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L'arte delle donne La belle Epoque

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L'arte delle donne

Milano, Palazzo Reale
5 dicembre 2007 - 6 aprile 2008
L’ARTE DELLE DONNE
dal Rinascimento al Surrealismo

Poiché questa mostra è stata prorogata fino al 6 aprile, se passate da Milano vi consiglio di approfittare: ne vale davvero la pena. Si tratta di un’occasione unica per ammirare, radunate in un’unica suggestiva carrellata pittrici ed artiste dal 1500 fino ai giorni nostri, nelle stanze del Palazzo Reale, situato nel cuore della città proprio accanto al Duomo.
Nell’Anno Europeo delle Pari Opportunità, una sinergia di istituzioni pubbliche e partners privati ha voluto, come appare in un comunicato stampa, “valorizzare la figura della donna come pittrice e non più solo come soggetto dipinto, assegnandole il ruolo di protagonista della scena artistica a lungo dominata dalla figura maschile”, per “promuovere ed evidenziare il ruolo della donna nell’arte e di recuperare il valore scientifico, sociale e antropologico delle opere di alcune fra le più illustri artiste della storia, così come di figure meno note, ma egualmente rilevanti nel panorama creativo internazionale, nonché analizzare com’è cambiata l’immagine della donna artista nel corso degli ultimi cinque secoli”.
La mostra presenta oltre 260 opere realizzate tra il XVI e il XX secolo da 140 artiste, tra cui Rosalba Carriera, Artemisia Gentileschi, Lavinia Fontana, Elisabetta Sirani, Nathalie Gontcharova, Camille Claudel, Tamara de Lempicka, provenienti da musei e collezioni di 14 paesi, europei ed extraeuropei, quali il Museo Nacional del Prado e il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Madrid, il Centre National d’Art et de Culture Georges Pompidou di Parigi, il National Museum of Women in the Arts di Washington, la Galleria degli Uffizi di Firenze, il Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli.
Passando di sala in sala, soffermandomi davanti ai singoli quadri, ho lasciato che le figure dipinte mi parlassero nel loro speciale linguaggio, allo stesso tempo immediato e da interpretare per simboli, in riferimento al secolo e all’ambiente.
I ritratti, gli autoritratti, le sacre famiglie, i soggetti mitologici e le nature morte, in seguito i paesaggi e le opere cubiste ed informali, mi hanno svelato un mondo tanto somigliante a quello dei più noti pittori di sesso maschile da confondersi con quest’ultimo; eppure, quasi sempre sfumato di dolcezze o risentimenti e di un’attenzione speciale ai dettagli, ricco di ombreggiature e finezze coloristiche e di un calore emotivo tutti particolari: un cosmo parallelo, un tesoro in gran parte nascosto attraverso i secoli, di volta in volta appena svelato e poi d’un tratto inghiottito e rinchiuso in palazzi nobiliari decaduti e magazzini polverosi…non fanno eccezione alcune pittrici del secolo scorso, mimetizzate dietro i più visibili e chiassosi parenti cubisti e futuristi; ma qui si fa strada oramai il piglio deciso e prorompente di figure carismatiche quali Frida Kahlo e Tamara De Lempicka.
Nel 1700, tuttavia, anche Rosalba Carriera fu riverita da principi e re, e, prima di lei, la Anguissola fu chiamata alla corte di Filippo II, e Van Dyck volle conoscerla e farle omaggio.
Certamente, la loro strada non fu facile, a volte costellata da sofferenze ed umiliazioni: ciò si evidenzia in modo tragico nella vita di Artemisia Gentileschi. E’ noto che la pittrice, figlia del pittore Orazio Gentileschi, fu violentata giovanissima dal suo maestro, processata e torturata - come da routine in quei tempi - non ritirò la denuncia e non si arrese, trasferendo in seguito la sua energia, la sua bravura di pittrice e la sua rabbia in figure esemplari, come Giuditta, decisa e violenta nell’atto di decapitare Oloferne.
In questa mostra, però, secondo me Artemisia non è rappresentata al suo meglio; dalla tela non emerge Giuditta, ma Cleopatra in due versioni: nella più grande, il nudo centrale, abbandonato sul letto, appare alquanto rigido e schematico, mentre la versione ridotta vede una più intrigante Cleopatra con gli occhi rivolti verso un cielo nero, fissi ma non languidi, il corpo morbido ma una volontà inflessibile nell’avvicinare l’aspide al seno.
Un’altra opera di Artemisia è un’annunciazione, dove una monumentale Madonna sovrasta l’angelo; le sopracciglie aggrottate svelano preoccupazione piuttosto che estasi; il panneggio lucente risalta, una piccola colomba splende in alto.
Figura molto particolare, questa di Artemisia; anche dal punto di vista artistico. Elisabetta Sirani, sua coetanea nel diciassettesimo secolo, le assomiglia mentre rappresenta Timoclea che uccide il re dei Traci, scaraventandolo in un pozzo a testa in giù: inutilmente il re scalcia, rendendosi piuttosto ridicolo, le sue gambe capovolte occupano il centro del quadro.
Ma il clima psicologico prevalente nella mostra non è di orgogliosa ed esplicita rivolta, ma piuttosto di una dignità seria e consapevole.
Ne sono un esempio interessante e artisticamente molto valido gli autoritratti di Sofonisba Anguissola, vissuta nel 1500; una forza espressiva particolare rende uniche le sue sacre famiglie dai colori così morbidamente sfumati, da far pensare alla tecnica di Leonardo, le sue Madonne che accarezzano i Bambini con gesti semplici e teneri, dentro eleganti schemi compositivi.
Come fa notare Vittorio Sgarbi, in un articolo su questa mostra, le donne artiste hanno molto spesso un’inclinazione intimistica, una predilezione per il ritratto e l’autoritratto: a partire dal 500 per arrivare a Frida Kahlo. Sgarbi arriva a parlare di “ossessione per l’autoritrato, per il doppio”.

