
dell’Università di Mosca, ha preso nel 1937 il nome del grande poeta
russo. Comprende una sezione dedicata alle antiche civiltà e molte sale
con pittori europei dall’VIII al XX secolo, sculture, disegni,
numismatica, arte applicata. Attualmente il Museo Pushkin è partner dei
maggiori musei mondiali, e promuove numerose iniziative culturali; ha uno
staff scientifico di 188 persone e la sua gestione complessiva è garantita
da 684 addetti. Famoso il suo festival musicale, diretto da Sviatoslav
Richter.
Cilegina sulla torta, il sito della mostra:
provate a cliccare
qui, e la direttrice del museo vi guiderà nelle stanze in un tour
virtuale, con spiegazioni e interviste.
Si esce da questa mostra con l’impressione di aver visto qualcosa di
familiare ed insieme inusuale: infatti, di ciascuno fra i pittori italiani
rappresentati, si può cogliere un aspetto diverso, un lato non ancora
esplorato, un colore oppure una fisionomia nuovi. E certamente, nessuno di
questi quadri era mai giunto in Italia, e forse non vi ritornerà più in
futuro.
Così, la momento di riprendere il treno per Venezia, ho pensato di aver
fatto un viaggio a Verona, ma anche nel museo di Mosca, e poi, indietro,
ai tempi in cui vivevano il Tintoretto e il Bronzino…
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Gengis Khan a
Treviso
Gengis Khan e il tesoro dei Mongoli - Treviso, casa dei Carraresi -
20/10/2007- 4/05/2008
Nella Casa dei Carraresi a Treviso - antico palazzo
in mezzo ai vicoli della città, non lontano dalla Pescheria Vecchia
circondata da canali - oggi si può ammirare la seconda mostra intitolata
“La via della seta”: a cura di Adriano Madaro, è
dedicata alla civiltà cinese, con preziosi oggetti d’arte quasi tutti
visibili per la prima volta fuori dalla Cina. Alcuni reperti sono in
prima visione assoluta, in quanto appena usciti dalle mani degli
archeologi e dei restauratori, in seguito a recentissime campagne di
scavi.
Pezzo forte della precedente esposizione erano alcuni guerrieri del
famoso esercito di terracotta dell’imperatore Qin, rinvenuto a Lintong.
La mostra attuale si occupa di un periodo storico successivo: si apre
con la caduta della dinastia Tang (nel 907) per arrivare fino al periodo
Jin (1127/1234), quando Gengis Khan conquistò l’impero
più esteso che sia mai esistito, e fondò la potenza degli Yuan
(1206/1368), dinastia mongola che aprì la Cina all’Occidente, ospitando
anche i viaggi di Marco Polo.
Il periodo che va dal 907 al 1368 è caratterizzato dalla dominazione di
popoli nomadi sulla popolazione cinese stanziale;
tuttavia, queste civiltà delle steppe vengono di volta in volta
influenzate dalle più evolute civiltà precedenti, apprendono tecniche e
sensibilità artistica da loro, pur rimanendo legate alle proprie
antichissime tradizioni.
Questo interessante impasto antropologico e culturale viene
rappresentato nella prima sala della mostra con pochi ma affascinanti
oggetti: nella prima bacheca, una corona in oro e turchesi decorata con
un uccello dalle grandi ali; nella seconda, una faretra, un arco, un
paio di staffe; in fondo, la ricostruzione in grandezza naturale di un
“ger” (yurta in russo), la tipica casa
dei nomadi ancor oggi in uso nella Mongolia. La ricostruzione presente
nella Casa dei Carraresi ha la porta di legno (viene orientata sempre
verso il sud); è sormontata da una cupola in feltro e contiene una stufa
in ghisa e pochi mobili essenziali, laccati in rosso.
Gengis Khan ne aveva una così grande, che la faceva trasportare su un
carro tirato da 40 buoi.
Nelle sale non molto ampie del palazzo dei Carraresi, gli oggetti,
esposti con essenzialità, guidano il visitatore dentro un viaggio in
luoghi assai lontani nel tempo e nello spazio; lo fanno spiare mondi
affascinanti, vissuti con parametri mentali per noi comprensibili a
stento, e che tuttora influenzano la civiltà cinese.
L’esposizione è divisa in diverse sezioni, che focalizzano periodi
successivi e popoli diversi; si possono ammirare armi e gioielli,
bassorilievi e dipinti, statue di svariate dimensioni, porcellane
raffinate, specchi, cuscini - di porcellana anch’essi, manichini di
legno dal volto enigmatico, finimenti per cavalli (animale ovviamente
molto amato dai Mongoli) ornati in argento e giada bianca, cinture,
piatti, vasi, modellini di edifici, una grande campana in bronzo
sormontata da un drago…l’elenco potrebbe protrarsi a lungo! Possiamo
vedere addirittura alcune “mine” in porcellana, con forme acuminate, che
esplodevano in quanto riempite di polvere da sparo.
Preferisco soffermarmi su due aspetti della civiltà cinese, che - per
motivi diversi - mi sono sembrati particolarmente significativi.
In primo luogo, alcune opere pittoriche del Medioevo cinese mi hanno
rivelato una finezza di tocco (la tecnica: china su seta), una
precisione, una curiosità per i dettagli, una pazienza nell’esecuzione
che solo i nostri miniaturisti antichi possedevano. L’opera più famosa è
il rotolo Qin Ming Shan He: si tratta di 7 quadri che
rappresentano una festa nella capitale, celebrata la prima settimana di
aprile per ricordare i defunti. Possiamo vedere tutto: pagode, uomini
con carri, alberi vaporosi, barche piccole e grandi - diversamente
governate, la gente seduta dentro le case, i rivenditori nelle strade,
scalinate, acqua e nuvole ricciolute…i colori sono morbidi, al limite
della dicromia, alcuni particolari difficilmente visibili, il realismo
chiaramente si accompagna a forme di elevata ed elegante stilizzazione.
Ciò che, in un primo momento, può deludere, ma in seguito fa pensare, è
che non si tratta dell’originale, troppo delicato per essere esposto
anche nel museo della città proibita a Pechino, dove è visibile la
stessa riproduzione di Treviso. L’originale si trova in un caveau, e la
riproduzione è stata eseguita da Wan Zigan in 17 mesi, con gli stessi
materiali e lo stesso metodo del pittore antico: ciò significa che la
tradizione non si è mai persa, oppure che è stata recuperata con
perfetto scrupolo filologico; e ciò significa anche che la pazienza dei
maestri antichi è tuttora presente nello spirito del pittore moderno.
Un discorso analogo vale per alcuni altri capolavori qui esposti, ed
egualmente riprodotti, con una tecnica sconosciuta in occidente, la
carta intagliata: sono dicromie in bianco e nero,
raffinatissime, estremamente dettagliate. E’ davvero impossibile
rendersi conto di come procedessero - e procedano tuttora - gli artisti,
in quanto il lavoro veniva eseguito tutto di seguito, senza staccare mai
la forbice dalla carta, senza interruzioni né incollature.
Si potrebbe fare qualche osservazione a proposito dell’”horror vacui”
presente in queste opere; ma anche il nostro medioevo offre diversi
esempi di questo irrefrenabile “bisogno di riempire lo spazio”.
La seconda grande sorpresa, che presenta a mio vedere questa mostra, è
l’esposizione di una ricchissima serie di reperti, tutti provenienti
dalla cosiddetta “tomba della principessa”: era la
figlia di un re della Mongolia interna, un re dei nomadi Qidan, già così
civilizzati da lavorare o importare oggetti bellissimi, ma ancora legati
alla loro vita sui cavalli al punto che anche la principessa, nella sua
tomba, aveva i raffinatissimi finimenti funebri per il cavallo con
animaletti di giada (la fenice era simbolo imperiale, perché suo padre
era parente dell’imperatore). La principessa morì a 18 anni, e fu
sepolta accanto al marito, morto in giovane età anche lui, combattendo
in battaglia; i corpi di ambedue furono imbrigliati da una sottilissima
maglia d’argento, perché, col tempo, non si disperdessero le ossa, ai
volti fu sovrapposta una maschera d’oro che assomiglierebbe a quella di
Atreo, se non fosse per gli occhi orientali, obliqui, che assumono - a
nostro modo di vedere - un’espressione vagamente selvaggia.
