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Le poesie di Blumy

Io sono    Chissà se tu   Mi perderò   Dissolutio

La fragilità degli angeli     A mio padre

Dimmi da dove s'alza il vento    Il vento

Ho voce di vento     Sai che ci sono mattini

Erosioni

puoi leggere Blumy anche in Poetilandia

 

Io sono

In uno specchio io nascondo
le mie mani la mia ombra
il suono dei miei passi

è uno specchio antico
uno specchio eterno
acqua che scorre stagno
fiume oceano e terra

sono un momento eterno
e sono soffio, vento
che s’innalza oltre gli specchi
dove canta l’allodola
e il flauto d’un dio
veste d’azzurro i campi.

sono cicala stordita
dal peso della neve
e sono miele amaro
sono il giorno spalancato
sulle radure
e sono porta di vento
che si chiude.

Mi perderò

Oh sì, mi perderò anch’io in mezzo alle cose,
come un libro una scarpa spaiata una cintura;
sarò una cosa anch’io, perderò i miei colori
e assumerò la tinta dei muri scrostati
o delle chiazze delle piastrelle
e sarò un libro una scarpa spaiata una cintura
e non saprò più piangere, m’immergerò
in una bocca spalancata senza grazia,
sarò un urlo afono scomposto solitario.

Non sveglierò nessuno.

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La fragilità degli angeli

Hanno la trasparenza del geco, 
la levità della farfalla: 
stanno nel palmo della mano
e sembrano dormire
un sonno senza fine.

Muoiono solo di dolore.
Sono libellule bagnate nella luce,
cadono così, leggeri,
fragilissimi, in qualunque punto
d'una qualunque via.

La loro luce si spegne
a poco a poco con gli ultimi
battiti del cuore.
E' facile confonderli
con una foglia impallidita
che si attacca alle scarpe
o è portata via dal vento,
spazzata via le prime ore
del mattino.

Non hanno età né tempo
che li sfiori.
Sopportano la neve, il vento,
il caldo estremo.

Muoiono solo di dolore.

Dimore d'ombra

Sono dimore d’ombra
ove s’ode la pioggia
ed i colloqui muti e stretti
che s’intrecciano
al tremolio del lume
e i fiori di silenzio.

E’ un planare d’ali,
un chiudere una porta.
Addentrarsi
nella circoscrizione sconosciuta
che elude spazio e tempo.

Il luogo è, forse,
Intorno.
Ci son passi leggeri,
impercettibili passi lievi
e il mormorio dell’erba

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Il vento

Fu il vento che mi portò da te
come un foglio sgualcito
con qualche appunto
ormai dimenticato.

E, come in un quadro di Chagall,
fummo rapiti insieme, in alto,
in alto ci sospinse il vento,
oltre ciò che eravamo,
oltre ciò che poi saremmo stati.

Poi si fermò, poi tacque, il vento.

Sono di nuovo ed ancora
una pagina scritta e spiegazzata,
e attendo la pioggia
a cancellarmi tutta.

 

 

  Erosioni

La casa dove vivesti
ha fenditure ove nidificano
le formiche della memoria
(camminano dentro la testa,
portano via, a mucchi, lentamente,
i grani di passate stagioni
e accumulano, per un inverno
che è già qui).
Nelle stanze più interne,
quelle costruite nei tuoi recessi
più profondi, ci sono crepe
che si allargano, erosioni
che saranno voragini, fino a che
non ci sarà che il vuoto,
un buco nero, come per la morte
di una stella.
E chi passerà dopo di te
vedrà ancora l'indifferenza
delle formiche che non ricordano,
la piccola anfora del tuo corpo
le sue minuscole incisioni indecifrabili.



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Chissà se tu

Chissà se tu
che odi nascere l’erba
ed hai fiori sul cuore
e, come una sposa,
fiori tra i capelli,
puoi sentir lieve
la musica del vento
in mezzo ai glicini
e uno scialle di sole
in quest’autunno dolce,
rosso di foglie e d’oro.

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Dimmi da dove s’alza il vento

Dimmi da dove s’alza
e che canzoni canta il vento,
in quale autunno, in quali
gole oscure farà di me mulinello.

Sto ferma, come un insetto
spiaccicato a ridosso d’un muro.

Dimmi da dove s’alza
e che frustrate infligge il vento;
m’infilerò come una talpa
in un cunicolo di buio
poi aspetterò il mattino,
se arriverà ; o mi avvolgerò
dentro me stessa,
con gli occhi chiusi,
i sensi intorpiditi.

Dissolutio

Non ho più notizie della mia ombra;
è da un po’ che non la vedo più.

Forse l’ho persa.

Forse è così che, a poco a poco,
ci disfacciamo di noi: l’ombra,
il sorriso, le mani, la tacita preghiera
che volgemmo ad un cielo che si apriva
come il mar Rosso,
da cui si affacciava il Padre nostro
a darci una pacca sulla spalla.

Rimane una cornice vuota
od un ritratto in cui sorridevamo,
ebeti inconsapevoli, o guardavamo verso
chissà quali orizzonti, attenti,
assorti, dentro il nostro stesso
fuggir via.

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A mio padre


                                  [che si prepara per l'ultimo treno]

Padre, noi non ci siamo
mai incontrati
né capiti né amati.
I nostri treni correvano
su binari paralleli
e ci siamo appena
intravisti da lontano,
appena uditi.
Come ancor più labile
mi appare ora
la piccola grigia forma
della tua figura dolente.
E flebile, remota
la tua voce, il tuo stanco
disperato sorriso.
Ora che i morsi voraci
della morte ti stanno
definitivamente consumando.
E ti dissolvi tra le cose,
in silenzio

Ho voce di vento

Ho voce di vento, 
provengo da viaggi remoti,
da fughe affannose,
da corse nel tempo finito.

Ho mani di terra 
che hanno scavato
un varco notturno nel buio
di grotte nascoste.

Ho occhi di pioggia,
di vele strappate,
continenti sommersi, 
immensi oceani perduti.

Ho radici di tenebra,
filamenti spezzati
che insieme tenevan le ali, 
il cuore, le ali, le ali ...

 

 

Sai che ci sono mattini

Sai che ci sono mattini
allagati dal vuoto di stelle
e di voci; il silenzio
è una febbre sottile
che pulsa
nelle vene del canto
solitario del chiurlo.

E ci sono meriggi
di noia e di sole,
d'afa che trema
nel livore del cielo
lontano.

L'aria ne brucia.

L'aria, il cielo,
i campi bruciati.
Tutto ha un pianto
nascosto.

Tornerai
ad innalzare
stendardi d'azzurro,
di stelle,
aquiloni nel vento?