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Arte figurativa - le mie "passeggiate" per mostre

Gianna Gusmatti Puskin a Verona  Gengis Khan A. Crivellari Medardo Rosso Venezia, l'Islam e Pamuk  Tiziano, ultimo atto Balkany Paradise lost Omar Galliani L'arte delle donne La belle Epoque
 
L'acqua, il fuoco e le sedie di Gianna
 
 
 
“Apparenza” di Gianna Gusmatti - galleria”Luigi Sturzo”, viale don Sturzo 21, Mestre-Venezia-12/13 gennaio 2008
 
 
“Oggi sfuggire all’influenza della globalizzazione diventa sempre più difficile.
In uno spazio di “libertà condizionata”, può sembrare anacronistico aprire un dialogo tra archetipi e simboli, tra realtà e finzione, tra gli oggetti e la loro anima segreta.
L’Arte è pura simulazione e lo spazio bidimensionale di una tela può assumere connotati sempre nuovi. Superando il concetto di realtà fisica, diventa pensiero, riflessione, spiritualità.
Mantenendo le distanze da una retorica aggressiva, attraverso le mie immagini descrivo la volontà di andare oltre l’apparenza, per arrivare alla sostanza. Penetrando in profondità emergono gli aspetti unici e preziosi dell’essere.
Nulla è ciò che appare, ciò che appare è nulla.”
Con queste parole, Gianna Gusmatti presenta la propria mostra dal titolo significativo: “Apparenza”.
Entro nella lunga e ampia stanza intitolata a Don Sturzo, sede della sua esposizione; ancora infreddolita dalla nebbia serale di Mestre, vengo accolta da pareti bianche e da un’invitante serie di quadri colorati appesi tutto all’intorno. Mentre alcune signore, tra cui - immagino - la pittrice, conversano fra di loro in un’atmosfera calda e rilassata, comincio un giro d’esplorazione, e colgo immagini di Venezia inquadrate dentro stanze metafisiche, prospettive oblique, seggiole vuote a colloquio, azzurri e rossi smaglianti, grigi e beiges tranquilli ma non spenti, un’onda che avvolge una sedia, cornici verniciate; intuisco curiose tecniche miste…
Ecco, ora ho individuato la pittrice. È una signora con i capelli castani e un sorriso cordiale, che sta staccando un quadro dal muro per incartarlo; lo consegna ad una sua acquirente, poi si rivolge a me e ci presentiamo. Il suo aspetto assolutamente “normale” è lontano dallo stereotipo dell’artista; nella propria presentazione per il concorso “un fiore di poesia”, dove è entrata nella rosa dei finalisti, si definisce: “una casalinga di mezza età (bella dentro) con interessi che spaziano dalla culinaria alla filosofia”. Quando le dico il mio nome, si mostra felice di poter vedere “in carne ed ossa” una persona conosciuta in rete: fenomeno anche per me piuttosto raro e stupefacente! Mi torna a dire che segue con molto interesse Viadellebelledonne; trova coinvolgenti e mai banali gli argomenti proposti dal blog, come mi aveva già scritto via mail.
Comincio a chiederle i perché di alcuni soggetti ricorrenti nei suoi quadri, l’origine di queste predilezioni. Ma, prima di tutto, poiché non mi è sfuggita la connotazione ideologica della sua presentazione, le chiedo di chiarirmi l’espressione: “Nulla è ciò che appare, ciò che appare è nulla”,
collegata alle note di Carlo Masi su questa pittrice; quest’ultimo scrive di “apparizioni ” inquietanti “in luoghi silenziosi ed immobili”, di uno spiazzamento del “centro”, di “uno spazio inclinato su cui scivolare e perdersi”…in definitiva, la sua arte “è l’elaborazione onirica dell’assenza”. Perché, dunque, il “nulla” e il vuoto”?
Il vuoto cui si rifà la Gusmatti è un concetto di origine nietzschiana, un vuoto che può essere riempito, quindi non prettamente negativo; ed il primo “maestro” che, a mia richiesta, desidera citare riguardo alla propria formazione, è proprio Carlo Masi, suo insegnante insieme di filosofia e di tecniche pittoriche. Scopro quindi che la grande onda, che avvolge con uno spruzzo a ventaglio e poi si arrotola intorno ad un’emblematica piccola sedia, rappresenta l’acqua, uno dei quattro elementi dei filosofi presocratici, ed è forma in eterno divenire, che continuamente riprende il suo ciclo. Il secondo elemento ispiratore è il fuoco.
 
Qui ci trasferiamo davanti ad un quadro particolarmente significativo: al di sopra di uno sgabello color rosso vivo, brucia una fiamma surreale, priva di alone luminoso; in alto a destra, una mano regge una fiaccola che brucia anch’essa senza illuminare. La fiamma rappresenta la falsa conoscenza, la perdita di valori della società contemporanea; la mano è quella di un filosofo (o intellettuale) incapace di diffondere la verità. Sullo sfondo nero, luccicano lustrini che suggeriscono artificio; quindi, tutta l’immagine va letta come una critica alle strutture che ingabbiano l’uomo, lo illudono di essere libero mentre è schiavo di stereotipi nella società dell’immagine, nel mondo globalizzato.
Eppure, la protesta ed il malessere impliciti in questa visione sono saldamente tenuti sotto controllo dalla mano e dalla mente dell’artista: faccio osservare a Gianna che il quadro non comunica uno stato d’animo negativo, lo spettatore ne trae un senso di equilibrio dalle forme, e di vitalità dai colori saturi ed intensi.
Il motivo emerge attraverso le spiegazioni sulla tecnica adoperata, e dalla passione con cui la pittrice parla di tutte le fasi della sua attività; si intuisce subito che la sua è una ricerca di libertà, di identità personale, che il suo “fare” è anche un tacito suggerimento ed un invito pacato a chi si lascia sedurre dalla superficialità e dalle facili sirene.
In primo luogo, tutto, assolutamente tutto ciò che vediamo è opera di Gianna: comincia con il prendere il legno, materiale che ama perché è vivo e naturale, poi - se non dipinge direttamente sul legno - sovrappone al legno la tela, che prepara personalmente; segue la fase del disegno e della pittura, attuata con varie tecniche anche miste, ed infine la cornice viene tagliata nel legno e poi verniciata dalla pittrice.
In questo caso, la tela adoperata è di jeans, scelta concettuale ma di grande effetto visivo per la sua grana fortemente rilevata; il colore è acrilico per tutta la scena, fuorché per la mano e la fiaccola, dipinte ad olio per spiccare maggiormente.
Conoscere la realtà negativa non vuol dire subirla, anzi bisogna prenderne coscienza per distaccarsene, e poter proseguire la propria strada.
Gianna Gusmatti dipinge da molti anni, ha imparato diverse tecniche ed elaborato soggetti differenti; nelle avversità o nella monotonia della vita, questa è stata la sua stanza tutta per sé. Eppure solo oggi, giunta all’età di mezzo, è stata spinta ed incoraggiata, da persone amiche e dalle circostanze, ad uscire dalla sua riservatezza; lavorando per questa mostra - la sua prima mostra - ha approfondito un tema, la solitudine dell’essere umano, schiavo delle apparenze. Solo spingendosi oltre, si arriva a toccare nell’intimo un altro essere umano; lei lo ha fatto e continua a farlo con le immagini ed i colori.
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Ed ecco il simbolo per eccellenza di questo isolamento, la seggiola vuota; l’idea iniziale le è venuta dalla famosa seggiola di Van Gogh, ma poi le sue sedie si sono moltiplicate, hanno assunto diversi aspetti, a partire dalla più rozza declinazione sotto forma di sgabello o seggiola impagliata, per divenire altrove elegante sedile d’epoca, seggiola dal design lineare o addirittura seggiola futurista.
Sul fondo della sala, due opere di notevole impatto visivo, giocate su diverse tonalità di rosso e di blu; in ambedue, Venezia appare come una visione sfocata, la sagoma di un portico fa da sfondo, la tela di jeans fornisce il supporto di base ed un inserto di merletto, blu sul blu, apre un’ulteriore dimensione spaziale con il suo traforo.
La sedia è senz’altro l’icona per eccellenza nel percorso simbolico di Gianna: appare in tutte le opere di questa esposizione, ad eccezione di un quadro sui toni del grigio, che rappresenta un bosco-labirinto, dove l’anima dell’autrice si perde. Lì, non c’è spazio per soste.
Altri simboli ricorrenti sono il portico, che rappresenta un desiderio di dialogo e la nostalgia di uno spazio sereno; il gomitolo, tratto dalla leggenda di Arianna e al contempo presenza familiare nell’universo femminile, è l’oggetto magico cui riferirsi per non smarrire se stessi.
Un gomitolo rosso appare in una stanza grigia, annodato alla gamba di una moderna sedia; in un’altra rappresentazione, il filo è interrotto, c’è un percorso dell’anima in fase di arresto.
Gli oggetti di Gianna sono dipinti con nitido, essenziale realismo; ma ciò che rende la sua pittura una meditazione in forma visiva è l’estraniamento dell’oggetto dal suo contesto, la sua sospensione dentro uno spazio artefatto, irregolare.
Le stanze in cui sono collocate le sue icone (altrove, un palloncino in volo, un faro, il collage di una santa in estasi o di una fila di gattini) hanno lievi, ma decisi slittamenti di prospettiva: un pavimento appena appena obliquo, una parete ritagliata cui manca una sottilissima fetta. Ci sono artifici anche più espliciti, mai “urlati”, però: ad esempio, doppie inquadrature inserite l’una nell’altra, con un incroci sfasati dichiaratamente “finti”. E’ uno spazio svasato, ma sempre lievemente, con garbo.
Un mondo sempre in bilico, sul punto di perdere il suo precario equilibrio; eppure, ciò non avviene.
Gianna Gusmatti conosce anche la tecnica dell’incisione, di cui in questa mostra ho potuto ammirare un piccolo, delizioso saggio: una sedia con gomitolo su fondo merlettato con portico - lavorazione tripla fra cui acquaforte e acquatinta.
Nella nebbia di Mestre, il colore e la voce di Gianna parlano di tante cose brutte, nel mondo. Ma, nonostante tutto, il suo è un messaggio positivo, fortemente vitale.
Ci lasciamo come due vecchie amiche.
 