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Eccola, Sofonisba, in mezzo alla sua famiglia al femminile, con tre sorelle ed una fantesca, dietro, che occhieggia attenta le ragazze mentre giocano a scacchi; ed eccola mentre dipinge una dolcissima Madonna con bambino, e rivolge lo sguardo, tranquillo ma deciso nel volto arrotondato, verso lo spettatore. In questi due ritratti, come in altri suoi, la cura tutta femminile per i fini dettagli dell’abito è subordinata ad una più viva attenzione all’espressività dei volti.
Sempre nel 500, Lavinia Fontana si dipingeva dentro una cornice rotonda, con una minuzia di tratti quasi da miniaturista; anche Lavinia - giustamente - rappresenta se stessa nel proprio studio. Marietta Robusti, detta la Tintoretta in quanto figlia del famoso pittore, preferisce invece ritrarsi con accanto un piccolo clavicembalo ed un foglio da musica in mano: alle giovani di buona famiglia in attesa di sposarsi era richiesta la capacità d’intrattenere marito e famiglia suonando, quindi probabilmente questo è un quadro adatto ad essere mostrato, come oggi una foto, agli eventuali pretendenti.
Sappiamo però che molte artiste del passato, e non solo, preferirono rimanere nubili per dedicarsi completamente all’arte; una donna sposata e con figli avrebbe potuto al massimo lavorare nella bottega paterna, come Marietta, mai più avrebbe avuto la possibilità di lavorare in proprio - né sarebbe stata presa sul serio in questa veste. Rosalba Carriera è un esempio.
Mentre di Lavinia Fontana si può vedere anche un ritratto di gentildonna con figlia, sontuosamente abbigliate di pizzi e raso, Fede Galizia dipinge, nel 1605, un personaggio severo con barba a punta e teschio in mano; l’abito e lo sfondo neri mettono in risalto l’intensità dello sguardo.
Nel 1580, Barbara Longhi si rappresenta nelle vesti di S.Caterina: un quadro che mi ha colpito per la capacità di unire manierismo (forme allungate) e semplicità; l’eleganza delle lunghe dita, del volto ovale, degli abiti a volute, dell’acconciatura con perle - si fondono in moderna sintesi di forme. Impropriamente ho definito questa pittrice “moderna”; in realtà, va oltre i suoi tempi.