La principessa aveva stivali funebri in argento intarsiato d’oro; non
erano cioè stivali con cui avesse camminato, ma costruiti apposta per la
sepoltura, così come i finimenti del cavallo, che sarebbero stati in
pelle anziché in argento, se adoperati già in vita.
Accanto agli sposi morti, furono deposte le loro ricchissime cinture,
con tasche d’oro e d’argento; draghi d’oro ornavano quella della
fanciulla, che aveva pure un’elegantissima borsetta a scaglie d’oro, con
pendenti in giada e foglie d’acanto. Modernissima: piccola,
semicircolare, appesa ad una catenina d’oro.
Non mancano pesanti collane in ambra, dal barbarico splendore, vetri
d’importazione (i cinesi conoscevano molte tecniche, fra cui alcune
sconosciute per secoli in occidente, ma non quella del vetro), una
grande scatola per cosmetici sormontata da un elegante drago e
contenente scatole più piccole, alcuni animaletti in porcellana, fra cui
due minuscole oche dai colli intrecciati, simbolo di fedeltà coniugale.
Si esce dalla mostra arricchiti da nuove e sorprendenti immagini ed
idee, ma anche con molti punti interrogativi: le didascalie
dell’esposizione sono scarne, ed alcuni periodi della storia cinese
ancora in gran parte misteriosi. Poco male: ci saranno scoperte da fare
in seguito. L’importante è che il sasso sia stato lanciato.
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Le "forme di luce" in Amos
Crivellari
(”Animazione”)
Vorrei farvi conoscere meglio un artista, a proposito del
quale ho presentato un annuncio: si trattava di una mostra collettiva a
Firenze. Credo valga la pena riprendere il discorso, per la squisita
originalità della proposta figurativa di Amos Crivellari.
E’ un fotografo, ma chiunque si imbatte nelle sue opere la prima volta pensa
subito ad un pittore. Vediamo apparire, nei suoi pannelli, fasce di colori
rutilanti, filamenti di luce vibrante; il nero fa da sfondo e poi si ritira,
abbagliato da rossi elettrici, morbidi turchesi e blu. A volte, campiture
verdi sembrano comporre strani paesaggi, ma forme aliene in netto contrasto
cromatico smentiscono subito l’impressione.
Ci sono esplosioni multicolori somiglianti al nucleo di un atomo, divergenti
da un invisibile centro; oppure, archi di luce compongono finissime
strutture, simili a ponti in città galattiche; reticolati sottili
sovrastano, tagliano o intersecano spazi cosmici, accompagnano futuristici
cerchi spezzati, color rosso fuoco.
Altrove, ondulazioni ritmiche cullano tutti i toni dell’azzurro e del blu,
alludendo a irreali oceani; o, ancora, guizzi cromatici nervosi accarezzano
strane larve o ali.
Alcune forme sono precise, blocchi compatti di colore; altre forme sono
sinuose, liquide, spiazzanti.
Viene da pensare a qualche avanguardia o postavanguardia pittorica; la mente
dubbiosa chiama in aiuto termini quali futurismo, spazialismo, action
painting, astrazione onirica; si cerca di capire, ci si avvicina e…non si
trovano le pennellate! ci si chiede allora quale nuova tecnica possa essere
stata adoperata, finchè non si trova la didascalia: “stampa su pannello” o
“stampa su tela”, ma non si riesce assolutamente a comprendere come abbia
agito questo originale fotografo, a meno che non si riceva un chiarimento da
Amos in persona…chiarimento che sarà sempre comunque parziale, perché ci
sono dei segreti che non possono essere rivelati a nessuno!
(”Atomo”)
Ho conosciuto Amos Crivellari nel 2004. Una galleria
d’arte nei pressi della stazione di Venezia aveva organizzato alcune mostre,
una accanto all’altra; mi sorpresi davanti ad alcuni quadri informali dai
colori bellissimi, alcuni simili a paesaggi surreali, altri composti di
forme suggestive e misteriose. Mio marito, più furbo di me, aveva già capito
che non erano quadri, ma era egualmente perplesso sulla tecnica.
Ci trovavamo nello Studio D’Arte Due, Galleria Bonan, e si
trattava della Personale “Animazioni Notturne”. Si avvicinò
a noi un gentile signore con gli occhiali, che, felice per i nostri
complimenti, cominciò a spiegarci come faceva a “catturare la luce”
attraverso una macchina fotografica: non si trattava di esposizioni
multiple, né di impressionare sulla lastra, attraverso una lunga
esposizione, un soggetto in movimento, ma si trattava proprio del contrario!
Era lui che, muovendo opportunamente la macchina fotografica, inseguiva
un’insegna luminosa, una serie di fanali, una o più fonti di luce notturna
di qualunque genere, purchè abbastanza intense, e trasformava un banale
paesaggio urbano in qualcosa di completamente diverso. Naturalmente il
procedimento non era affatto semplice; per ottenere risultati soddisfacenti
all’inizio aveva dovuto scattare centinaia di foto per ottenere l’immagine
giusta -Amos infatti non usa la tecnica digitale, ma quella tradizionale, e
non fa alcun intervento in fase di sviluppo e stampa.
Negli ultimi tempi, però, ha sempre meno bisogno di procedere per tentativi,
e sa fin dall’inizio che cosa vuole e come ottenerlo. Deve solo tradurre
l’intuizione in immagine.
Tutta la sua abilità è insita nella mano e nell’occhio; tutto il suo genio,
nel lasciar emergere forme che paiono uscire direttamente dall’anima o dal
subconscio, anziché dalla realtà esterna. Ed è proprio questo che avviene:
Amos non copia la realtà, come farebbe un fotografo tradizionale, ma crea
una realtà tutta sua; quindi, la macchina fotografica per lui ha la stessa
funzione del pennello per un pittore.
Il risultato è sempre un pezzo unico, irripetibile: le tele e i pannelli
sono firmati ad uno ad uno, il negativo originario viene distrutto.
Non per niente - come ci confidò dopo poco - il suo ambiente naturale per
esporre era divenuto un po’ alla volta quello dei pittori, ed aveva
cominciato a sviluppare lì le sue migliori conoscenze ed amicizie; anche
perché, dopo i suoi inizi tradizionali come fotografo in bianco e nero
(paesaggi friulani e testimonianze sulla tragedia del terremoto), quando
aveva cominciato ad elaborare la luce notturna in modo sempre più originale,
i suoi colleghi sembravano non riconoscerlo più come un proprio simile,
parevano quasi non riuscire ad accettare la sua visione artistica. Le sue
immagini hanno sempre un titolo; ecco alcuni esempi: “Direttrici”, “Onde”,
“Accelerazione”, “Epicentro”, “Generazione”, “Intimità”, “Aperture”,
“Poesia”, “Distorsioni”, “Intrecci”, “Atomo”, e così via.
Dopo quel primo incontro, ho avuto modo di conoscere l’arte di Amos
Crivellari attraverso diverse altre mostre e pubblicazioni; si tratta
comunque solo di alcune tra le ultime, cui ha partecipato o di cui è stato
il protagonista, e moltissime altre ne aveva già fatte in precedenza.
Ricordo con particolare piacere la sua personale a Gemona
nel 2005 (“Forme di luce”, Galleria d’Arte Babele), ricca
di immagini molto belle e molto varie (è stupefacente come, da un punto di
partenza simile, si possano ottenere risultati tanto diversi!); la galleria
era proprio di fronte al Duomo di Gemona, un gioiello dell’arte
romanico-gotica, perfettamente restaurato dopo i notevoli danni del
terremoto. In questa occasione ho avuto l’onore di leggere alcune mie poesie
ispirate alle immagini di Amos.
In seguito, ho visitato la sua esposizione a Ca’ Lozzio,
vicino ad Oderzo, realizzata insieme al fratello Antonio, che è pittore
molto originale, dalla tecnica personalissima, ed anche poeta.
Vorrei concludere con una poesia scritta, appunto, da Antonio,
dedicata al fratello e pubblicata nel catalogo della mostra di Gemona:
A Amos
Ad angolo ampio
dal tuo ciglio stupito
l’inciso fulgore trapassa
il diurno varco serrando
i mobili tratti
della tarda veglia
nell’iridata effigie svelata
come virtuale essenza
del nostro tragitto
oltre ogni parvenza.