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Puskin a Verona
 
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Pittura italiana nelle collezioni del Museo Pushkin dal Cinquecento al Novecento.
Verona - Palazzo della Ragione - 20/10/07- 03/02/08
 
 
Verona è una città in cui torno sempre volentieri: la grande Piazza dell’Arena - sono stata così fortunata anche questa volta di godermela in pieno sole, nonostante il freddo pungente - così antica e insieme formicolante di vita contemporanea, le belle strade curate, con i negozi sfavillanti per le feste natalizie, la Piazza dei Signori con le bancarelle e la fontana…lì vicino, c’è anche il Palazzo della Ragione, sede dell’ultima esposizione che ho visitato: “Pittura italiana nelle collezioni del Museo Pushkin, dal Cinquecento al Novecento”.
Qui, ho potuto ammirare ottanta dipinti, fra i quali alcuni straordinari capolavori. Nella prima sezione, rinascimentale e manierista, la “Madonna col Bambino e san Giovanni Battista” del Bronzino, scelta per l’immagine simbolo dell’evento, è un quadro tutto da assaporare: le linee eleganti, tipiche di questo pittore, i colori limpidi e smaltati, l’impianto architettonico sinuoso delle figure, insieme con la dolcezza della Madonna e l’espressione sorprendentemente birichina del Bambino, ne fanno un vero e proprio capolavoro.
E poi, come si fa a confrontare un normale Gesù Bambino, buono buono in braccio alla sua mamma, o magari in piedi e benedicente, con questo simpatico monello, che sta alle spalle di una bella donna dall’espressione dolce e tollerante, e le tira per scherzo il vestito con una manina? oltre tutto, c’è uno scambio di sguardi che vale un intero discorso!
Un altro quadro che mi ha piacevolmente colpito è un paesaggio di Dosso Dossi, con scene di vita di santi; con geniale bizzarria, questo pittore riduce gli episodi sacri a minuscoli bozzetti, nascosti nel verde degli alberi e fra i prati - in alto a destra, si apre uno squarcio con montagne e nuvole azzurrine, un lago, il cielo, un paese, un castello tutti bianchi…
E ancora, nelle stanze del Palazzo, sorride con alterigia una dama di Giulio Romano, completamente nuda ma drappeggiata dentro un velo trasparente, con turbante e gioielli; un’allegoria della Fede, del Guercino, è ricoperta da ampi panneggi dipinti con colori cangianti, con un effetto modernissimo.
Del 1600, possiamo vedere un vispo fruttivendolo di Bartolomeo Manfredi, vestito di rosso su fondo nero, con tipico contrasto caravaggesco; singolare e grottesca, una vecchia signora allo specchio (“Vanitas o la vecchia civetta” di Bernardo Strozzi) esibisce il suo seno vizzo, con un mezzo sorriso tirato, mentre una cameriera le infila una piuma nella elaborata acconciatura.
Non manca un bellissimo ritratto del Tintoretto, un piccolo Tiepolo, due foschi quadri di Magnasco ed alcune vedute di Canaletto e Bellotto; meno rappresentati l’Ottocento e il Novecento.
Molto interessante la storia del Museo Pushkin, che si può leggere su pannelli con fotografie all’inizio dell’esposizione: nato nel 1898 per volontà dell’imperatore Nicola II, sulla base del Museo dell’Università di Mosca, ha preso nel 1937 il nome del grande poeta russo. Comprende una sezione dedicata alle antiche civiltà e molte sale con pittori europei dall’VIII al XX secolo, sculture, disegni, numismatica, arte applicata. Attualmente il Museo Pushkin è partner dei maggiori musei mondiali, e promuove numerose iniziative culturali; ha uno staff scientifico di 188 persone e la sua gestione complessiva è garantita da 684 addetti. Famoso il suo festival musicale, diretto da Sviatoslav Richter.
Cilegina sulla torta, il sito della mostra: provate a cliccare qui, e la direttrice del museo vi guiderà nelle stanze in un tour virtuale, con spiegazioni e interviste.
Si esce da questa mostra con l’impressione di aver visto qualcosa di familiare ed insieme inusuale: infatti, di ciascuno fra i pittori italiani rappresentati, si può cogliere un aspetto diverso, un lato non ancora esplorato, un colore oppure una fisionomia nuovi. E certamente, nessuno di questi quadri era mai giunto in Italia, e forse non vi ritornerà più in futuro.
Così, la momento di riprendere il treno per Venezia, ho pensato di aver fatto un viaggio a Verona, ma anche nel museo di Mosca, e poi, indietro, ai tempi in cui vivevano il Tintoretto e il Bronzino…

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Gengis Khan a Treviso 

home_new_03.gif Gengis Khan e il tesoro dei Mongoli - Treviso, casa dei Carraresi - 20/10/2007- 4/05/2008

 Nella Casa dei Carraresi a Treviso - antico palazzo in mezzo ai vicoli della città, non lontano dalla Pescheria Vecchia circondata da canali - oggi si può ammirare la seconda mostra intitolata “La via della seta”: a cura di Adriano Madaro, è dedicata alla civiltà cinese, con preziosi oggetti d’arte quasi tutti visibili per la prima volta fuori dalla Cina. Alcuni reperti sono in prima visione assoluta, in quanto appena usciti dalle mani degli archeologi e dei restauratori, in seguito a recentissime campagne di scavi.
Pezzo forte della precedente esposizione erano alcuni guerrieri del famoso esercito di terracotta dell’imperatore Qin, rinvenuto a Lintong.
La mostra attuale si occupa di un periodo storico successivo: si apre con la caduta della dinastia Tang (nel 907) per arrivare fino al periodo Jin (1127/1234), quando Gengis Khan conquistò l’impero più esteso che sia mai esistito, e fondò la potenza degli Yuan (1206/1368), dinastia mongola che aprì la Cina all’Occidente, ospitando anche i viaggi di Marco Polo.
Il periodo che va dal 907 al 1368 è caratterizzato dalla dominazione di popoli nomadi sulla popolazione cinese stanziale; tuttavia, queste civiltà delle steppe vengono di volta in volta influenzate dalle più evolute civiltà precedenti, apprendono tecniche e sensibilità artistica da loro, pur rimanendo legate alle proprie antichissime tradizioni.
Questo interessante impasto antropologico e culturale viene rappresentato nella prima sala della mostra con pochi ma affascinanti oggetti: nella prima bacheca, una corona in oro e turchesi decorata con un uccello dalle grandi ali; nella seconda, una faretra, un arco, un paio di staffe; in fondo, la ricostruzione in grandezza naturale di un “ger” (yurta in russo), la tipica casa dei nomadi ancor oggi in uso nella Mongolia. La ricostruzione presente nella Casa dei Carraresi ha la porta di legno (viene orientata sempre verso il sud); è sormontata da una cupola in feltro e contiene una stufa in ghisa e pochi mobili essenziali, laccati in rosso.
Gengis Khan ne aveva una così grande, che la faceva trasportare su un carro tirato da 40 buoi.
Nelle sale non molto ampie del palazzo dei Carraresi, gli oggetti, esposti con essenzialità, guidano il visitatore dentro un viaggio in luoghi assai lontani nel tempo e nello spazio; lo fanno spiare mondi affascinanti, vissuti con parametri mentali per noi comprensibili a stento, e che tuttora influenzano la civiltà cinese.
L’esposizione è divisa in diverse sezioni, che focalizzano periodi successivi e popoli diversi; si possono ammirare armi e gioielli, bassorilievi e dipinti, statue di svariate dimensioni, porcellane raffinate, specchi, cuscini - di porcellana anch’essi, manichini di legno dal volto enigmatico, finimenti per cavalli (animale ovviamente molto amato dai Mongoli) ornati in argento e giada bianca, cinture, piatti, vasi, modellini di edifici, una grande campana in bronzo sormontata da un drago…l’elenco potrebbe protrarsi a lungo! Possiamo vedere addirittura alcune “mine” in porcellana, con forme acuminate, che esplodevano in quanto riempite di polvere da sparo.
Preferisco soffermarmi su due aspetti della civiltà cinese, che - per motivi diversi - mi sono sembrati particolarmente significativi.
In primo luogo, alcune opere pittoriche del Medioevo cinese mi hanno rivelato una finezza di tocco (la tecnica: china su seta), una precisione, una curiosità per i dettagli, una pazienza nell’esecuzione che solo i nostri miniaturisti antichi possedevano. L’opera più famosa è il rotolo Qin Ming Shan He: si tratta di 7 quadri che rappresentano una festa nella capitale, celebrata la prima settimana di aprile per ricordare i defunti. Possiamo vedere tutto: pagode, uomini con carri, alberi vaporosi, barche piccole e grandi - diversamente governate, la gente seduta dentro le case, i rivenditori nelle strade, scalinate, acqua e nuvole ricciolute…i colori sono morbidi, al limite della dicromia, alcuni particolari difficilmente visibili, il realismo chiaramente si accompagna a forme di elevata ed elegante stilizzazione.
Ciò che, in un primo momento, può deludere, ma in seguito fa pensare, è che non si tratta dell’originale, troppo delicato per essere esposto anche nel museo della città proibita a Pechino, dove è visibile la stessa riproduzione di Treviso. L’originale si trova in un caveau, e la riproduzione è stata eseguita da Wan Zigan in 17 mesi, con gli stessi materiali e lo stesso metodo del pittore antico: ciò significa che la tradizione non si è mai persa, oppure che è stata recuperata con perfetto scrupolo filologico; e ciò significa anche che la pazienza dei maestri antichi è tuttora presente nello spirito del pittore moderno.
Un discorso analogo vale per alcuni altri capolavori qui esposti, ed egualmente riprodotti, con una tecnica sconosciuta in occidente, la carta intagliata: sono dicromie in bianco e nero, raffinatissime, estremamente dettagliate. E’ davvero impossibile rendersi conto di come procedessero - e procedano tuttora - gli artisti, in quanto il lavoro veniva eseguito tutto di seguito, senza staccare mai la forbice dalla carta, senza interruzioni né incollature.
Si potrebbe fare qualche osservazione a proposito dell’”horror vacui” presente in queste opere; ma anche il nostro medioevo offre diversi esempi di questo irrefrenabile “bisogno di riempire lo spazio”.
La seconda grande sorpresa, che presenta a mio vedere questa mostra, è l’esposizione di una ricchissima serie di reperti, tutti provenienti dalla cosiddetta “tomba della principessa”: era la figlia di un re della Mongolia interna, un re dei nomadi Qidan, già così civilizzati da lavorare o importare oggetti bellissimi, ma ancora legati alla loro vita sui cavalli al punto che anche la principessa, nella sua tomba, aveva i raffinatissimi finimenti funebri per il cavallo con animaletti di giada (la fenice era simbolo imperiale, perché suo padre era parente dell’imperatore). La principessa morì a 18 anni, e fu sepolta accanto al marito, morto in giovane età anche lui, combattendo in battaglia; i corpi di ambedue furono imbrigliati da una sottilissima maglia d’argento, perché, col tempo, non si disperdessero le ossa, ai volti fu sovrapposta una maschera d’oro che assomiglierebbe a quella di Atreo, se non fosse per gli occhi orientali, obliqui, che assumono - a nostro modo di vedere - un’espressione vagamente selvaggia.
La principessa aveva stivali funebri in argento intarsiato d’oro; non erano cioè stivali con cui avesse camminato, ma costruiti apposta per la sepoltura, così come i finimenti del cavallo, che sarebbero stati in pelle anziché in argento, se adoperati già in vita.
Accanto agli sposi morti, furono deposte le loro ricchissime cinture, con tasche d’oro e d’argento; draghi d’oro ornavano quella della fanciulla, che aveva pure un’elegantissima borsetta a scaglie d’oro, con pendenti in giada e foglie d’acanto. Modernissima: piccola, semicircolare, appesa ad una catenina d’oro.
Non mancano pesanti collane in ambra, dal barbarico splendore, vetri d’importazione (i cinesi conoscevano molte tecniche, fra cui alcune sconosciute per secoli in occidente, ma non quella del vetro), una grande scatola per cosmetici sormontata da un elegante drago e contenente scatole più piccole, alcuni animaletti in porcellana, fra cui due minuscole oche dai colli intrecciati, simbolo di fedeltà coniugale.
Si esce dalla mostra arricchiti da nuove e sorprendenti immagini ed idee, ma anche con molti punti interrogativi: le didascalie dell’esposizione sono scarne, ed alcuni periodi della storia cinese ancora in gran parte misteriosi. Poco male: ci saranno scoperte da fare in seguito. L’importante è che il sasso sia stato lanciato.