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E qui, si potrebbe fare un gioco affascinante, allineando le sue sorelle nate in secoli diversi, ed osservare i diversi dettagli stilistico-ambientali e le somiglianze profonde, emergenti dalla psiche: dopo Barbara, ecco Ginevra Cantofoli, che si ritrae con un turbante in testa come la Sibilla dipinta in un altro suo quadro; anche lei ha un volto ovale appena piegato sul lungo collo, ma una pennellata più morbida; anche lei si espone senza remore all’analisi dello spettatore.
Se facciamo un balzo di tempo e luogo, sempre rimanendo nel Palazzo Reale, troviamo alcune sale più avanti Angelica Kauffmann, affermata pittrice di corte, amica di Canova e Goethe, che si mimetizza nei suoi mitici personaggi femminili, in stile neoclassico; ma Elisabeth Vegèe le Brun buca la tela più di lei, sorridente con fiocco roso e cuffietta, occhi chiari e sognanti, capelli spettinati in modo molto casual - il suo tocco di pennello è abile e deciso.
Nel 1880, ecco Nélie Jacquemart André, elegantissima in abito beige su fondo verde-argento, in profusione di pennellate impressionistiche: al centro della scena evanescente, dove il colore si fa luce discreta, i suoi occhi sono un po’ ravvicinati, scuri e intelligenti.
E poi, quasi alla fine dell’esposizione, lei, Frida, icona di orgoglio e sofferenza dallo sguardo lontano, qui in versione semplice vestita di velluto, con colori sobri e linee eleganti.

L’interesse di questa esposizione non si esaurisce nei ritratti, ma consiste in gran parte nella varietà e vastità dell’offerta artistica, a partire dalle cosiddette arti minori, decorative, che trovano ampio spazio nella prima parte della mostra. Così, possiamo ammirare con incredulità stupefatta un nocciolo di ciliegia “inciso con cento piccole testine e cornice di smalti, oro, perle, diamanti” da Properzia de’ Rossi, nel 1530, i ricami stupendi in seta lucente di Maria Giovanna Elmo (reliquiario di Santa Castoressa: un pezzo unico, che sembra dipinto con piume d’angelo), le incisioni colorate di Maria Sibylla Merian, con fiori, frutta, animali rari, delicate e precise, le nature morte di Clara Peeters, Giovanna Garzoni e Francesca Volò Smiller, dove accanto ai fiori, che escono quasi dalla tela, sono collocate soccose fragoline di bosco e biscotti croccanti, con una cura ed una sensualità tutte femminili.
Vorrei precisare, a scanso di equivoci, che l’ultimo aggettivo è adoperato in accezione assoluta, non intermini di paragone, e con valenza totalmente positiva.
Se la parte centrale della mostra presenta abbondanza di temi mitologici, quando si arriva all’impressionismo, all’espressionismo, alle avanguardie del 900, una ventata di sorprese, libere, rabbiose o serene, cupe o in esplosione di colori, afferra il visitatore: un paesaggio fauve di Gabriele Münter, dall’impatto violento, i pattinatori folli che corrono al buio - ombre fuggenti sotto la luna - di Marianne Verefkin(1911), un’intera sala dedicata al soggetto madre-figlio, dove l’intensità di questo rapporto è sviscerata in modo tutt’altro che sdolcinato, la Venere triste di Romaine Brooks, del 1917, bianca figura anoressica su fondo nero…queste opere non lasciano indifferenti, aprono la porta a sensazioni e riflessioni che si immergono nell’inconscio e continuano a lavorare, dentro, anche quando si esce dal Palazzo Reale.
Le ultime stanze vedono un succedersi di immagini in netto contrasto: i “Ritmi colorati” di Alexandra Exter, ondulazioni di forme sonore alla Kandinskij, contro i segni rudi di Natalia Goncharova; la trionfante “Luce estiva” di Beatrice Whitney (1936) contro il cupo “Salotto” surreale di Angeles Santos Torella, con le sue deformate abitatrici; Tamara de Lempicka contro se stessa, autrice di una sofisticata Madonna in tondo e degli squallidi “Rifugiati di Spagna”.
E poi, un allucinato ritratto di Picasso, opera surrealista di Valentine Hugo, e, in contrasto ma non meno artisticamente “forti”, il sensibile “Ritratto di Anna Banti” di Adriana Pincherle - sorella di Alberto Moravia, del 1955, e la bellezza mediterranea della donna con sigaretta di C arla Maria Maggi , del 1934, inquadrata con semplicità essenziale.
Ho voluto presentare solamente alcuni esempi, quelli che mi sono entrati più a fondo nell’occhio della memoria. Ma c’è molto altro da trovare, in queste donne artiste. Se qualcuno preferisse la ricerca sperimentale, c’è Carol Rama; per chi ama le tele informali, ecco “Della distruzione”, grande quadro con magmatiche variazioni di nero su nero, dipinto da Paola Levi Montalcini, sorella di un premio Nobel.
Non c’è che da scegliere, nell’ambito di un discorso aperto: quante altre donne hanno dipinto, in passato, accanto a queste, già numerose, scelte dai curatori della mostra; quante altre dipingono, scolpiscono, si dedicano ad altre forme di espressione figurativa, lo stanno facendo in questo momento e continueranno a creare in futuro - ora che tante porte si sono aperte, anche se non tutte?