“Medardo Rosso a Palazzo Venier”
pubblicato su "viadellebelledonne"
il 31 Ottobre 2007 ·

Medardo Rosso: uno scultore dalla personalità
originale, autore di opere che colpiscono ed ammaliano a prima vista con
le loro forme sfumate, quasi incerte se uscire dalla materia, in cui
sono plasmate, oppure dissolversi all’improvviso…oggi è stata realizzata
una mostra sulla sua produzione, non solo di scultore, ma anche di
fotografo sperimentale, a Palazzo Venier dei Leoni, sede del prestigioso
Museo Guggenheim a Venezia.
E già su questo palazzo e sulla sua mitica proprietaria, Peggy
Guggenheim, miliardaria eccentrica ma soprattutto talent-scout,
mecenate, amante appassionata e geniale di talenti artistici (Max Ernst
e Jackson Pollock fra gli altri), detta l’ultima dogaressa, morta nel
1979 a 81 anni proprio in questo palazzo, ci sarebbe moltissimo da
dire…le sue ceneri furono seppellite nel giardino, e la Fondazione
Guggenheim ha trasformato la dimora di Peggy in uno dei maggiori musei
d’arte moderna al mondo.
Palazzo Venier dei Leoni è un edificio incompiuto: la sua lunga e bassa
facciata in pietra d’Istria, le cui linee sono ammorbidite dagli alberi
del giardino interno, si distingue a colpo d’occhio in mezzo ai palazzi
che si affacciano sul Canal Grande, dall’Accademia alla Basilica della
Salute.
Dentro, dove una volta viveva Peggy, nelle sue stanze ora si possono
ammirare capolavori di Ricasso, Calder, Mondrian, Kandinskij, Mirò, De
Chirico, Dalì, Magritte, Ernst, Pollock, Balla, e molti altri; nel
giardino, arricchito da sculture, passeggiano i turisti, incuriositi
anche dalle tombe dei cagnolini di Peggy (si faceva sempre fotografare
con uno di loro in braccio ed enormi occhiali neri, con artistica
montatura bianca a farfalla); poi, ci si affaccia sul Canal Grande, e si
può ammirare uno dei più bei panorami al mondo: il Bacino di S.Marco, la
Chiesa della Salute, la punta della Dogana…qui Peggy scendeva a prendere
la sua gondola. Ai remi, un gondoliere, ma non uno qualunque, bensì una
figura che oggi non esiste più, “el gondolier de casada”.
Accanto al museo permanente, si alternano mostre temporanee, organizzate
dalla Fondazione Guggenheim. Questa su Medardo Rosso è stata realizzata
in collaborazione con il Museo e l’Archivio Medardo Rosso di Barzio
(Como), che custodiscono l’intera eredità di opere e l’archivio dello
scultore, giunti eccezionalmente integri alla pronipote.
Rosso è una figura nota e ampiamente studiata; è considerato, nel
panorama europeo della scultura di fine Ottocento, come precursore della
modernità, tuttavia una grandissima parte della sua produzione è ancora
sconosciuta.
Riporto da un depliant della mostra:
“Il vaglio sistematico e capillare dei documenti, carte e lettere
dell’Archivio apre orizzonti inattesi e del tutto contraddittori
rispetto all’immagine tramandata dello scultore
scapigliato-impressionista. Rosso, per natura, è stato un ingegno
nascosto: ha abilmente occultato tutto il suo lavoro sulla fotografia,
ha esposto a più di quindici anni di distanza le opere che gli erano più
care come Madame X o Yvette Guilbert, e alla fine della sua vita, ha
distrutto, come Marcel Duchamp, tutte le lettere ricevute dai suoi
corrispondenti. Fin dall’inizio della sua carriera ha abilmente diretto
le linee delle sua biografia, contribuendo alla definizione di una
visione univoca della sua arte, assunta senza discussione dalla
storiografia, così che l’intera parte novecentesca della sua vitalità
creativa è rimasta finora senza voce.
………..
La scelta di esporre una selezione di sculture documentate, tra cui
Madame X (1896), Yvette Guilbert (1895), Rieuse (1890), Enfant malade
(1889), testimonia il complesso lavoro di datazione e di ricostruzione
della produzione di Rosso, per il quale il tempo sembrava importare
poco: a volte è l’artista stesso a confondere le date delle sue opere,
come se per lui l’opera fosse una cosa fluida che dura per la vita in
scultura o in fotografia.
…………
Troverà, inoltre, ampio spazio il lavoro sulla fotografia: oltre 100
opere fotografiche provenienti dall’Archivio Rosso aggiungeranno un
tassello alla questione, centrale nella contemporaneità, della relazione
tra Scultura e Fotografia. Le parole di Paola Mola svelano il senso di
questa relazione annunciata fin dal titolo della mostra: “Ho pensato
alla parola Forma perchè comprende scultura e fotografia e perchè non è
necessariamente concreta, può essere anche quello che resta nell’occhio
o nella memoria. Instabile anche per qualificare la scultura di Rosso in
relazione a quella antica radicata nel terreno, quella che segna i
luoghi: l’obelisco, l’altare; ma anche per distinguerla da quella
ottocentesca o anche novecentesca sulle basi o piedestalli. Rosso è da
camera, da ‘mobile’, mobile appunto, da teca trasparente e riflettente.
Perciò la forma instabile”.
L’allestimento delle opere rispetta le direttive dell’autore stesso, con
un concetto che oggi appare suggestivo, ma a quei tempi doveva essere
addirittura rivoluzionario; le sculture sono cioè esposte come lui
stesso fece, dentro “scatolette” di vetro e metallo,con apposita
illuminazione.
Il risultato è indubbiamente suggestivo. In piccole stanze rivestite di
moquette grigio-scura, appaiono dentro le teche trasparenti i suoi
bambini malati, la rieuse, l’ecce puer, le dame con la veletta, la donna
che allatta; appositi faretti fanno risaltare il sorriso, il seno, le
palpebre calate, i tratti centrali del volto, o lo sparire dei
lineamenti…girando intorno alla figura, questi strani esseri cambiano
espressione, si trasformano…tutto ciò che non è essenziale affonda nella
semioscurità, e, se ci avviciniamo per osservare meglio, ci rendiamo
conto che Medardo ha lavorato con mani sensibilissime i punti focali,
mentre ha volutamente trascurato quelli periferici. In molti casi,
sembra che abbia quasi voluto rendere ancora più rozza la materia che
fluttua intorno, le parti marginali e il retro delle sue creazioni -
cincischiando e strapazzando, impastando con un specie di rabbia la
cera, il gesso, il bronzo.
Il suo pensiero era che la materia non esiste, conta solo la luce. Una
vera e propria sfida, la sua.
Mi ha commosso il suo “Enfant malate” del 1898, in cera e gesso: un
visetto liscio liscio, chinato su grumi di cera giallastra, sfinito -
estenuato dalla difficoltà di respirare, sembrerebbe, perché la bocca è
semiaperta. Assolutamente essenziale,senza sentimentalismi.
Intorno ad ognuna di queste statue (che potrebbero essere anche
considerate installazioni), una serie di fotografie che Medardo elaborò
in vari tempi, e con differenti tecniche. Fotografava le sue “forme” da
varie angolazioni, su diversi sfondi; poi ritagliava le fotografie, ed
attuava nuovi scatti di foto su foto, veri e propri montaggi e
reinterpretazioni che preludevano a generi artistici del 1900.
A volte, questi pezzetti di cartoncino incorniciato su muro sono così
piccoli, non comunicano molto ai nostri occhi abituati ad immagini
appariscenti; ma sono sempre una ricerca di nuovi limiti, opere
originali, vive di una vita propria - la loro modernità sconcerta e
lascia ammirati.
Gettano una luce nuova sulle sue sculture; in alcuni casi, sono piccoli
capolavori dal valore autonomo. Aprono spiragli sul lavorio della sua
mente: alcune foto dell’ecce puer, ad esempio, sono tutt’altra cosa
dell’ecce puer in cera su gesso. La foto, la cera, il bronzo non sono
nient’altro, forse, che riflessi della sua idea di “Ecce puer”.
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“Venezia, l’Islam e Pamuk”

“Da Venezia
viaggiavamo alla volta di Napoli, quando le navi turche si pararono
dinnanzi a noi”. Questo, l’incipit de “Il castello bianco” di Orhan
Pamuk, Nobel per la letteratura 2007.