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Le "forme di luce" in Amos Crivellari

(”Animazione”)

Vorrei farvi conoscere meglio un artista, a proposito del quale ho presentato un annuncio: si trattava di una mostra collettiva a Firenze. Credo valga la pena riprendere il discorso, per la squisita originalità della proposta figurativa di Amos Crivellari.
E’ un fotografo, ma chiunque si imbatte nelle sue opere la prima volta pensa subito ad un pittore. Vediamo apparire, nei suoi pannelli, fasce di colori rutilanti, filamenti di luce vibrante; il nero fa da sfondo e poi si ritira, abbagliato da rossi elettrici, morbidi turchesi e blu. A volte, campiture verdi sembrano comporre strani paesaggi, ma forme aliene in netto contrasto cromatico smentiscono subito l’impressione.
Ci sono esplosioni multicolori somiglianti al nucleo di un atomo, divergenti da un invisibile centro; oppure, archi di luce compongono finissime strutture, simili a ponti in città galattiche; reticolati sottili sovrastano, tagliano o intersecano spazi cosmici, accompagnano futuristici cerchi spezzati, color rosso fuoco.
Altrove, ondulazioni ritmiche cullano tutti i toni dell’azzurro e del blu, alludendo a irreali oceani; o, ancora, guizzi cromatici nervosi accarezzano strane larve o ali.
Alcune forme sono precise, blocchi compatti di colore; altre forme sono sinuose, liquide, spiazzanti.
Viene da pensare a qualche avanguardia o postavanguardia pittorica; la mente dubbiosa chiama in aiuto termini quali futurismo, spazialismo, action painting, astrazione onirica; si cerca di capire, ci si avvicina e…non si trovano le pennellate! ci si chiede allora quale nuova tecnica possa essere stata adoperata, finchè non si trova la didascalia: “stampa su pannello” o “stampa su tela”, ma non si riesce assolutamente a comprendere come abbia agito questo originale fotografo, a meno che non si riceva un chiarimento da Amos in persona…chiarimento che sarà sempre comunque parziale, perché ci sono dei segreti che non possono essere rivelati a nessuno!

  (”Atomo”)

Ho conosciuto Amos Crivellari nel 2004. Una galleria d’arte nei pressi della stazione di Venezia aveva organizzato alcune mostre, una accanto all’altra; mi sorpresi davanti ad alcuni quadri informali dai colori bellissimi, alcuni simili a paesaggi surreali, altri composti di forme suggestive e misteriose. Mio marito, più furbo di me, aveva già capito che non erano quadri, ma era egualmente perplesso sulla tecnica.
Ci trovavamo nello Studio D’Arte Due, Galleria Bonan, e si trattava della Personale “Animazioni Notturne”. Si avvicinò a noi un gentile signore con gli occhiali, che, felice per i nostri complimenti, cominciò a spiegarci come faceva a “catturare la luce” attraverso una macchina fotografica: non si trattava di esposizioni multiple, né di impressionare sulla lastra, attraverso una lunga esposizione, un soggetto in movimento, ma si trattava proprio del contrario!
Era lui che, muovendo opportunamente la macchina fotografica, inseguiva un’insegna luminosa, una serie di fanali, una o più fonti di luce notturna di qualunque genere, purchè abbastanza intense, e trasformava un banale paesaggio urbano in qualcosa di completamente diverso. Naturalmente il procedimento non era affatto semplice; per ottenere risultati soddisfacenti all’inizio aveva dovuto scattare centinaia di foto per ottenere l’immagine giusta -Amos infatti non usa la tecnica digitale, ma quella tradizionale, e non fa alcun intervento in fase di sviluppo e stampa.
Negli ultimi tempi, però, ha sempre meno bisogno di procedere per tentativi, e sa fin dall’inizio che cosa vuole e come ottenerlo. Deve solo tradurre l’intuizione in immagine.
Tutta la sua abilità è insita nella mano e nell’occhio; tutto il suo genio, nel lasciar emergere forme che paiono uscire direttamente dall’anima o dal subconscio, anziché dalla realtà esterna. Ed è proprio questo che avviene: Amos non copia la realtà, come farebbe un fotografo tradizionale, ma crea una realtà tutta sua; quindi, la macchina fotografica per lui ha la stessa funzione del pennello per un pittore.
Il risultato è sempre un pezzo unico, irripetibile: le tele e i pannelli sono firmati ad uno ad uno, il negativo originario viene distrutto.
Non per niente - come ci confidò dopo poco - il suo ambiente naturale per esporre era divenuto un po’ alla volta quello dei pittori, ed aveva cominciato a sviluppare lì le sue migliori conoscenze ed amicizie; anche perché, dopo i suoi inizi tradizionali come fotografo in bianco e nero (paesaggi friulani e testimonianze sulla tragedia del terremoto), quando aveva cominciato ad elaborare la luce notturna in modo sempre più originale, i suoi colleghi sembravano non riconoscerlo più come un proprio simile, parevano quasi non riuscire ad accettare la sua visione artistica. Le sue immagini hanno sempre un titolo; ecco alcuni esempi: “Direttrici”, “Onde”, “Accelerazione”, “Epicentro”, “Generazione”, “Intimità”, “Aperture”, “Poesia”, “Distorsioni”, “Intrecci”, “Atomo”, e così via.
Dopo quel primo incontro, ho avuto modo di conoscere l’arte di Amos Crivellari attraverso diverse altre mostre e pubblicazioni; si tratta comunque solo di alcune tra le ultime, cui ha partecipato o di cui è stato il protagonista, e moltissime altre ne aveva già fatte in precedenza.
Ricordo con particolare piacere la sua personale a Gemona nel 2005 (“Forme di luce”, Galleria d’Arte Babele), ricca di immagini molto belle e molto varie (è stupefacente come, da un punto di partenza simile, si possano ottenere risultati tanto diversi!); la galleria era proprio di fronte al Duomo di Gemona, un gioiello dell’arte romanico-gotica, perfettamente restaurato dopo i notevoli danni del terremoto. In questa occasione ho avuto l’onore di leggere alcune mie poesie ispirate alle immagini di Amos.
In seguito, ho visitato la sua esposizione a Ca’ Lozzio, vicino ad Oderzo, realizzata insieme al fratello Antonio, che è pittore molto originale, dalla tecnica personalissima, ed anche poeta.
Vorrei concludere con una poesia scritta, appunto, da Antonio, dedicata al fratello e pubblicata nel catalogo della mostra di Gemona:

A Amos

Ad angolo ampio
dal tuo ciglio stupito
l’inciso fulgore trapassa
il diurno varco serrando
i mobili tratti
della tarda veglia
nell’iridata effigie svelata
come virtuale essenza
del nostro tragitto
oltre ogni parvenza.