pubblicato anche su http://viadellebelledonne.wordpress.com/2008/03/11/larte-delle-donne/

 

La Belle Epoque
Arte in Italia 1880 - 1915
10 Febbraio 2008
13 Luglio 2008

Palazzo Roverella, via Laurenti, Rovigo

Rovigo, piccola città veneta fra il Po e l'Adige ai confini con l'Emilia, non è poi tanto lontana dal Delta del Po: i tipici piatti rodigini sono quelli delle lagune e delle paludi, il risotto con fondo d'anguilla, la minestra di fagioli al "magasso", che poi è un'anatra di palude.
Nell'immaginario rozzo ed approssimativo di molti veneti e romagnoli, Rovigo è ancora la città povera e sonnacchiosa, che forse era prima dello sviluppo agricolo ed industriale del secondo dopoguerra - quando del resto eravamo tutti più poveri e più lenti di oggi. Ma Rovigo, al di là del mutato scenario socio-economico, non è comunque città da sottovalutare: ci sono le torri medievali, un loggiato cinquecentesco e una ricca stagione teatrale; poi c'è la Pinacoteca dei Concordi e Palazzo Roverella, restaurato da un paio d'anni e sede di interessanti esposizioni, dove si accoglie il visitatore come un ospite e non come un pollo da spennare, come purtroppo avviene, talvolta, nelle gallerie di città "ad alto tasso turistico".
Qui la signorina che stacca il biglietto ti sorride ed è pronta a fornirti notizie sui pittori esposti; quando esci, ti domanda cortesemente: le è piaciuta, la mostra?
L'anno scorso, ho conosciuto qui un pittore rodigino attivo soprattutto nei primi decenni del Novecento, di cui ignoravo l'esistenza, Mario Cavaglieri: un geniaccio tra il liberty e una personale anarchia pittorica dai colori selvaggiamente aggrovigliati.
Quest'anno, tocca alla "Belle Epoque - arte in Italia 1880-1915"; riporto uno stralcio dalla presentazione della mostra stessa:

"La Belle Epoque": poco meno di quarant'anni di storia europea connotati da un tumultuoso sviluppo, da una incrollabile fede nel progresso, dalla spensieratezza e da...tante, belle donne.
....
Tutto sembrava permesso e possibile. Denaro e ottimismo parevano destinati a non finire mai...
Euforia e frivolezza dominavano, anche se sotto la superficie serpeggiavano i virus di un malessere che sfociò nel dramma della Grande Guerra.
L'arte seppe farsi specchio di questi tempi. Registrando il trionfo del "beau monde", un Paradiso in terra apparentemente inesauribile, minato, o forse solo sottolineato, dai più diversi eccessi.
Così in Francia, ma anche in Italia...Boldini, De Nittis, Zandomeneghi, Corcos, Gioli, Mariani e Chini vivendo tra l'una e l'altra capitale mutuarono l'allure parigina coniugandola ai fermenti italiani.
Altri artisti, da Casorati, Mancini, Innocenti, Bonzagni, Bocchi sino allo stesso Cavaglieri, hanno reso eterni quei momenti, quei protagonisti, quelle atmosfere.
Proprio dell'arte in Italia tra 1880 e 1915 darà conto, per la prima volta in modo veramente compiuto, la grande rassegna che aprirà i battenti il 10 febbraio 2008 a Palazzo Roverella di Rovigo. ...
La mostra concentrerà a Palazzo Roverella circa 130 dipinti e una ventina di affiches. Per raccontare, lungo il fil rouge del ritratto femminile, ma non solo, le mode e le pose, le pause dell'intimità e della ricreazione, i momenti pubblici con le escursioni al parco o alle riviere, le promenade e i rendez-vous, le sfilate di moda, le gite al lago o al mare, la vita notturna nei teatri e nei tabarin, i veglioni, i casinò, le passeggiate a cavallo, i riti mondani, le galanterie ma anche i vizi e gli eccessi di quest'epoca.
Al centro sempre lei, la donna. Tra vanità e seduzione, tra l'autoreferenzialità del lusso, fantasie e vanità senza freno e gli estremi dell'alcol e della morfina...
Alla divulgazione e alla formazione di miti e modelli provvedevano gli affichistes, in primis quel Leonetto Cappiello che come pochi altri seppe connotare la pubblicità di quegli "anni belli".
Quei colorati cartelloni per molti rappresentavano l'irragiungibilità di un miraggio, per altri la certezza dell'oggi.
All'orizzonte, tensioni sociali, scontenti, rivolgimenti che portarono a offuscare le melodie delle orchestre con il cupo rombo dei cannoni."