Il romanzo è una
metafora del legame tra Oriente e Occidente, dotto e ironico
divertissement a metà strada fra romanzo storico – ambientato nel 1600 –
e “conte philosophique”; una miriade di temi affiora sotto lo scorrere
apparentemente semplice della narrazione: astronomia, astrologia,
bestiari fantastici, intrighi di corte, fuochi artificiali, l’apologia
della scienza e la ricerca dell’io – davanti allo specchio di un
“gemello diverso”.
Sulla copertina di
questo smilzo ma denso volumetto appare il profilo tagliente e baffuto
di Solimano II il Magnifico, opera di un pittore di scuola tedesca del
XVII° secolo. E’ vestito di rosso, con fitti bottoni – il capo
sormontato da un voluminoso turbante, soffice come panna montata.
L’accostamento con il
manifesto della mostra “Venezia e l’Islam”, attualmente al Palazzo
Ducale di Venezia, è facile e immediato. Anche qui, un fine profilo dal
lungo naso e la barba appuntita, un abito rosso, un sontuoso turbante.
E’ il Sultano Mehmed II, ritratto da Gentile Bellini: affrontato,
attraverso un’elaborazione grafica dal significato trasparente, con il
profilo del Doge Giovanni Mocenigo, anch’esso di Gentile Bellini,
dipinto intorno al 1480 come il quadro precedente. Il Doge ha un naso
carnoso, il sopracciglio aggrottato e una bocca decisa sopra un accenno
di doppio mento; porta un mantello bianco con bottoni dorati e il tipico
“corno” dogale sul capo.
Il curioso montaggio
vuole simboleggiare due mondi, accomunati da un legame intessuto di
commerci ed arti, tecniche e materiali, fonti d’ispirazione e
frequentazioni; anche da contaminazioni e prestiti figurativi e
letterari, usanze e linguaggi.
Fu sostanzialmente in
virtù del suo rapporto con l’Oriente che Venezia divenne un grande
impero marittimo; sola potenza europea ad avere plenipotenziari nelle
città del vicino Oriente, mantenne nei confronti del mondo islamico un
approccio sempre razionale, seppe comprenderne la filosofia e la scienza
– nonostante le peripezie traumatiche e sanguinose della storia.
Da parte sua, l’Islam
dimostra altrettanto interesse per Venezia; se gli artisti e gli
artigiani veneziani si ispirano a quelli islamici e ne studiano le
tecniche, i mercanti d’Oriente importano manufatti veneziani ed i
Sultani stessi commissionano opere d’arte a Venezia.
Sede della mostra è
l’immensa sala dello Scrutinio, cuore dell’attività politica ai tempi
della Serenissima; stanza prestigiosa, opera d’arte essa stessa,
eppure…ombre inquietanti dominano le enormi pareti, completamente
ricoperte da quadri giganteschi. Famose battaglie, vinte dai Veneziani
contro i Turchi – in primis quella di Lepanto –, sono rappresentate
sotto forma di manieristici grovigli di corpi, scagliati nella lotta o
inerti nell’agonia, riversi nella morte o vittoriosi…e poi, spade,
picche, frecce in volo o infilzate in un cranio, lunghissimi remi, vele,
uomini in acqua a profusione…un carnaio orrendo.
Sappiamo che questa
vittoria non fu in grado di impedire il lento ma inarrestabile declino
della Repubblica; le vie della storia, dopo la scoperta dell’America,
non passavano più attraverso le rotte del Mediterraneo, Venezia perse la
sua posizione privilegiata di trait-d’union fra Occidente ed Oriente.
Distogliendo lo
sguardo dalle pareti, l’occhio si riposa sopra una quantità di oggetti
preziosi, in mescolanza di scritture e stili. Quadri di pittori
veneziani rappresentano scene di vita in città orientali o visite di
ambasciatori orientali nella città lagunare, con i loro magnifici
cortei.
Vediamo ritratti di
personaggi dalle nazionalità svariate, di mano veneta. Vasi di
provenienza orientale, in cristallo di rocca con decorazioni dorate
incise in caratteri arabi, e dediche in lettere romane. Vassoi
intarsiati in oro e in argento con raffinati motivi geometrici, arabi o
persiani. Porcellane cinesi importate in Europa, e ceramiche persiane
che imitano le cinesi, ed europee d’imitazione orientale; ma il gioco
degli specchi non è finito, anche in Asia Minore vennero imitate le
ceramiche di Faenza, e qui ne vediamo alcuni esempi.
Non mancano preziosi
tappeti persiani antichi, la cui ampia diffusione a Venezia è
documentata da quadri di Tiziano, di Lorenzo Lotto ed altri. E,
naturalmente, non mancano armi cesellate sequestrate ai Turchi; più
interessante, però, un Corano, stampato a Venezia in arabo.
Vasi, libri, scrigni e
gioielli testimoniano un fervore d’intrecci artistici e culturali.
Percorrere tutto ciò
con lo sguardo e con la mente, è un’azione simile a quella del Maestro
che, nel libro di Pamuk, attira a sé il nobile veneziano, suo schiavo, e
gli dice: “Vieni, guardiamoci insieme allo specchio”.
“Venezia e l’Islam” -
Palazzo Ducale - 28 luglio-25 novembre
Orhan Pamuk “Il
castello bianco”, Einaudi
“Tiziano. L’ultimo atto”
pubblicato su "viadellebelledonne"
, Ottobre 11, 2007 ·

“Tiziano-l’ultimo atto” - Belluno,
Palazzo Crepadona (15/09/2007 - 6/01/2008)
Tiziano, come tutti sanno, fu pittore
sontuoso e prolifico; artista fortunato e beniamino alle corti d’Europa,
morì in tarda età, dopo onori e soddisfazioni d’ogni genere.
Nato in un piccolo paese di montagna,
Pieve di Cadore, intorno al 1490, e poi vissuto nella
città di Venezia, allora nel pieno del suo splendore
economico e politico, artistico e culturale, fu apprendista nelle
rinomate botteghe di Gentile Bellini e di
Giorgione. Ben presto, fu in grado di superare i suoi maestri
con lo sfavillare dei colori, stesi con una sua innovativa
tecnica tonale; cominciò a stupire con le sue pale d’altare
armoniose e i suoi vivissimi ritratti, conquistò l’Italia e l’Europa.
Fu invitato da Carlo V
e Filippo II, banchettava con l’Aretino…eppure,
quando quest’ultimo suo amico morì, nel 1556, e poco dopo il suo amato
fratello Francesco, un’era della sua vita finiva.
Il grande pittore iniziò a diventare
introverso, solitario; un serie di preoccupazioni familiari e problemi
di salute lo tormentavano, il suo modo di dipingere cambiò. La vista lo
abbandonava gradualmente e la mano, con l’età, diveniva tremolante ed
incerta.
Anziché arrendersi, inventò un
nuovo modo di dipingere; lasciò alla bottega i lavori su
commissione, che si accontentava di dirigere, mentre tenne per sé i
soggetti più interessanti e sperimentali, che dipinse anche usando
direttamente le mani, con tocchi violenti, approssimativi, con stesure
disgregate e vacillanti. Il risultato è sconvolgente: il colore e la
luce (o il buio) parlano da soli, quasi svincolati dalle forme che
restano talvolta allo stato embrionale, e la pura emozione di una
sofferenza (l’Addolorata, il Cristo Portacroce) o di un evento
eccezionale (l’Annunciazione) passa direttamente dalla tela a chi
guarda.
C’è come il salto di alcuni secoli:
viene da pensare ad una tecnica impressionista e ad una sensibilità
tragicamente malata, o meglio, acutamente consapevole di quel male di
vivere che inizia col crollo del solare Rinascimento, prosegue con la
crisi della Controriforma – che non a caso propone i suoi drammatici
soggetti al vecchio Tiziano – e lancia le sue diramazioni fino al secolo
dell’atomica, dell’esistenzialismo, delle rivoluzioni e delle
avanguardie.
Gli ultimi venti anni della sua vita
sono una pressocchè continua meditazione sulla morte; e questa è proprio
la materia della mostra “Tiziano. L’ultimo atto”, che
attualmente si può visitare a Belluno, città contigua alla Pieve natale
del pittore, cui egli si riavvicinò nella vecchiaia.