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“Medardo Rosso a Palazzo Venier”

pubblicato su "viadellebelledonne"  il 31 Ottobre  2007 ·

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Medardo Rosso: uno scultore dalla personalità originale, autore di opere che colpiscono ed ammaliano a prima vista con le loro forme sfumate, quasi incerte se uscire dalla materia, in cui sono plasmate, oppure dissolversi all’improvviso…oggi è stata realizzata una mostra sulla sua produzione, non solo di scultore, ma anche di fotografo sperimentale, a Palazzo Venier dei Leoni, sede del prestigioso Museo Guggenheim a Venezia.
E già su questo palazzo e sulla sua mitica proprietaria, Peggy Guggenheim, miliardaria eccentrica ma soprattutto talent-scout, mecenate, amante appassionata e geniale di talenti artistici (Max Ernst e Jackson Pollock fra gli altri), detta l’ultima dogaressa, morta nel 1979 a 81 anni proprio in questo palazzo, ci sarebbe moltissimo da dire…le sue ceneri furono seppellite nel giardino, e la Fondazione Guggenheim ha trasformato la dimora di Peggy in uno dei maggiori musei d’arte moderna al mondo.
Palazzo Venier dei Leoni è un edificio incompiuto: la sua lunga e bassa facciata in pietra d’Istria, le cui linee sono ammorbidite dagli alberi del giardino interno, si distingue a colpo d’occhio in mezzo ai palazzi che si affacciano sul Canal Grande, dall’Accademia alla Basilica della Salute.
Dentro, dove una volta viveva Peggy, nelle sue stanze ora si possono ammirare capolavori di Ricasso, Calder, Mondrian, Kandinskij, Mirò, De Chirico, Dalì, Magritte, Ernst, Pollock, Balla, e molti altri; nel giardino, arricchito da sculture, passeggiano i turisti, incuriositi anche dalle tombe dei cagnolini di Peggy (si faceva sempre fotografare con uno di loro in braccio ed enormi occhiali neri, con artistica montatura bianca a farfalla); poi, ci si affaccia sul Canal Grande, e si può ammirare uno dei più bei panorami al mondo: il Bacino di S.Marco, la Chiesa della Salute, la punta della Dogana…qui Peggy scendeva a prendere la sua gondola. Ai remi, un gondoliere, ma non uno qualunque, bensì una figura che oggi non esiste più, “el gondolier de casada”.
Accanto al museo permanente, si alternano mostre temporanee, organizzate dalla Fondazione Guggenheim. Questa su Medardo Rosso è stata realizzata in collaborazione con il Museo e l’Archivio Medardo Rosso di Barzio (Como), che custodiscono l’intera eredità di opere e l’archivio dello scultore, giunti eccezionalmente integri alla pronipote.
Rosso è una figura nota e ampiamente studiata; è considerato, nel panorama europeo della scultura di fine Ottocento, come precursore della modernità, tuttavia una grandissima parte della sua produzione è ancora sconosciuta.
Riporto da un depliant della mostra:
“Il vaglio sistematico e capillare dei documenti, carte e lettere dell’Archivio apre orizzonti inattesi e del tutto contraddittori rispetto all’immagine tramandata dello scultore scapigliato-impressionista. Rosso, per natura, è stato un ingegno nascosto: ha abilmente occultato tutto il suo lavoro sulla fotografia, ha esposto a più di quindici anni di distanza le opere che gli erano più care come Madame X o Yvette Guilbert, e alla fine della sua vita, ha distrutto, come Marcel Duchamp, tutte le lettere ricevute dai suoi corrispondenti. Fin dall’inizio della sua carriera ha abilmente diretto le linee delle sua biografia, contribuendo alla definizione di una visione univoca della sua arte, assunta senza discussione dalla storiografia, così che l’intera parte novecentesca della sua vitalità creativa è rimasta finora senza voce.
………..
La scelta di esporre una selezione di sculture documentate, tra cui Madame X (1896), Yvette Guilbert (1895), Rieuse (1890), Enfant malade (1889), testimonia il complesso lavoro di datazione e di ricostruzione della produzione di Rosso, per il quale il tempo sembrava importare poco: a volte è l’artista stesso a confondere le date delle sue opere, come se per lui l’opera fosse una cosa fluida che dura per la vita in scultura o in fotografia.
…………
Troverà, inoltre, ampio spazio il lavoro sulla fotografia: oltre 100 opere fotografiche provenienti dall’Archivio Rosso aggiungeranno un tassello alla questione, centrale nella contemporaneità, della relazione tra Scultura e Fotografia. Le parole di Paola Mola svelano il senso di questa relazione annunciata fin dal titolo della mostra: “Ho pensato alla parola Forma perchè comprende scultura e fotografia e perchè non è necessariamente concreta, può essere anche quello che resta nell’occhio o nella memoria. Instabile anche per qualificare la scultura di Rosso in relazione a quella antica radicata nel terreno, quella che segna i luoghi: l’obelisco, l’altare; ma anche per distinguerla da quella ottocentesca o anche novecentesca sulle basi o piedestalli. Rosso è da camera, da ‘mobile’, mobile appunto, da teca trasparente e riflettente. Perciò la forma instabile”.

L’allestimento delle opere rispetta le direttive dell’autore stesso, con un concetto che oggi appare suggestivo, ma a quei tempi doveva essere addirittura rivoluzionario; le sculture sono cioè esposte come lui stesso fece, dentro “scatolette” di vetro e metallo,con apposita illuminazione.
Il risultato è indubbiamente suggestivo. In piccole stanze rivestite di moquette grigio-scura, appaiono dentro le teche trasparenti i suoi bambini malati, la rieuse, l’ecce puer, le dame con la veletta, la donna che allatta; appositi faretti fanno risaltare il sorriso, il seno, le palpebre calate, i tratti centrali del volto, o lo sparire dei lineamenti…girando intorno alla figura, questi strani esseri cambiano espressione, si trasformano…tutto ciò che non è essenziale affonda nella semioscurità, e, se ci avviciniamo per osservare meglio, ci rendiamo conto che Medardo ha lavorato con mani sensibilissime i punti focali, mentre ha volutamente trascurato quelli periferici. In molti casi, sembra che abbia quasi voluto rendere ancora più rozza la materia che fluttua intorno, le parti marginali e il retro delle sue creazioni - cincischiando e strapazzando, impastando con un specie di rabbia la cera, il gesso, il bronzo.
Il suo pensiero era che la materia non esiste, conta solo la luce. Una vera e propria sfida, la sua.
Mi ha commosso il suo “Enfant malate” del 1898, in cera e gesso: un visetto liscio liscio, chinato su grumi di cera giallastra, sfinito - estenuato dalla difficoltà di respirare, sembrerebbe, perché la bocca è semiaperta. Assolutamente essenziale,senza sentimentalismi.
Intorno ad ognuna di queste statue (che potrebbero essere anche considerate installazioni), una serie di fotografie che Medardo elaborò in vari tempi, e con differenti tecniche. Fotografava le sue “forme” da varie angolazioni, su diversi sfondi; poi ritagliava le fotografie, ed attuava nuovi scatti di foto su foto, veri e propri montaggi e reinterpretazioni che preludevano a generi artistici del 1900.
A volte, questi pezzetti di cartoncino incorniciato su muro sono così piccoli, non comunicano molto ai nostri occhi abituati ad immagini appariscenti; ma sono sempre una ricerca di nuovi limiti, opere originali, vive di una vita propria - la loro modernità sconcerta e lascia ammirati.
Gettano una luce nuova sulle sue sculture; in alcuni casi, sono piccoli capolavori dal valore autonomo. Aprono spiragli sul lavorio della sua mente: alcune foto dell’ecce puer, ad esempio, sono tutt’altra cosa dell’ecce puer in cera su gesso. La foto, la cera, il bronzo non sono nient’altro, forse, che riflessi della sua idea di “Ecce puer”.

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Venezia, l’Islam e Pamuk”

pubblicato su "viadellebbelledonne" il 19 Ottobre  2007 ·

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“Da Venezia viaggiavamo alla volta di Napoli, quando le navi turche si pararono dinnanzi a noi”. Questo, l’incipit de “Il castello bianco” di Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura 2007.

Il romanzo è una metafora del legame tra Oriente e Occidente, dotto e ironico divertissement a metà strada fra romanzo storico – ambientato nel 1600 – e “conte philosophique”; una miriade di temi affiora sotto lo scorrere apparentemente semplice della narrazione: astronomia, astrologia, bestiari fantastici, intrighi di corte, fuochi artificiali, l’apologia della scienza e la ricerca dell’io – davanti allo specchio di un “gemello diverso”.

Sulla copertina di questo smilzo ma denso volumetto appare il profilo tagliente e baffuto di Solimano II il Magnifico, opera di un pittore di scuola tedesca del XVII° secolo. E’ vestito di rosso, con fitti bottoni – il capo sormontato da un voluminoso turbante, soffice come panna montata.

L’accostamento con il manifesto della mostra “Venezia e l’Islam”, attualmente al Palazzo Ducale di Venezia, è facile e immediato. Anche qui, un fine profilo dal lungo naso e la barba appuntita, un abito rosso, un sontuoso turbante. E’ il Sultano Mehmed II, ritratto da Gentile Bellini: affrontato, attraverso un’elaborazione grafica dal significato trasparente, con il profilo del Doge Giovanni Mocenigo, anch’esso di Gentile Bellini, dipinto intorno al 1480 come il quadro precedente. Il Doge ha un naso carnoso, il sopracciglio aggrottato e una bocca decisa sopra un accenno di doppio mento; porta un mantello bianco con bottoni dorati e il tipico “corno” dogale sul capo.