Dopo aver visitato "L'arte delle donne" al palazzo Reale di Milano, ho scoperto in questa mostra di Rovigo interessanti affinità e contrasti: a Milano, donne attive nell'arte in prima persona; a Rovigo, nuovamente donne protagoniste, anche se in modo più tradizionale. Tuttavia, neppure qui possiamo dire che si limitano al ruolo antico di "muse ispiratrici"; lo sguardo dei pittori le segue nelle più svariate attività e nei più diversi atteggiamenti - questa attrazione costante svela un ruolo non solo decorativo della donna a cavallo tra i due secoli.
Qui possiamo vedere la "donna fatale", che si ostenta all'uomo secondo parametri estetici voluttuosi, passiva dentro una scenografia teatrale; ma questo stesso prototipo di donna sa anche imporsi come dominatrice, sa "costruirsi", in un gioco di ruoli difficilmente districabile.


Inoltre, in questi quadri vediamo anche donne che inforcano la bicicletta, guidano calessini a gran velocità, leggono libri e giornali, vanno al caffè, discutono con il pittore nel suo studio, riflettono intensamente sotto la veletta leggera...di tante altre battaglie e conquiste femminili in questo periodo, non possiamo chiedere il resoconto a questi artisti dell'attimo fuggente, ma, rendendo a Cesare ciò che è di Cesare, bisogna riconoscere che sono dei "signori pittori"!
Non hanno niente da invidiare ai loro più famosi colleghi d'oltralpe, a parte il fatto di non essere arrivati sempre primi nell'agone della fama e dell'originalità: padroni di una tecnica superiore nell'olio e nel pastello (arte sopraffina che tocca i vertici anche in Renoir e Monet, con un turbinio di tinte dall'intensità pari e dalla morbidezza superiore a quella dell'olio); pittori tutt'altro che provinciali, il cui occhio sa cogliere ogni vibrazione dell'aria nei paesaggi e della psiche nei ritratti.
Sensibili anche all'ambiente sociale.
La mostra si apre con una serie favolosa di ritratti femminili: De Nittis, Boldini, Corcos - ombre e luci negli abiti e sui volti, sguardi intensamente pensierosi. Il ferrarese Boldini ebbe larga fama in Francia e in Europa, fu meno capito in Italia; pur essendo un ritrattista del bel mondo, si permetteva una pennellata caotica, ben oltre l'impressionismo. Le sue dame hanno abiti che a volte sembrano esplodere di una forza centrifuga: in tal caso, solo il volto - aristocratico, allungato - è riconoscibile al centro del quadro, con suggestivo effetto di non finito. L'urto nervoso di Boldini frantuma i salotti eleganti, polverizza e fa sparire le sale da ballo.
Vittorio Corcos, non lo conoscevo neppure, qui ho avuto modo di apprezzare i suoi bellissimi ritratti, ma soprattutto ho trovato sconvolgente la sua "Morfinomane", del 1899: le braccia abbandonate sull'ampio abito nero, un divano giallo acido alle spalle e una pelle d'orso ai piedi, simbolo forse della bestia che la possiede, ha un sguardo pungente e perso, allucinato. I suoi occhi neri, al centro del quadro, sono una porta, aperta un attimo e subito sbarrata, sulle sue divoranti ossessioni.