La mostra presenta numerose novità
interpretative e gli esiti di importanti studi, esponendo a
Palazzo Crepadona più di 120 opere che rappresentano questo
ventennio, ma anche dipinti di cronologia precedente ma trattenuti in
casa dal Maestro per scelta ed affetto, e là rimasti alla sua morte,
oppure necessari a far comprendere il formarsi dell’arte dell’ultimo
periodo
Questa mostra permette anche di far luce
su aspetti dell’autore ancora poco indagati, come il suo rapporto con la
prolifica bottega; poi ci sono interessanti sorprese: opere inedite di
altissima qualità esposte per la prima volta proprio qui – un’esplosiva
“Venere e Adone”, una “Fanciulla con vassoio”, una dolcissima Madonna
con bambino, da una collezione privata – e documenti relativi
all’attività e ai movimenti di Tiziano, ritenuti fino ad oggi perduti.
Diamo dunque un ultimo sguardo alle
Dolomiti che sovrastano Belluno, al cielo sereno di questo tiepido
autunno; voltiamo le spalle alla piazza centrale della città e,
dirigendoci verso il Duomo, incontriamo Palazzo Crepadona. Il percorso
espositivo parte dall’alto, volutamente; l’architetto Mario
Botta ha steso un tappeto nero per condurre il visitatore,
attraverso le varie sezioni della mostra, fino a scendere sempre più
giù, nel cortile da lui adattato a scenografia per le ultime tre
spettacolari opere di Tiziano.
La prima stanza ci
accoglie con una serie di suggestioni visive e culturali atte a farci
entrare nello spirito dell’epoca; restiamo circondati dai libri che il
pittore leggeva, e che parlano anche di lui (ad esempio “Le
vite de più eccellenti pittori, scultori e architettori” di Giorgio
Vasari), da oggetti in uso in quel periodo ( un paio di altissimi
zoccoli, detti “calcagnetti”, che usavano le dame di Venezia, una
bellissima alzata in vetro “ghiacciato” blu), o trovati nella sua casa (
gessi di statue classiche), ritratti del pittore stesso (uno è eseguito
dal Carracci), sontuose stoffe e monete d’epoca.
Ci
sono ciotole di colori eguali a quelli che egli si preparava
personalmente, e che hanno nomi per noi misteriosi e suggestivi:
lapislazzuli, cenere d’oltremare, cinabro, lacca di cocciniglia, verde
azul, resina d’ambra…colori intensissimi, che entrano letteralmente
negli occhi.
Non manca una lettera scritta in elegante e regolare grafia da Tiziano a
Carlo V, per sollecitare, con parole opportunamente diplomatiche,
l’invio di una pensione mensile, promessa dal re in cambio di alcuni
quadri. L’ultimo oggetto di questa sezione è il “Liber mortuorum” della
parrocchia di S.Canciano, un registro stretto e lungo, dove la sua morte
è segnalata con un rapido scarabocchio: il famoso pittore fu seppellito
in gran fretta, per un’epidemia di febbri, forse peste.
La
successiva sezione della mostra esplora i rapporti fra
Tiziano e la sua bottega, interessanti dal punto di vista storico, meno
dal mio – indubbiamente troppo personale e soggettivo: egoisticamente,
preferisco in genere poter ammirare una quantità minore di quadri, ma
più godibili e di qualità superiore. Poter confrontare, tuttavia, un
“Apollo e Marsia” di collezione privata, con pesante
intervento di bottega e colori alquanto spenti, con l’ “Apollo e Marsia”
di Kromeriz, dipinto personalmente da Tiziano, contribuisce ad
apprezzare ancor di più la pennellata sconvolta e drammatica del
secondo; il soggetto è una meditazione sulla superbia umana, sui limiti
di ogni ambizione artistica – limiti di cui il pittore era ben conscio
in quel momento. Eppure, sono proprio questi che infondono alla scena
dipinta un senso di irrimediabile tragedia. Il satiro immolato, a testa
in giù, non urla, ma domina la scena con la sua carne sfatta; il viso di
Apollo in azione non si vede, mentre è ben visibile la bestialità del
satiro che lo aiuta e la tristezza del re Mida in meditazione – forse un
autoritratto di Tiziano. Questa versione ho potuto ammirarla in una
bellissima mostra di qualche anno fa al Palazzo Ducale.
Cito alcune opere prevalentemente di bottega come esempi di quanto la
mostra offre: “Perseo e Andromeda”, scenografico e piatto, “Venere col
cagnolino”, opera ricca di simbolismi, che un restauro dell’Ottocento ha
falsato nello stile ed appesantito. In alcune di queste opere
l’intervento di Tiziano è più visibile: una “Madonna della Misericordia”
copre i suoi fedeli con un ampio velo trasparente, dipinto con tocco
rapido e leggero. C’è un’ “Orazione nell’orto” dai toni scurissimi;
Cristo è una piccola figura luminosa in alto, sotto la Luna.
La
seguente sezione grafica è molto ricca e meriterebbe
una recensione a parte, quindi preferisco non parlarne affatto. Passo
dunque alla sezione più interessante della mostra,
quella centrale, con ritratti e soggetti sacri, tutti
appartenenti all’ultimo periodo di vita di Tiziano e tutti di sua mano.
Un ritratto virile: l’uomo è vestito di scuro, ha lo sguardo fisso ma
profondo, la barba, una mano pallida in gesto quasi interrogativo.
Francesco I, imponente ma dai tratti grossolani e sprezzanti, è di
profilo come una medaglia. Una bella donna matura in abito elegante, ma
dipinto alla brava, sembra assorta nei suoi pensieri; accanto a lei una
bambina dagli occhi scuri la guarda, quasi a domandarsi come sarà la sua
vita futura. I volti ben definiti risaltano straordinariamente sui
vestiti dalle tinte sparenti. Paolo III : vecchio e stanco, con la
morbida barba bianca finemente dipinta, la mano magra abbandonata sul
velluto rosso del mantello. Un lampo di furbizia serpeggia ancora nei
suoi occhietti.
Poi ci sono i soggetti sacri, dove Tiziano raggiunge momenti di
struggente poesia. I più interessanti, per me, sono alcuni quadri di
dimensione medio-piccola; qui, l’autore giunge al massimo della sintesi
espressiva – i personaggi sono in posizioni semplici, con tagli e scorci
che ne intensificano drammaticamente le emozioni. S.Margherita di
Antiochia alza una mano, decisa; del mostro orrendo che la minaccia, si
vede solo la bocca spalancata. S.Domenico, intenso nel bianco e nero
della tonaca. Ma qui ancora i colori sono densi, mentre cominciano a
tremolare e guizzare nell’Ecce Homo di Sibiu (la sua aureola è una
lucciola morente), a svanire nel Cristo Portacroce di S.Pietroburgo; il
mantello rosso della Mater Dolorosa è un grido, mentre si stringe le
mani con gesto convulso. L’intensità dei loro sguardi raggiunge livelli
altissimi, ma questo avviene proprio nell’assenza di quella che sarà poi
la retorica seicentesca; il dolore è sofferenza pura e semplice, molto
umana. Nessun compiacimento, ma una sobria contenutezza.
Da
notare che la maggior parte di queste opere non era mai stata esposta
fuori dai paesi d’origine.
Segue una sezione della mostra anch’essa molto interessante, e anche in
gran parte piacevole, che illustra i suoi collaboratori, i successori
della bottega, con le loro opere attuate in autonomia, e infine gli
epigoni; qui si può capire l’influenza che ha avuto il Vecellio, e non
solo in Italia, ma anche in Francia e Spagna.
Anche questo argomento potrebbe avere una trattazione a sé stante.
Preferisco scendere con voi – o meglio, ridiscendere virtualmente – le
scale di Palazzo Crepadona, per darvi un’impressione del grande
cortile centrale: le aperture ai piani sono finestre
metafisiche, pavimento e sostegni, che enfatizzano con molteplici
incorniciature azzurrine i quadri, sono un continuum che attira il
visitatore verso una contemplazione concentrata…i quadri sono tre,
straordinari. Un altro Paolo III, con camauro,
protettore di Tiziano negli ultimi anni. S.Giacomo in cammino,
proveniente dalla chiesa veneziana di S.Stae, scende con ampio e
sollecito movimento delle membra e delle vesti. Prevalgono i toni
dell’oro antico. La sua meta non è di questo mondo. Infine, un’ultima
cena di dimensioni notevoli, uscita per la prima volta dalla
Spagna, anzi dal palazzo della Duchessa d’Alba.