Il curioso montaggio vuole simboleggiare due mondi, accomunati da un legame intessuto di commerci ed arti, tecniche e materiali, fonti d’ispirazione e frequentazioni; anche da contaminazioni e prestiti figurativi e letterari, usanze e linguaggi.

Fu sostanzialmente in virtù del suo rapporto con l’Oriente che Venezia divenne un grande impero marittimo; sola potenza europea ad avere plenipotenziari nelle città del vicino Oriente, mantenne nei confronti del mondo islamico un approccio sempre razionale, seppe comprenderne la filosofia e la scienza – nonostante le peripezie traumatiche e sanguinose della storia.

Da parte sua, l’Islam dimostra altrettanto interesse per Venezia; se gli artisti e gli artigiani veneziani si ispirano a quelli islamici e ne studiano le tecniche, i mercanti d’Oriente importano manufatti veneziani ed i Sultani stessi commissionano opere d’arte a Venezia.

Sede della mostra è l’immensa sala dello Scrutinio, cuore dell’attività politica ai tempi della Serenissima; stanza prestigiosa, opera d’arte essa stessa, eppure…ombre inquietanti dominano le enormi pareti, completamente ricoperte da quadri giganteschi. Famose battaglie, vinte dai Veneziani contro i Turchi – in primis quella di Lepanto –, sono rappresentate sotto forma di manieristici grovigli di corpi, scagliati nella lotta o inerti nell’agonia, riversi nella morte o vittoriosi…e poi, spade, picche, frecce in volo o infilzate in un cranio, lunghissimi remi, vele, uomini in acqua a profusione…un carnaio orrendo.

Sappiamo che questa vittoria non fu in grado di impedire il lento ma inarrestabile declino della Repubblica; le vie della storia, dopo la scoperta dell’America, non passavano più attraverso le rotte del Mediterraneo, Venezia perse la sua posizione privilegiata di trait-d’union fra Occidente ed Oriente.

Distogliendo lo sguardo dalle pareti, l’occhio si riposa sopra una quantità di oggetti preziosi, in mescolanza di scritture e stili. Quadri di pittori veneziani rappresentano scene di vita in città orientali o visite di ambasciatori orientali nella città lagunare, con i loro magnifici cortei.

Vediamo ritratti di personaggi dalle nazionalità svariate, di mano veneta. Vasi di provenienza orientale, in cristallo di rocca con decorazioni dorate incise in caratteri arabi, e dediche in lettere romane. Vassoi intarsiati in oro e in argento con raffinati motivi geometrici, arabi o persiani. Porcellane cinesi importate in Europa, e ceramiche persiane che imitano le cinesi, ed europee d’imitazione orientale; ma il gioco degli specchi non è finito, anche in Asia Minore vennero imitate le ceramiche di Faenza, e qui ne vediamo alcuni esempi.

Non mancano preziosi tappeti persiani antichi, la cui ampia diffusione a Venezia è documentata da quadri di Tiziano, di Lorenzo Lotto ed altri. E, naturalmente, non mancano armi cesellate sequestrate ai Turchi; più interessante, però, un Corano, stampato a Venezia in arabo.

Vasi, libri, scrigni e gioielli testimoniano un fervore d’intrecci artistici e culturali.

Percorrere tutto ciò con lo sguardo e con la mente, è un’azione simile a quella del Maestro che, nel libro di Pamuk, attira a sé il nobile veneziano, suo schiavo, e gli dice: “Vieni, guardiamoci insieme allo specchio”.

“Venezia e l’Islam” - Palazzo Ducale - 28 luglio-25 novembre

Orhan Pamuk “Il castello bianco”, Einaudi

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Tiziano. L’ultimo atto”

pubblicato su "viadellebelledonne" , Ottobre 11, 2007 ·

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“Tiziano-l’ultimo atto” - Belluno, Palazzo  Crepadona (15/09/2007 - 6/01/2008)

Tiziano, come tutti sanno, fu pittore sontuoso e prolifico; artista fortunato e beniamino alle corti d’Europa, morì in tarda età, dopo onori e soddisfazioni d’ogni genere.

Nato in un piccolo paese di montagna, Pieve di Cadore, intorno al 1490, e poi vissuto nella città di Venezia, allora nel pieno del suo splendore economico e politico, artistico e culturale, fu apprendista nelle rinomate botteghe di Gentile Bellini e di Giorgione. Ben presto, fu in grado di superare i suoi maestri con lo sfavillare dei colori, stesi con una sua innovativa tecnica tonale; cominciò a stupire con le sue pale d’altare armoniose e i suoi vivissimi ritratti, conquistò l’Italia e l’Europa.

Fu invitato da Carlo V e Filippo II, banchettava con l’Aretino…eppure, quando quest’ultimo suo amico morì, nel 1556, e poco dopo il suo amato fratello Francesco, un’era della sua vita finiva.

Il grande pittore iniziò a diventare introverso, solitario; un serie di preoccupazioni familiari e problemi di salute lo tormentavano, il suo modo di dipingere cambiò. La vista lo abbandonava gradualmente e la mano, con l’età, diveniva tremolante ed incerta.

Anziché arrendersi, inventò un nuovo modo di dipingere; lasciò alla bottega i lavori su commissione, che si accontentava di dirigere, mentre tenne per sé i soggetti più interessanti e sperimentali, che dipinse anche usando direttamente le mani, con tocchi violenti, approssimativi, con stesure disgregate e vacillanti. Il risultato è sconvolgente: il colore e la luce (o il buio) parlano da soli, quasi svincolati dalle forme che restano talvolta allo stato embrionale, e la pura emozione di una sofferenza (l’Addolorata, il Cristo Portacroce) o di un evento eccezionale (l’Annunciazione) passa direttamente dalla tela a chi guarda.

C’è come il salto di alcuni secoli: viene da pensare ad una tecnica impressionista e ad una sensibilità tragicamente malata, o meglio, acutamente consapevole di quel male di vivere che inizia col crollo del solare Rinascimento, prosegue con la crisi della Controriforma – che non a caso propone i suoi drammatici soggetti al vecchio Tiziano – e lancia le sue diramazioni fino al secolo dell’atomica, dell’esistenzialismo, delle rivoluzioni e delle avanguardie.

Gli ultimi venti anni della sua vita sono una pressocchè continua meditazione sulla morte; e questa è proprio la materia della mostra “Tiziano. L’ultimo atto”, che attualmente si può visitare a Belluno, città contigua alla Pieve natale del pittore, cui egli si riavvicinò nella vecchiaia.

La mostra presenta numerose novità interpretative e gli esiti di importanti studi, esponendo a Palazzo Crepadona più di 120 opere che rappresentano questo ventennio, ma anche dipinti di cronologia precedente ma trattenuti in casa dal Maestro per scelta ed affetto, e là rimasti alla sua morte, oppure necessari a far comprendere il formarsi dell’arte dell’ultimo periodo

Questa mostra permette anche di far luce su aspetti dell’autore ancora poco indagati, come il suo rapporto con la prolifica bottega; poi ci sono interessanti sorprese: opere inedite di altissima qualità esposte per la prima volta proprio qui – un’esplosiva “Venere e Adone”, una “Fanciulla con vassoio”, una dolcissima Madonna con bambino, da una collezione privata – e documenti relativi all’attività e ai movimenti di Tiziano, ritenuti fino ad oggi perduti.

Diamo dunque un ultimo sguardo alle Dolomiti che sovrastano Belluno, al cielo sereno di questo tiepido autunno; voltiamo le spalle alla piazza centrale della città e, dirigendoci verso il Duomo, incontriamo Palazzo Crepadona. Il percorso espositivo parte dall’alto, volutamente; l’architetto Mario Botta ha steso un tappeto nero per condurre il visitatore, attraverso le varie sezioni della mostra, fino a scendere sempre più giù, nel cortile da lui adattato a scenografia per le ultime tre spettacolari opere di Tiziano.

La prima stanza ci accoglie con una serie di suggestioni visive e culturali atte a farci entrare nello spirito dell’epoca; restiamo circondati dai libri che il pittore leggeva, e che parlano anche di lui (ad esempio “Le vite de più eccellenti pittori, scultori e architettori” di Giorgio Vasari), da oggetti in uso in quel periodo ( un paio di altissimi zoccoli, detti “calcagnetti”, che usavano le dame di Venezia, una bellissima alzata in vetro “ghiacciato” blu), o trovati nella sua casa ( gessi di statue classiche), ritratti del pittore stesso (uno è eseguito dal Carracci), sontuose stoffe e monete d’epoca.

Ci sono ciotole di colori eguali a quelli che egli si preparava personalmente, e che hanno nomi per noi misteriosi e suggestivi: lapislazzuli, cenere d’oltremare, cinabro, lacca di cocciniglia, verde azul, resina d’ambra…colori intensissimi, che entrano letteralmente negli occhi.

Non manca una lettera scritta in elegante e regolare grafia da Tiziano a Carlo V, per sollecitare, con parole opportunamente diplomatiche, l’invio di una pensione mensile, promessa dal re in cambio di alcuni quadri. L’ultimo oggetto di questa sezione è il “Liber mortuorum” della parrocchia di S.Canciano, un registro stretto e lungo, dove la sua morte è segnalata con un rapido scarabocchio: il famoso pittore fu seppellito in gran fretta, per un’epidemia di febbri, forse peste.

