Vincenzo Cardarelli
(Corneto Tarquinia-1887 Roma-1959)

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La sera di Gavinana

Ecco la sera e spiove

sul toscano Appennino.

Con lo scender che fan le nubi a valle,

prese a lembi qua e là

come ragne tra gli alberi intricate,

si colorano i monti di viola.

Dolce vagare allora

per chi s’affanna il giorno

ed in se stesso, incredulo, si torce.

Viene dai borghi, qui sotto, in faccende,

un vociar lieto e folto in cui si sente

il giorno che declina

e il riposo imminente.

Vi si mischia il pulsare, il batter secco

ed alto del camion sullo stradone

bianco che varca i monti.

E tutto quanto a sera,

grilli, campane, fonti,

fa concerto e preghiera,

trema nell’aria sgombra.

Ma come più rifulge,

nell’ora che non ha un’altra luce,

il manto dei tuoi fianchi ampi, Appennino.

Sui tuoi prati che salgono a gironi,

questo liquido verde, che rispunta

fra gl’inganni del sole ad ogni acquata,

al vento trascolora, e mi rapisce,

per l’inquieto cammino,

sì che teneramente fa star muta

l’anima vagabonda.

 

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Autunno

Autunno. Già lo sentimmo venire

nel vento d’agosto,

nelle piogge di settembre

torrenziali e piangenti,

e un brivido percorse la terra

che ora, nuda e triste,

accoglie un sole smarrito.

Ora passa e declina,

in quest’autunno che incede

con lentezza indicibile,

il miglior tempo della nostra vita

e lungamente ci dice addio.

 

Gabbiani

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,

ove trovino pace.

Io son come oro,

in perpetuo volo.

La vita la sfioro

com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.

E come forse anch’essi amo la quiete,

la gran quiete marina,

ma il mio destino è vivere

balenando in burrasca.

 

 

 

 

estate

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Estiva

Distesa estate,

stagione dei densi climi

dei grandi mattini

dell’albe senza rumore –

ci si risveglia come in un acquario –

dei giorni identici, astrali,

stagione la meno dolente

di oscuramenti e di crisi,

felicità degli spazi,

nessuna promessa terrena

può dare pace al mio cuore

quanto la certezza di sole

che dal tuo cielo trabocca,

stagione estrema, che cadi

prostrata in riposi enormi,

dai oro ai più vasti sogni,

stagione che porti la luce

a distendere il tempo

di là dei confini del giorno,

e sembri mettere a volte

nell’ordine che procede

qualche cadenza dell’indugio eterno.

Ed ora, in queste mattine

così stanche

che ho smesso di chiedere e di sperare,

e tutto il giardino è per me,

per il mio male sontuosamente,

penso agli amici che mai più rivedrò,

alle cose care che sono state,

alle amanti rifiutate,

ai miei giorni di sole…

 

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gabbiani in volo

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non so dove i gabbiani abbiano il nido

 

 

 

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