Cristo è centrale fra due gruppi di apostoli; S.Pietro si ritrae con
orrore, alla rivelazione del tradimento. Ma il suo Maestro è immobile,
come assente, già sospeso in una luce superiore.
Anche per i visitatori, un’ultima pausa di meditazione sull’ultimo
Tiziano, prima di uscire nel tiepido sole del mezzogiorno bellunese.
Brevi scorci dolomitici ci guardano dall’alto, proprio come ai tempi in
cui viveva in questi dintorni il grande pittore.
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BALKANI
Antiche civiltà fra Danubio e Adriatico
Museo nazionale Archeologico di Adria (Parco del Delta
del Po)
7 luglio 2007 – 13 gennaio 2008
pubblicato su
Viadellebelledonne il 21/08/2007
Ho visto per voi la mostra “Balkani”.
Adria è una graziosa città sul Delta del Po; per arrivarci da Venezia –
a meno che non si prenda l’automobile, mezzo attualmente non in mio
possesso – ci si serve di una linea ferroviaria privata, i cui vagoni
risalgono a più di cinquant’anni fa, quando vennero soprannominati dai
loro utenti di fascia contadina “la vaca mora”.
Il trenino cigola, arranca
lentamente sull’unico binario, procede in mezzo ai campi ed a piccoli
paesi; l’unica stazione un po’ più grande risale all’epoca fascista,
altre stazioni sono così poco frequentate che la fermata avviene a
richiesta.
Adria è una cittadina attiva, con
molti negozi, un ricco mercato settimanale; attraversata dal Canal
Bianco, sulle cui sponde ci sono ville e palazzi accanto alle
costruzioni moderne, vanta il prestigioso Conservatorio di
Musica “Antonio Buzzolla” ed un Museo Archelogico
recentemente rinnovato, centro di studi rivolti principalmente agli
scavi locali e nel vicino sito di Spina, antica città
etrusca.
Attualmente, questo museo ospita la
mostra “Balkani”.
Tra i molti capolavori d’arte
prestati eccezionalmente dal Museo Nazionale di Belgrado,
spiccano gli ori e gli argenti relativi ad alcuni corredi principeschi
dell’Età del Ferro, rinvenuti in numerose località dell’attuale
territorio serbo e confluiti nelle collezioni del Museo di Belgrado in
occasioni diverse.
Capolavoro della piccola scultura è
la statuetta rappresentante un fabbro al lavoro, mentre martella una
barra di metallo all’incudine, ottenuta per fusione, dalle forme
straordinariamente moderne, che ricorda in qualche modo le lontane
figurazioni della cultura cicladica.
Un po’ dovunque, lungo le valli
percorse dai fiumi del territorio centro-Balcanico, sono presenti le
cosiddette “tombe principesche”; degne
di nota quelle rinvenute a Trebenište e di Novi Pazar, città ai nel sud
della Serbia, presso i confini con il Kosovo.
Non è facile conoscere, allo stato
attuale degli studi, le popolazioni e le culture cui sono pertinenti
queste grandi sepolture: si tratta con ogni probabilità di popoli nomadi
La tomba principesca di Novi Pazar
– il termine “tomba” è qui usato per convenienza, poiché all’interno del
tumulo non si sono rinvenuti resti umani ( si tratta forse di un
nascondiglio temporaneo ) – è stata scoperta accidentalmente, mentre si
restauravano le strutture portanti della chiesa di San Pietro, a ca. 2
km di distanza dal centro della città.
Tra i numerosissimi oggetti
ritrovati, due eccezionali cinturoni d’oro del tipo Mramorac, oltre a
sei pettorali circolari sempre in oro, di oltre 20 cm di diametro
ciascuno, e altre grandi placche auree semicircolari sempre lavorate a
sbalzo, destinate probabilmente alla decorazione dell’abbigliamento del
defunto. Anche centinaia e centinaia di piccole placche decorative di
forme diverse – triangoli, rettangoli, svastiche, cerchi, bottoni, ecc.)
decoravano con ogni probabilità le suntuose vesti del principe.
Inoltre, in questa tomba sono stai
rinvenuti bracciali, straordinari pendenti simili per fattura alle già
ricordate cinture, e numerose fibule in argento e oro.
Le prime tombe di Trebenište
vennero scoperte occasionalmente da alcuni soldati bulgari nel 1918. Tra
i reperti più preziosi figurano quattro maschere funerarie
d’oro, uniche in tutta l’area balcanica, di cui due conservate
oggi a Belgrado. Una in particolare mi ha impressionato per la sua
somiglianza con la cosiddetta maschera di Atreo: dietro le vetrine, una
sorprendente, mitica epifania.
L’uso di tali maschere, esempi
successivi dal punto di vista cronologico alle celebri maschere micenee,
oggi ad Atene, è probabile derivi dagli influssi culturali greci sulla
ritualità funeraria propria dei popoli balcanici.
Dopo aver visitato la mostra, ho
approfittato per rivedere, rapidamente, il museo archeologico, ed ho
osservato come la nuova ristrutturazione abbia messo in evidenza la
ricchezza dei corredi funerari recuperati soprattutto a Spina. Porto
commerciale, questa antica città ha visto coabitare popolazioni
diversissime attraverso i secoli, ed anche contemporaneamente, quasi un
moderno modello di società multietnica.
Oltre agli oggetti preziosi, nelle
tombe sono stati ritrovati innumerevoli piatti e vasi, adoperati spesso
per il banchetto funebre prima di essere sepolti con il morto.
Accanto agli uomini, armi. Accanto
alle donne, pettini, specchi e balsamari.
Ma il reperto più spettacolare, è
quello di una biga con tre grandi cavalli, le cui ossa
sono in stato di perfetta conservazione. A chi appartenevano? Perché
sono stati sepolti così? Gli archeologi non hanno trovato una risposta.
Questo viaggio nel tempo e nello
spazio mi ha ispirato una composizione in versi:
“Cartolina”
tornerò nel piccolo treno
fra paesi invisibili, orti di pomodori
si alzeranno gli aironi in sospeso
e scorreranno sponde di mais …
dalla mia gabbia del vivere penso
alla stazione grande, agli archi assolati
al bigliettaio in affabulazione
che attende lenti scambi
poi, mi porterà il treno a sentire
l’acqua dentro l’erba, i morti antichi
le spade ripiegate nei riti
mamme coi piatti, anfore, bambini
là, dove cuculi e cicale
si rispondono sotto alberi frementi
e il tempo comprime i cocci
delle genti svanite
dentro una bianca stanza hanno portato
le ossa dei cavalli nella biga
le cinture dei principi, la maschera
d’oro scolpito
accanto alla vecchia Spina
disabitata dai vivi
torna su

PARADISE LOST – The first Roma Pavilion
Palazzo Pisani S. Marina (piano nobile) | Venezia | Cannaregio
6103 | Calle delle Erbe
Molti anni fa, questa parte di
Venezia per me era luogo di passaggio quotidiano: abitavo in Calle della
Testa, e portavo spesso i miei bambini a giocare in Campo S.Maria
Formosa. Oggi i miei non più bambini abitano a Mestre, ed io mi sono
trasferita vicino alla stazione. Ma da Rialto (zona frequentatissima) a
S.Marina, campo vicino a S.Maria Formosa, ci sono soltanto “due calli e
callette” – come si usa dire qui – ed ecco che, questa mattina, mi
ritrovo a riempire il tempo con una passeggiata svagata su questi “masegni”,
battuti nei secoli da tanti veneziani e tanti stranieri.
Proseguo per la Calle del Cristo e,
non appena comincio a salire i gradini del ponte omonimo, una sorpresa
mi aspetta: la vetusta superficie screpolata del Palazzo di là dal
canale (Palazzo Pisani S.Marina), non è adorna solo dalle abituali
finestre gotico-moresche, ma anche da un enorme stendardo, che copre
quasi tutta la superficie del piano nobile con sgargianti papaveri e
girasoli stilizzati, color arancio, e foglie verde-marcio su fondo nero.
Un’improbabile tappezzeria per mascherare i segni del tempo? No, la
risposta è un’altra ma sibillina, e sta nelle parole a caratteri
cubitali sopra e sotto la tappezzeria: “Paradise lost” e “The first Roma
Pavilion”. Una scritta più piccola fa capire che l’inziativa fa parte
della Biennale di Venezia 2007.