La successiva sezione della mostra esplora i rapporti fra Tiziano e la sua bottega, interessanti dal punto di vista storico, meno dal mio – indubbiamente troppo personale e soggettivo: egoisticamente, preferisco in genere poter ammirare una quantità minore di quadri, ma più godibili e di qualità superiore. Poter confrontare, tuttavia, un “Apollo e Marsia” di collezione privata, con pesante intervento di bottega e colori alquanto spenti, con l’ “Apollo e Marsia” di Kromeriz, dipinto personalmente da Tiziano, contribuisce ad apprezzare ancor di più la pennellata sconvolta e drammatica del secondo; il soggetto è una meditazione sulla superbia umana, sui limiti di ogni ambizione artistica – limiti di cui il pittore era ben conscio in quel momento. Eppure, sono proprio questi che infondono alla scena dipinta un senso di irrimediabile tragedia. Il satiro immolato, a testa in giù, non urla, ma domina la scena con la sua carne sfatta; il viso di Apollo in azione non si vede, mentre è ben visibile la bestialità del satiro che lo aiuta e la tristezza del re Mida in meditazione – forse un autoritratto di Tiziano. Questa versione ho potuto ammirarla in una bellissima mostra di qualche anno fa al Palazzo Ducale.

Cito alcune opere prevalentemente di bottega come esempi di quanto la mostra offre: “Perseo e Andromeda”, scenografico e piatto, “Venere col cagnolino”, opera ricca di simbolismi, che un restauro dell’Ottocento ha falsato nello stile ed appesantito. In alcune di queste opere l’intervento di Tiziano è più visibile: una “Madonna della Misericordia” copre i suoi fedeli con un ampio velo trasparente, dipinto con tocco rapido e leggero. C’è un’ “Orazione nell’orto” dai toni scurissimi; Cristo è una piccola figura luminosa in alto, sotto la Luna.

La seguente sezione grafica è molto ricca e meriterebbe una recensione a parte, quindi preferisco non parlarne affatto. Passo dunque alla sezione più interessante della mostra, quella centrale, con ritratti e soggetti sacri, tutti appartenenti all’ultimo periodo di vita di Tiziano e tutti di sua mano. Un ritratto virile: l’uomo è vestito di scuro, ha lo sguardo fisso ma profondo, la barba, una mano pallida in gesto quasi interrogativo. Francesco I, imponente ma dai tratti grossolani e sprezzanti, è di profilo come una medaglia. Una bella donna matura in abito elegante, ma dipinto alla brava, sembra assorta nei suoi pensieri; accanto a lei una bambina dagli occhi scuri la guarda, quasi a domandarsi come sarà la sua vita futura. I volti ben definiti risaltano straordinariamente sui vestiti dalle tinte sparenti. Paolo III : vecchio e stanco, con la morbida barba bianca finemente dipinta, la mano magra abbandonata sul velluto rosso del mantello. Un lampo di furbizia serpeggia ancora nei suoi occhietti.

Poi ci sono i soggetti sacri, dove Tiziano raggiunge momenti di struggente poesia. I più interessanti, per me, sono alcuni quadri di dimensione medio-piccola; qui, l’autore giunge al massimo della sintesi espressiva – i personaggi sono in posizioni semplici, con tagli e scorci che ne intensificano drammaticamente le emozioni. S.Margherita di Antiochia alza una mano, decisa; del mostro orrendo che la minaccia, si vede solo la bocca spalancata. S.Domenico, intenso nel bianco e nero della tonaca. Ma qui ancora i colori sono densi, mentre cominciano a tremolare e guizzare nell’Ecce Homo di Sibiu (la sua aureola è una lucciola morente), a svanire nel Cristo Portacroce di S.Pietroburgo; il mantello rosso della Mater Dolorosa è un grido, mentre si stringe le mani con gesto convulso. L’intensità dei loro sguardi raggiunge livelli altissimi, ma questo avviene proprio nell’assenza di quella che sarà poi la retorica seicentesca; il dolore è sofferenza pura e semplice, molto umana. Nessun compiacimento, ma una sobria contenutezza.

Da notare che la maggior parte di queste opere non era mai stata esposta fuori dai paesi d’origine.

Segue una sezione della mostra anch’essa molto interessante, e anche in gran parte piacevole, che illustra i suoi collaboratori, i successori della bottega, con le loro opere attuate in autonomia, e infine gli epigoni; qui si può capire l’influenza che ha avuto il Vecellio, e non solo in Italia, ma anche in Francia e Spagna.

Anche questo argomento potrebbe avere una trattazione a sé stante. Preferisco scendere con voi – o meglio, ridiscendere virtualmente – le scale di Palazzo Crepadona, per darvi un’impressione del grande cortile centrale: le aperture ai piani sono finestre metafisiche, pavimento e sostegni, che enfatizzano con molteplici incorniciature azzurrine i quadri, sono un continuum che attira il visitatore verso una contemplazione concentrata…i quadri sono tre, straordinari. Un altro Paolo III, con camauro, protettore di Tiziano negli ultimi anni. S.Giacomo in cammino, proveniente dalla chiesa veneziana di S.Stae, scende con ampio e sollecito movimento delle membra e delle vesti. Prevalgono i toni dell’oro antico. La sua meta non è di questo mondo. Infine, un’ultima cena di dimensioni notevoli, uscita per la prima volta dalla Spagna, anzi dal palazzo della Duchessa d’Alba.

Cristo è centrale fra due gruppi di apostoli; S.Pietro si ritrae con orrore, alla rivelazione del tradimento. Ma il suo Maestro è immobile, come assente, già sospeso in una luce superiore.

Anche per i visitatori, un’ultima pausa di meditazione sull’ultimo Tiziano, prima di uscire nel tiepido sole del mezzogiorno bellunese. Brevi scorci dolomitici ci guardano dall’alto, proprio come ai tempi in cui viveva in questi dintorni il grande pittore.

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BALKANI
Antiche civiltà fra Danubio e Adriatico
Museo nazionale Archeologico di Adria (Parco del Delta del Po)
7 luglio 2007 – 13 gennaio 2008

pubblicato su Viadellebelledonne il 21/08/2007

Ho visto per voi la mostra “Balkani”. Adria è una graziosa città sul Delta del Po; per arrivarci da Venezia – a meno che non si prenda l’automobile, mezzo attualmente non in mio possesso – ci si serve di una linea ferroviaria privata, i cui vagoni risalgono a più di cinquant’anni fa, quando vennero soprannominati dai loro utenti di fascia contadina “la vaca mora”.

Il trenino cigola, arranca lentamente sull’unico binario, procede in mezzo ai campi ed a piccoli paesi; l’unica stazione un po’ più grande risale all’epoca fascista, altre stazioni sono così poco frequentate che la fermata avviene a richiesta.

Adria è una cittadina attiva, con molti negozi, un ricco mercato settimanale; attraversata dal Canal Bianco, sulle cui sponde ci sono ville e palazzi accanto alle costruzioni moderne, vanta il prestigioso Conservatorio di Musica “Antonio Buzzolla” ed un Museo Archelogico recentemente rinnovato, centro di studi rivolti principalmente agli scavi locali e nel vicino sito di Spina, antica città etrusca.

Attualmente, questo museo ospita la mostra “Balkani”.

Tra i molti capolavori d’arte prestati eccezionalmente dal Museo Nazionale di Belgrado, spiccano gli ori e gli argenti relativi ad alcuni corredi principeschi dell’Età del Ferro, rinvenuti in numerose località dell’attuale territorio serbo e confluiti nelle collezioni del Museo di Belgrado in occasioni diverse.

Capolavoro della piccola scultura è la statuetta rappresentante un fabbro al lavoro, mentre martella una barra di metallo all’incudine, ottenuta per fusione, dalle forme straordinariamente moderne, che ricorda in qualche modo le lontane figurazioni della cultura cicladica.

Un po’ dovunque, lungo le valli percorse dai fiumi del territorio centro-Balcanico, sono presenti le cosiddette “tombe principesche”; degne di nota quelle rinvenute a Trebenište e di Novi Pazar, città ai nel sud della Serbia, presso i confini con il Kosovo.

Non è facile conoscere, allo stato attuale degli studi, le popolazioni e le culture cui sono pertinenti queste grandi sepolture: si tratta con ogni probabilità di popoli nomadi

La tomba principesca di Novi Pazar – il termine “tomba” è qui usato per convenienza, poiché all’interno del tumulo non si sono rinvenuti resti umani ( si tratta forse di un nascondiglio temporaneo ) – è stata scoperta accidentalmente, mentre si restauravano le strutture portanti della chiesa di San Pietro, a ca. 2 km di distanza dal centro della città.

Tra i numerosissimi oggetti ritrovati, due eccezionali cinturoni d’oro del tipo Mramorac, oltre a sei pettorali circolari sempre in oro, di oltre 20 cm di diametro ciascuno, e altre grandi placche auree semicircolari sempre lavorate a sbalzo, destinate probabilmente alla decorazione dell’abbigliamento del defunto. Anche centinaia e centinaia di piccole placche decorative di forme diverse – triangoli, rettangoli, svastiche, cerchi, bottoni, ecc.) decoravano con ogni probabilità le suntuose vesti del principe.

Inoltre, in questa tomba sono stai rinvenuti bracciali, straordinari pendenti simili per fattura alle già ricordate cinture, e numerose fibule in argento e oro.

Le prime tombe di Trebenište vennero scoperte occasionalmente da alcuni soldati bulgari nel 1918. Tra i reperti più preziosi figurano quattro maschere funerarie d’oro, uniche in tutta l’area balcanica, di cui due conservate oggi a Belgrado. Una in particolare mi ha impressionato per la sua somiglianza con la cosiddetta maschera di Atreo: dietro le vetrine, una sorprendente, mitica epifania.

L’uso di tali maschere, esempi successivi dal punto di vista cronologico alle celebri maschere micenee, oggi ad Atene, è probabile derivi dagli influssi culturali greci sulla ritualità funeraria propria dei popoli balcanici.