Alcuni grandi ritratti di famiglia sembrano un inno alla solidità borghese; eppure, qualcosa di assente nei volti delle donne, di annoiato nei visetti dei bambini, fa intuire che il pittore non si ferma all'apparenza.
L'esposizione prosegue poi per grandi temi: la vita sociale nei caffè e in villeggiatura, le passeggiate a cavallo, le chiacchierate nei giardini, l'uscita dal teatro, la vita domestica negli interni, alcuni dei quali semplici e modesti, il mito della "femme fatale"; una deliziosa stanza è dedicata ai colori: donne vestite di rosso su fondo cremisi, di nero su fondo verde fosforescente, di viola, di arancio, con occhi più verdi del gatto che hanno in braccio...
Impossibile soffermarsi su tutti questi personaggi, dietro i quali s'intuisce il fermento di una vita vissuta tra miti e riti sociali, ma anche tra inquieti stimoli intellettuali.
Il quadro che fornisce materia alla locandina della mostra, può essere un esempio-simbolo: "Mondanità" di Aroldo Bonzaghi, del 1910. All'uscita dal teatro, una folla di personaggi vestiti all'ultima moda avanza con piglio quasi truce sopra un tappeto rosso cupo; la visuale è dal basso all'alto, lo spazio per il cielo è divorato dall'assieparsi di volti senza sguardo, le donne con pellicce gonne corte occhi bistrati, gli uomini in monocolo e cilindro. Turba conquistatrice per abitudine, interiormente già svuotata e sconfitta. Il loro compatto avanzare ricorda, per contrasto, "Il quarto stato" di Pellizza da Volpedo.
La stilizzazione del disegno e la qualità pittorica sono finissime; il tocco in più è dato da un viraggio appena percettibile, ma deciso, verso l'ironia e il grottesco, che si coglie nei sorrisi tirati, nell'inarcarsi delle sopracciglia.
Più avanti, un'intera stanza può essere emblematica del clima sotteso a questa mostra, della sua temperatura pittorica e sociale; qui, nel semicerchio delle pareti, possiamo ammirare un campionario di donne, al centro delle quali è posta "La femme" di Giacomo Grosso (1895), trionfale nel suo abito sontuoso, di seta bianca pesante e lucida, con un albero d'oro alle spalle e piccole rose che le rotolano ai piedi. Un trionfo tutto "di rappresentanza", il suo; il viso appare un po' spento, quasi fosse sopraffatta dal suo ruolo.


Alla sua destra, Margherita Gautier di Eugenio Scomparini (1890) è invece la malata e la sconfitta, distrutta nel viso segnato e nella posa stanca, vittoriosa però nella sua determinazione ad accettare il proprio destino - e lo fa con stile, si appresta a morire in elegante deshabillé, tra cuscini ricamati e tappezzerie multicolori. A sinistra della "femme", per contrasto, "La gioia di vivere" di G.Grosso: una ragazza sorridente inarca il busto nudo, esibendo con orgoglio innocente il seno sodo, perfetto. Certamente una semplice modella, non una dama del bel mondo; la più spontanea e felice del gruppo.
Un rapido sguardo all'intorno coglie una matura signora, che si sporge verso i visitatori con una smorfia un po' volgare sulla bocca e un pomposo abito verde scuro; dall'altro lato, distesa in abito bianco, un'adolescente gioca a fare la sirena, lo sguardo è quello di una bambina ma la posa e l'abbigliamento rivelano la sua triste sorte di piccola prostituta. Anche questa una piaga dell'epoca.
Sul piano stilistico, appare molto originale la tecnica pittorica di Giuseppe Cominetti, che rappresenta le persone in movimento ("Il can can", "Il gioco del volano") con uno sfarfallio di pennellate in bilico tra il divisionismo e l'astrazione; bisogna tener conto che Cominetti è contemporaneo, ormai, al futurismo.
L'esposizione si chiude con una divertente ed istruttiva carrellata sull'invenzione della grafica nella Belle Epoque, che coincide poi con le origini del moderno manifesto pubblicitario: Carpanetto, Villa, Cappiello, le prime pubblicità Fiat, Campari, i grandi magazzini Mele; biciclette, assenzio e "latte maternizzato". Qui i colori a contrasto , le linee curvilinee o spigolose, le sagome sintetiche e sorprendenti catturano lo sguardo. Questa è arte, o comunque artigianato di qualità: niente a che vedere con l'indistinta melassa pubblicitaria di oggi, dalla quale ben poco emerge ed il cattivo gusto conquista ogni giorno nuove posizioni.

http://www.palazzoroverella.com/mostra.php#

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