Attraverso due ponti, faccio un
giro intorno al grande palazzo, ed entro dalla parte della Calle delle
Erbe: le scale, intonacate di fresco, sono ricoperte da un soffitto con
bellissimi stucchi allegorici dai teneri colori pastello. Salgo due, tre
rampe: i gradini sono ripidi, come in tutte le vecchie case veneziane,
ma un corrimano in ferro battuto mi accompagna ed aiuta. L’atmosfera
elegante è ben presto spezzata da un tocco un po’ folle: una tenda in
vecchio damasco azzurro strappato, drappi buttati con nonchalance lungo
il muro e decorati con nastri fioriti. Entro nella prima sala ed un
filmato girato in Inghilterra mostra, attraverso interviste prive di
commento, l’atteggiamento di alcuni giovani inglesi nei riguardi delle
popolazioni nomadi, altrimenti chiamate “zingari”, “zigani”, “gypsies”,
“Sinti”, “gitani”, o in altre maniere; i curatori della mostra hanno
scelto il termine “Roma” ( corrispettivo a quello in uso in Italia
“Rom”) in quanto considerato non spregiativo, come altri per secolare
tradizione, e quindi politicamente corretto. Nel filmato si sentono
ripetuti cori con insulti verso i Rom, in uno stadio; le interviste si
concludono con la voce di una ragazza che, alla domanda su quali
problemi le pongono queste persone, risponde: c’è un unico problema, che
esistono. Altri ragazzi avevano risposto di non avere problemi con tutti
gli zingari, ma solo con quelli che rubano.
Questa prima sala è dominata da un
magnifico lampadario di Murano sui toni del rosa, evidente patrimonio
del Palazzo, e da un’installazione che accoglie il visitatore come un
grido silenzioso: sul muro, un enorme mantello di velluto nero apre le
ali dietro una serie di sbarre metalliche, come un pipistrello
inchiodato dai numerosi pugnali di un lanciatore di coltelli impazzito.
Si chiama “Il pipistrello nero” ed
è opera di Kiba Lumberg: la stessa autrice (Roma women in Finland)
presenta, nella seconda sala, una serie di gouaches molto colorate, con
tipici personaggi: uomini e donne intenti ad attività domestiche o
ricreative, tutti in movimento, in pose sospese, fuorché un uomo che è
caduto a terra, accoltellato, ma ancora si contorce; ci sono slitte e
panni al vento, lettere che cadono dal cielo e cavalli, ma soprattutto
grandi uccellli bianchi, dappertutto, in volo, uno è cavalcato da una
specie di angelo – ma forse è un bambino rom come vorrebbe essere –un
uccello è caduto colpito da una freccia, ed un uomo lo calpesta senza
pietà. Secondo me, il quadro più bello di Kiba rappresenta un essere
asessuato, con gli occhi serrati sotto pesanti palpebre ed i capelli
nerissimi drizzati in su; la sua pelle è scura ed ha bianche ali
ripiegate; sullo sfondo di un rosso denso e cupo, in alto a sinistra sta
volando via un’elegante ala d’oro puro. L’essere ha un aspetto
imbronciato e ribelle: vinto ma non domato.
La seconda stanza stupisce ed
attira per una variopinta serie di oggetti, richiusi in una vetrina
oppure riversi a terra: cartoline quadretti bamboline e pupazzi in
plastica bambole di stoffa scatole scatoline quaderni fogli ricami
immagini religiose nani disneiani…il più sconcertante eppure fantastico
kitsch, con un unico denominatore comune, il soggetto o l’ispirazione o
comunque un richiamo alla tradizione, al pregiudizio, alla vita dei Rom.
Accanto ad un angelo di plastica con la bocca a cuore, una grafia
infantile stesa su una pagina di quaderno a righe avverte: “you never
should play with the gypsies”.
Sono opere di Delaine Le Bas, donna
e rom che vive a Worthing, in Inghilterra; la sua produzione straripante
e fiabesca si estende lungo altre stanze e mura di questo palazzo, sotto
forma di quadri in stoffa lucente ricamata con inserti di strass, colori
squillanti, personaggi naïf o minacciosi, bambini, paesaggi, policemen,
cavalieri e teschi (naturalmente, in paillettes). Delaine è una
bellissima donna, ed appare in una foto accanto al marito Damian, che
porta con disinvoltura un paio di basettoni alla Elvis. Lei confeziona
bambole senza vestiti, il lungo corpo profilato con fini ricami appeso
al muro, tristemente. Hanno anatomie di lustrini angeli cuori e corone.
Lui dipinge acrilici con colori elementari e personaggi complessi,
contornati da un segno nero: chimere dai grandi occhi all’ingiù, esseri
plurimi, con capigliature ricce e grandi cappelli; teschi pistole e
coltelli sono sospesi sullo sfondo, insieme a simboli del denaro, e soli
che piangono.
In un’altra stanza, Damian ha
maniacamente riempito le carte geografiche d’Europa e dell’India con
grandi visi dagli occhi orientali – quasi icone tratte da un tempio indù
– ed ha chiamato il tutto “Gypsiland”. Opera di appropriazione
fantastica, là dove altri si proclamano legittimi proprietari.
Oggi i Roma sono qui, domani più in
là; “the world is a ghetto”, l’India è chiamata Motherland, ed anche la
mappa di Venezia è coperta con il pennarello da grandi occhi di “zingali”.
Altre installazioni fantastiche ed
ironiche di Delaine si possono scoprire arrampicandosi, con la dovuta
cautela, fino alla soffitta del palazzo, su per un paio di ripide
scalette di legno: la soffitta, buia e soffocante, messa in sicurezza in
modo appena passabile, sotto gli spioventi del tetto ospita, dentro
alcune cavità recintate, i mondi di bambole oggetti accatastati stoffe
ricamate di Delaine. In una sorta di fiaba rovesciata, accanto ai sette
nani con Paperino buttati per terra c’è un quadro: rappresenta un
cavaliere vestito da Robin Hood, ma sopra di lui appare la scritta: “He
is not going to rescue you”.
A questo punto vedo che non riesco
a seguire uno schema logico, né a condurre con me per mano, stanza dopo
stanza, il mio compagno di visita virtuale. Per quanto organizzato e
sostenuto da tre fondazioni culturali, lo spirito Rom rompe gli schemi
molto più di tante, ormai stanche avanguardie e postavanguardie, che
espongono i loro pretenziosi parti concettuali in molti musei di tutto
il mondo. Gli artisti Rom dipingono, ricamano, intagliano il legno (Mihaela
Cimpeanu), levigano la pietra, piegano il ferro (Marian Petre) e
costruiscono installazioni nelle maniere più svariate, oltre ad
esprimersi attraverso la fotografia e filmati video o DVD; ciascuno con
la sua peculiare personalità, eppure con il denominatore comune di una
vitalità eccezionale, da fra impallidire gli sforzi (spesso estenuati, a
volte volutamente (?) squallidi) di molti artisti (o sedicenti artisti)
non Rom. Un fondo costante ed oscuro di tristezza esalta anziché
spegnere i colori Rom; un’ingenuità primordiale accompagna la sapienza
tecnica, in alcuni casi davvero eccezionale.
L’esempio maggiore di pittore
“classico” è István Szentandrássy, ungherese, allievo di Tamas Pèli e
leader di una scuola di pittura nel senso tradizionale del temine. I
suoi grandi, a volte monumentali quadri ad olio si trovano nella stanza
centrale di Palazzo Pisani, parzialmente oscurata da pesanti tendaggi e
con le pareti rivestite di tappezzeria rosso scuro.
I colori di questo pittore sono
pastosi, le sue tele gremite da figure mitiche che si abbracciano fra
loro o ti guardano con l’occhio fisso e sguardi scuri, intensi – ma non
sai che cosa in realtà vedano. Ci sono donne e uomini vestiti con
sontuosi abiti di epoche trascorse, toreri, cavalli con ali, donne
simili a regine; quasi tutti gli uomini hanno un tipico cappello in
testa, e fieri baffi neri; nel quadro più grande il personaggio centrale
ha un volto tragicamente emaciato, tratti asiatici e grandi ali ancora
tese, eppure già ripiegate.
Molti di questi quadri possono
essere visti in chiave di racconto, dal soggetto mitico o letterario.