Dopo aver visitato la mostra, ho approfittato per rivedere, rapidamente, il museo archeologico, ed ho osservato come la nuova ristrutturazione abbia messo in evidenza la ricchezza dei corredi funerari recuperati soprattutto a Spina. Porto commerciale, questa antica città ha visto coabitare popolazioni diversissime attraverso i secoli, ed anche contemporaneamente, quasi un moderno modello di società multietnica.

Oltre agli oggetti preziosi, nelle tombe sono stati ritrovati innumerevoli piatti e vasi, adoperati spesso per il banchetto funebre prima di essere sepolti con il morto.

Accanto agli uomini, armi. Accanto alle donne, pettini, specchi e balsamari.

Ma il reperto più spettacolare, è quello di una biga con tre grandi cavalli, le cui ossa sono in stato di perfetta conservazione. A chi appartenevano? Perché sono stati sepolti così? Gli archeologi non hanno trovato una risposta.

 

Questo viaggio nel tempo e nello spazio mi ha ispirato una composizione in versi:

“Cartolina”

tornerò nel piccolo treno
fra paesi invisibili, orti di pomodori
si alzeranno gli aironi in sospeso
e scorreranno sponde di mais …

dalla mia gabbia del vivere penso
alla stazione grande, agli archi assolati
al bigliettaio in affabulazione
che attende lenti scambi

poi, mi porterà il treno a sentire
l’acqua dentro l’erba, i morti antichi
le spade ripiegate nei riti
mamme coi piatti, anfore, bambini

là, dove cuculi e cicale
si rispondono sotto alberi frementi
e il tempo comprime i cocci
delle genti svanite
dentro una bianca stanza hanno portato
le ossa dei cavalli nella biga
le cinture dei principi, la maschera
d’oro scolpito

accanto alla vecchia Spina
disabitata dai vivi

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“Paradise lost”

pubblicato su viadellebelledonne il 30 Luglio  2007

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PARADISE LOST – The first Roma Pavilion

Palazzo Pisani S. Marina (piano nobile) | Venezia | Cannaregio 6103 | Calle delle Erbe
 

Molti anni fa, questa parte di Venezia per me era luogo di passaggio quotidiano: abitavo in Calle della Testa, e portavo spesso i miei bambini a giocare in Campo S.Maria Formosa. Oggi i miei non più bambini abitano a Mestre, ed io mi sono trasferita vicino alla stazione. Ma da Rialto (zona frequentatissima) a S.Marina, campo vicino a S.Maria Formosa, ci sono soltanto “due calli e callette” – come si usa dire qui – ed ecco che, questa mattina, mi ritrovo a riempire il tempo con una passeggiata svagata su questi “masegni”, battuti nei secoli da tanti veneziani e tanti stranieri.

Proseguo per la Calle del Cristo e, non appena comincio a salire i gradini del ponte omonimo, una sorpresa mi aspetta: la vetusta superficie screpolata del Palazzo di là dal canale (Palazzo Pisani S.Marina), non è adorna solo dalle abituali finestre gotico-moresche, ma anche da un enorme stendardo, che copre quasi tutta la superficie del piano nobile con sgargianti papaveri e girasoli stilizzati, color arancio, e foglie verde-marcio su fondo nero. Un’improbabile tappezzeria per mascherare i segni del tempo? No, la risposta è un’altra ma sibillina, e sta nelle parole a caratteri cubitali sopra e sotto la tappezzeria: “Paradise lost” e “The first Roma Pavilion”. Una scritta più piccola fa capire che l’inziativa fa parte della Biennale di Venezia 2007.

Attraverso due ponti, faccio un giro intorno al grande palazzo, ed entro dalla parte della Calle delle Erbe: le scale, intonacate di fresco, sono ricoperte da un soffitto con bellissimi stucchi allegorici dai teneri colori pastello. Salgo due, tre rampe: i gradini sono ripidi, come in tutte le vecchie case veneziane, ma un corrimano in ferro battuto mi accompagna ed aiuta. L’atmosfera elegante è ben presto spezzata da un tocco un po’ folle: una tenda in vecchio damasco azzurro strappato, drappi buttati con nonchalance lungo il muro e decorati con nastri fioriti. Entro nella prima sala ed un filmato girato in Inghilterra mostra, attraverso interviste prive di commento, l’atteggiamento di alcuni giovani inglesi nei riguardi delle popolazioni nomadi, altrimenti chiamate “zingari”, “zigani”, “gypsies”, “Sinti”, “gitani”, o in altre maniere; i curatori della mostra hanno scelto il termine “Roma” ( corrispettivo a quello in uso in Italia “Rom”) in quanto considerato non spregiativo, come altri per secolare tradizione, e quindi politicamente corretto. Nel filmato si sentono ripetuti cori con insulti verso i Rom, in uno stadio; le interviste si concludono con la voce di una ragazza che, alla domanda su quali problemi le pongono queste persone, risponde: c’è un unico problema, che esistono. Altri ragazzi avevano risposto di non avere problemi con tutti gli zingari, ma solo con quelli che rubano.

Questa prima sala è dominata da un magnifico lampadario di Murano sui toni del rosa, evidente patrimonio del Palazzo, e da un’installazione che accoglie il visitatore come un grido silenzioso: sul muro, un enorme mantello di velluto nero apre le ali dietro una serie di sbarre metalliche, come un pipistrello inchiodato dai numerosi pugnali di un lanciatore di coltelli impazzito.

Si chiama “Il pipistrello nero” ed è opera di Kiba Lumberg: la stessa autrice (Roma women in Finland) presenta, nella seconda sala, una serie di gouaches molto colorate, con tipici personaggi: uomini e donne intenti ad attività domestiche o ricreative, tutti in movimento, in pose sospese, fuorché un uomo che è caduto a terra, accoltellato, ma ancora si contorce; ci sono slitte e panni al vento, lettere che cadono dal cielo e cavalli, ma soprattutto grandi uccellli bianchi, dappertutto, in volo, uno è cavalcato da una specie di angelo – ma forse è un bambino rom come vorrebbe essere –un uccello è caduto colpito da una freccia, ed un uomo lo calpesta senza pietà. Secondo me, il quadro più bello di Kiba rappresenta un essere asessuato, con gli occhi serrati sotto pesanti palpebre ed i capelli nerissimi drizzati in su; la sua pelle è scura ed ha bianche ali ripiegate; sullo sfondo di un rosso denso e cupo, in alto a sinistra sta volando via un’elegante ala d’oro puro. L’essere ha un aspetto imbronciato e ribelle: vinto ma non domato.

La seconda stanza stupisce ed attira per una variopinta serie di oggetti, richiusi in una vetrina oppure riversi a terra: cartoline quadretti bamboline e pupazzi in plastica bambole di stoffa scatole scatoline quaderni fogli ricami immagini religiose nani disneiani…il più sconcertante eppure fantastico kitsch, con un unico denominatore comune, il soggetto o l’ispirazione o comunque un richiamo alla tradizione, al pregiudizio, alla vita dei Rom. Accanto ad un angelo di plastica con la bocca a cuore, una grafia infantile stesa su una pagina di quaderno a righe avverte: “you never should play with the gypsies”.

Sono opere di Delaine Le Bas, donna e rom che vive a Worthing, in Inghilterra; la sua produzione straripante e fiabesca si estende lungo altre stanze e mura di questo palazzo, sotto forma di quadri in stoffa lucente ricamata con inserti di strass, colori squillanti, personaggi naïf o minacciosi, bambini, paesaggi, policemen, cavalieri e teschi (naturalmente, in paillettes). Delaine è una bellissima donna, ed appare in una foto accanto al marito Damian, che porta con disinvoltura un paio di basettoni alla Elvis. Lei confeziona bambole senza vestiti, il lungo corpo profilato con fini ricami appeso al muro, tristemente. Hanno anatomie di lustrini angeli cuori e corone. Lui dipinge acrilici con colori elementari e personaggi complessi, contornati da un segno nero: chimere dai grandi occhi all’ingiù, esseri plurimi, con capigliature ricce e grandi cappelli; teschi pistole e coltelli sono sospesi sullo sfondo, insieme a simboli del denaro, e soli che piangono.

In un’altra stanza, Damian ha maniacamente riempito le carte geografiche d’Europa e dell’India con grandi visi dagli occhi orientali – quasi icone tratte da un tempio indù – ed ha chiamato il tutto “Gypsiland”. Opera di appropriazione fantastica, là dove altri si proclamano legittimi proprietari.

Oggi i Roma sono qui, domani più in là; “the world is a ghetto”, l’India è chiamata Motherland, ed anche la mappa di Venezia è coperta con il pennarello da grandi occhi di “zingali”.

Altre installazioni fantastiche ed ironiche di Delaine si possono scoprire arrampicandosi, con la dovuta cautela, fino alla soffitta del palazzo, su per un paio di ripide scalette di legno: la soffitta, buia e soffocante, messa in sicurezza in modo appena passabile, sotto gli spioventi del tetto ospita, dentro alcune cavità recintate, i mondi di bambole oggetti accatastati stoffe ricamate di Delaine. In una sorta di fiaba rovesciata, accanto ai sette nani con Paperino buttati per terra c’è un quadro: rappresenta un cavaliere vestito da Robin Hood, ma sopra di lui appare la scritta: “He is not going to rescue you”.

A questo punto vedo che non riesco a seguire uno schema logico, né a condurre con me per mano, stanza dopo stanza, il mio compagno di visita virtuale. Per quanto organizzato e sostenuto da tre fondazioni culturali, lo spirito Rom rompe gli schemi molto più di tante, ormai stanche avanguardie e postavanguardie, che espongono i loro pretenziosi parti concettuali in molti musei di tutto il mondo. Gli artisti Rom dipingono, ricamano, intagliano il legno (Mihaela Cimpeanu), levigano la pietra, piegano il ferro (Marian Petre) e costruiscono installazioni nelle maniere più svariate, oltre ad esprimersi attraverso la fotografia e filmati video o DVD; ciascuno con la sua peculiare personalità, eppure con il denominatore comune di una vitalità eccezionale, da fra impallidire gli sforzi (spesso estenuati, a volte volutamente (?) squallidi) di molti artisti (o sedicenti artisti) non Rom. Un fondo costante ed oscuro di tristezza esalta anziché spegnere i colori Rom; un’ingenuità primordiale accompagna la sapienza tecnica, in alcuni casi davvero eccezionale.

L’esempio maggiore di pittore “classico” è István Szentandrássy, ungherese, allievo di Tamas Pèli e leader di una scuola di pittura nel senso tradizionale del temine. I suoi grandi, a volte monumentali quadri ad olio si trovano nella stanza centrale di Palazzo Pisani, parzialmente oscurata da pesanti tendaggi e con le pareti rivestite di tappezzeria rosso scuro.

I colori di questo pittore sono pastosi, le sue tele gremite da figure mitiche che si abbracciano fra loro o ti guardano con l’occhio fisso e sguardi scuri, intensi – ma non sai che cosa in realtà vedano. Ci sono donne e uomini vestiti con sontuosi abiti di epoche trascorse, toreri, cavalli con ali, donne simili a regine; quasi tutti gli uomini hanno un tipico cappello in testa, e fieri baffi neri; nel quadro più grande il personaggio centrale ha un volto tragicamente emaciato, tratti asiatici e grandi ali ancora tese, eppure già ripiegate.

Molti di questi quadri possono essere visti in chiave di racconto, dal soggetto mitico o letterario.

Daniel Baker, Rom inglese, è un tipo completamente diverso: si serve di specchi, vetri lucenti, screpolati oppure opachi per ottenere, attraverso godibilissime decorazioni a spruzzo, stampa o pennellate colanti alla brava, effetti diversi, cioè di pura osservazione e divertimento (fiori, roulottes, galletti), oppure sarcastici e destabilizzanti (lo specchio con la scritta in oro:”this is shit”).

Anche nella sua stanza ci si muove con curiosità ed ammirazione; lo stesso autore ha riempito un corridoio con segnaletiche in legno dai minacciosi ed ossessivi avvertimenti: “No entry”, “No admittance”, “Private”, “No travellers”, “No trespassing”.

Se invece volete proprio ridere, ma di cuore, basta che vi fermiate davanti alla Barbie di András Kállai, con il suo straripante corpo piramidale da Venere preistorica, tutta natiche e seni penduli, ed in cima la minuscola perfetta testolina da bambola chic: il voluto incontro di due idoli è choccante, fa riflettere ma anche divertire. András, che ci osserva da una foto serio serio, nascondendo la sua ironia sotto baffi molto ungheresi, usa la terracotta, la plastica ed altri materiali; oltre, naturalmente, alla materia prima essenziale, uno spirito d’innovazione, che sa, con materiali poveri, ottenere risultati inventivi sorprendenti.

E poi c’è Gabi Jimenez, che sorride incrociando le braccia tatuate ( ma questo non è un dettaglio strano, al giorno d’oggi): ha i capelli annodati in una coda di cavallo, barba e baffi nerissimi, un’aria cordiale. Si può fare conoscenza con lui anche sulle pagine del catalogo della mostra, offerto gratuitamente ai visitatori.

Gabi si chiama anche François oppure Xavier, e di cognome fa anche Lopez: dipende da dove sua madre ha scritto il nome nei documenti ufficiali, spiega. I suoi genitori sono spagnoli ma lui ed un suo fratello sono nati in Francia; nella sua anima c’è il flamenco, si esprime con la musica ed il colore. In passato, ha avuto qualche guaio con la polizia, ma ora ha messo la testa a posto, vive per la sua famiglia e vive di arte.

E’ perfino membro di un’associazione che aiuta ad integrarsi le persone in difficoltà, e scrive articoli per diversi giornali. Tuttavia, insiste che per lui, come per qualunque altro nomade, il senso del tempo non esiste ed anche quello dello spazio è del tutto particolare.

Una roulotte stilizzata dai colori squillanti e contornata da un netto segno nero è il suo logo, ed anche quello della mostra “Paradise lost”. È il marchio dei “travellers”, i nomadi.

E Gabi dipinge la loro vita come la vede e la ricorda da sempre, con affetto e con colori essenziali che si ispirano alla tecnica del vetro “cloisonné”: le vetrate delle cattedrali splendenti in controluce, con le piombature nettamente visibili. I soggetti sono vaste distese di roulottes o strade con file di camper, panni stesi e paesaggi, ma sempre con le roulottes, tutte in fila, coloratissime; oppure ci sono tante persone che stanno a guardare, visi stilizzati con il cappello, grandi nasi, occhi enormi che scappano di qua e di là, e non si sa bene che cosa guardino e chi vedano. Certamente non te, passante che non sei rom e che, da parte tua, preferisci ignorarli.

Ma Gabi ti guarda, eccome! Dipinge ad olio o in acrilico; quando vuole sa imitare perfettamente Van Gogh e la sua tipica pennellata (la cattedrale di Anvers, un campo di grano), ma subdolamente infila accanto alle vecchie mura, oppure tra i corvi del prato – ancora una volta – un mucchietto di roulottes. Segni armoniosi e ricurvi come una danza, come il flamenco che, secondo Gabi Jimenez, è il voodoo dei Gypsies.

La stanza di Omara è completamente diversa: Omara usa due colori soltanto, il grigio e un verde- azzurro spento. I suoi quadri sono il diario, figurato e con note esplicative, della sua vita sfortunata, delle claustrofobie che l’hanno perseguitata fin da bambina.

In un’altra stanza, ci sono le bellissime foto in bianco e nero di famiglie Rom, scattate da Nihad Nino Pušija, nato a Sarajevo. Questa stanza è tappezzata con gli stessi fiori del drappo che reclamizza la mostra, con fiori arancio e foglie verde-marcio – forse a ricordare l’interno di una roulotte.

Con i miei occhi ancora pieni di tanti colori, e domande che mi formicolano nella mente, mi affaccio ad una finestra del Palazzo: c’è un incrocio di canali, qui sotto, un balenare di riflessi tra cielo e acqua, dove gondole con i turisti scivolano tranquillamente. Più in alto, i tetti hanno il calore del cotto; alcune altane si profilano contro la luce del mezzogiorno.

Strano ma vero, oggi i nomadi abitano qui, da dove sono usciti gli antichi abitatori.

Altri, molti stranieri, entrano, girano per le antiche sale, guardano. E tutto ha un aspetto così armonioso e naturale.

 Per saperne di più:

www.romapavilion.org

Omar Galliani tra Oriente e Occidente”

pubblicato su viadellebelledonne il 4 Luglio 2007 

galliani2.jpg

Omar Galliani
Tra Oriente e Occidente
Il grande disegno italiano in Cina

52. Esposizione Internazionale d’Arte. La Biennale di Venezia
Eventi Collaterali – Fondazione Querini Stampalia (Castello - 5252 Venezia)
9 giugno - 16 settembre 2007

“Omar Galliani”

di Marina Raccanelli

Dalla porta d’Oriente Omar Galliani
dipinse la filosofia – matita su tavola
corpo a corpo, ingrandiva il Maestro
costruiva figure astrali

nella mappa del fiume di broccato
s’immerse, scivolò il suo
viaggio in rossi laccioli, fra sete oblunghe
in espansione danzante, crollarono
dai cristalli sospesi tuniche

e fu aperta la porta della Cina

le sue mani volavano: olio
carboncino e cobalto
in combustione magmatica il nero
traluceva profili d’avorio
la passione virata in piombo
ciò che svela nasconde – universale
alchimia del pianoforte, tra filamenti e frottage
invisibili al primo passo
si baciarono in precipitare
cosmico di farfalle fra teschi minuti

e s’inclinava in nuove anatomie
monnalisa in grafite, onda su onda
chiaro il legno, le palpebre affilate
serrate su collari di sangue –
di profilo, la sorella diafana
intimamente di dolcezza ingombra
il purissimo cranio portava
con eleganza demodé
s’accendeva di lampade nervose
sangue e fiamme rodevano il collo

una femmina in arco sulla spada
voi vedrete, e gli scheletri fra rose –
dai disegni siamesi nacque
speculare bellezza
le foglie s’incresparono appena
ed il santo di tenebra ha labbra del sud
cuore di porcospino, insetti e fiori

orchidea su sfondo stellare
la fanciulla nel tempo – storia breve
lieve smorfia fra naso e bocca
rotando fra tavolini in bilico e seggiole nere
e fu l’ultima donna a contenere
la ragione dei mondi in curva

di labbra – 5 metri per 6, matita
su tavola – lei
fu la madonna di malinconia

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Dopo il grande successo del tour cinese del 2006, che ha toccato ben otto musei tra cui
l’avveniristico Shanghai Planning Exhibition Centre, l’artista Omar Galliani approda alla 52. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia con un grandioso evento in cui sono coinvolti importanti enti istituzionali italiani e cinesi.

In questa mostra, l’artista presenta tavole di grandi dimensioni, raffiguranti volti offerti in primo piano, caratterizzati da una forte introspezione psicologica e ritratti con quella personale capacità tecnica, che rende il disegno una forma d’arte autonoma e di grande forza espressiva.
L’esperienza artistica di Omar Galliani, fin dai suoi esordi in continua sperimentazione, in costante approfondimento sulle tecniche artistiche impostate dagli antichi maestri rinascimentali, negli ultimi anni si è andata arricchendo attraverso l’incontro con l’arte e soprattutto con il pensiero orientale. Vissuto per un certo periodo in Cina, è entrato nel pensiero confuciano e buddista, incrociando, per quanto possibile, la via del Dharma.

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