Daniel Baker, Rom inglese, è un
tipo completamente diverso: si serve di specchi, vetri lucenti,
screpolati oppure opachi per ottenere, attraverso godibilissime
decorazioni a spruzzo, stampa o pennellate colanti alla brava, effetti
diversi, cioè di pura osservazione e divertimento (fiori, roulottes,
galletti), oppure sarcastici e destabilizzanti (lo specchio con la
scritta in oro:”this is shit”).
Anche nella sua stanza ci si muove
con curiosità ed ammirazione; lo stesso autore ha riempito un corridoio
con segnaletiche in legno dai minacciosi ed ossessivi avvertimenti: “No
entry”, “No admittance”, “Private”, “No travellers”, “No trespassing”.
Se invece volete proprio ridere, ma
di cuore, basta che vi fermiate davanti alla Barbie di András Kállai,
con il suo straripante corpo piramidale da Venere preistorica, tutta
natiche e seni penduli, ed in cima la minuscola perfetta testolina da
bambola chic: il voluto incontro di due idoli è choccante, fa riflettere
ma anche divertire. András, che ci osserva da una foto serio serio,
nascondendo la sua ironia sotto baffi molto ungheresi, usa la
terracotta, la plastica ed altri materiali; oltre, naturalmente, alla
materia prima essenziale, uno spirito d’innovazione, che sa, con
materiali poveri, ottenere risultati inventivi sorprendenti.
E poi c’è Gabi Jimenez, che sorride
incrociando le braccia tatuate ( ma questo non è un dettaglio strano, al
giorno d’oggi): ha i capelli annodati in una coda di cavallo, barba e
baffi nerissimi, un’aria cordiale. Si può fare conoscenza con lui anche
sulle pagine del catalogo della mostra, offerto gratuitamente ai
visitatori.
Gabi si chiama anche François
oppure Xavier, e di cognome fa anche Lopez: dipende da dove sua madre ha
scritto il nome nei documenti ufficiali, spiega. I suoi genitori sono
spagnoli ma lui ed un suo fratello sono nati in Francia; nella sua anima
c’è il flamenco, si esprime con la musica ed il colore. In passato, ha
avuto qualche guaio con la polizia, ma ora ha messo la testa a posto,
vive per la sua famiglia e vive di arte.
E’ perfino membro di
un’associazione che aiuta ad integrarsi le persone in difficoltà, e
scrive articoli per diversi giornali. Tuttavia, insiste che per lui,
come per qualunque altro nomade, il senso del tempo non esiste ed anche
quello dello spazio è del tutto particolare.
Una roulotte stilizzata dai colori
squillanti e contornata da un netto segno nero è il suo logo, ed anche
quello della mostra “Paradise lost”. È il marchio dei “travellers”, i
nomadi.
E Gabi dipinge la loro vita come la
vede e la ricorda da sempre, con affetto e con colori essenziali che si
ispirano alla tecnica del vetro “cloisonné”: le vetrate delle cattedrali
splendenti in controluce, con le piombature nettamente visibili. I
soggetti sono vaste distese di roulottes o strade con file di camper,
panni stesi e paesaggi, ma sempre con le roulottes, tutte in fila,
coloratissime; oppure ci sono tante persone che stanno a guardare, visi
stilizzati con il cappello, grandi nasi, occhi enormi che scappano di
qua e di là, e non si sa bene che cosa guardino e chi vedano. Certamente
non te, passante che non sei rom e che, da parte tua, preferisci
ignorarli.
Ma Gabi ti guarda, eccome! Dipinge
ad olio o in acrilico; quando vuole sa imitare perfettamente Van Gogh e
la sua tipica pennellata (la cattedrale di Anvers, un campo di grano),
ma subdolamente infila accanto alle vecchie mura, oppure tra i corvi del
prato – ancora una volta – un mucchietto di roulottes. Segni armoniosi e
ricurvi come una danza, come il flamenco che, secondo Gabi Jimenez, è il
voodoo dei Gypsies.
La stanza di Omara è completamente
diversa: Omara usa due colori soltanto, il grigio e un verde- azzurro
spento. I suoi quadri sono il diario, figurato e con note esplicative,
della sua vita sfortunata, delle claustrofobie che l’hanno perseguitata
fin da bambina.
In un’altra stanza, ci sono le
bellissime foto in bianco e nero di famiglie Rom, scattate da Nihad Nino
Pušija, nato a Sarajevo. Questa stanza è tappezzata con gli stessi fiori
del drappo che reclamizza la mostra, con fiori arancio e foglie
verde-marcio – forse a ricordare l’interno di una roulotte.
Con i miei occhi ancora pieni di
tanti colori, e domande che mi formicolano nella mente, mi affaccio ad
una finestra del Palazzo: c’è un incrocio di canali, qui sotto, un
balenare di riflessi tra cielo e acqua, dove gondole con i turisti
scivolano tranquillamente. Più in alto, i tetti hanno il calore del
cotto; alcune altane si profilano contro la luce del mezzogiorno.
Strano ma vero, oggi i nomadi
abitano qui, da dove sono usciti gli antichi abitatori.
Altri, molti stranieri, entrano,
girano per le antiche sale, guardano. E tutto ha un aspetto così
armonioso e naturale.
Per saperne di più:
www.romapavilion.org

Omar Galliani
Tra Oriente e Occidente
Il grande disegno italiano in Cina
52. Esposizione Internazionale d’Arte. La Biennale di Venezia
Eventi Collaterali – Fondazione Querini Stampalia (Castello - 5252
Venezia)
9 giugno - 16 settembre 2007
“Omar Galliani”
di Marina Raccanelli
Dalla porta d’Oriente Omar Galliani
dipinse la filosofia – matita su tavola
corpo a corpo, ingrandiva il Maestro
costruiva figure astrali
nella mappa del fiume di broccato
s’immerse, scivolò il suo
viaggio in rossi laccioli, fra sete oblunghe
in espansione danzante, crollarono
dai cristalli sospesi tuniche
e fu aperta la porta della Cina
le sue mani volavano: olio
carboncino e cobalto
in combustione magmatica il nero
traluceva profili d’avorio
la passione virata in piombo
ciò che svela nasconde – universale
alchimia del pianoforte, tra filamenti e frottage
invisibili al primo passo
si baciarono in precipitare
cosmico di farfalle fra teschi minuti
e s’inclinava in nuove anatomie
monnalisa in grafite, onda su onda
chiaro il legno, le palpebre affilate
serrate su collari di sangue –
di profilo, la sorella diafana
intimamente di dolcezza ingombra
il purissimo cranio portava
con eleganza demodé
s’accendeva di lampade nervose
sangue e fiamme rodevano il collo
una femmina in arco sulla spada
voi vedrete, e gli scheletri fra rose –
dai disegni siamesi nacque
speculare bellezza
le foglie s’incresparono appena
ed il santo di tenebra ha labbra del sud
cuore di porcospino, insetti e fiori
orchidea su sfondo stellare
la fanciulla nel tempo – storia breve
lieve smorfia fra naso e bocca
rotando fra tavolini in bilico e seggiole nere
e fu l’ultima donna a contenere
la ragione dei mondi in curva
di labbra – 5 metri per 6, matita
su tavola – lei
fu la madonna di malinconia
- - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - -
Dopo il grande
successo del tour cinese del 2006, che ha toccato ben otto musei tra cui
l’avveniristico Shanghai Planning Exhibition Centre, l’artista Omar
Galliani approda alla 52. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia
con un grandioso evento in cui sono coinvolti importanti enti
istituzionali italiani e cinesi.
In questa mostra,
l’artista presenta tavole di grandi dimensioni, raffiguranti volti
offerti in primo piano, caratterizzati da una forte introspezione
psicologica e ritratti con quella personale capacità tecnica, che rende
il disegno una forma d’arte autonoma e di grande forza espressiva.
L’esperienza artistica di Omar Galliani, fin dai suoi esordi in continua
sperimentazione, in costante approfondimento sulle tecniche artistiche
impostate dagli antichi maestri rinascimentali, negli ultimi anni si è
andata arricchendo attraverso l’incontro con l’arte e soprattutto con il
pensiero orientale. Vissuto per un certo periodo in Cina, è entrato nel
pensiero confuciano e buddista, incrociando, per quanto possibile, la
via del Dharma.
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