Giosue Carducci
(Valdicastello-1835 Bologna-1907)

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Da" Rime e ritmi"

MEZZOGIORNO ALPINO

  Nel gran cerchio de l'alpi, su 'l granito

Squallido e scialbo, su' ghiacciai candenti,

Regna sereno intenso ed infinito

Nel suo grande silenzio il mezzodì.

  Pini ed abeti senza aura di venti

Si drizzano nel sol che gli penètra.

Sola garrisce in picciol suon di cetra

L'acqua che tenue tra i sassi fluì.

 

 

PRESSO UNA CERTOSA

  Da quel verde, mestamente pertinace tra le foglie

Gialle e rosse de l'acacia, senza vento una si toglie:

E con fremito leggero

Par che passi un'anima.

  Velo argenteo par la nebbia su 'l ruscello che gorgoglia,

Tra la nebbia nel ruscello cade a perdersi la foglia.

Che sospira il cimitero,

Da' cipressi, fievole?

  Improvviso rompe il sole sopra l'umido mattino,

Navigando tra le bianche nubi l'aere azzurrino:

Si rallegra il bosco austero

Già nel verno prèsago.

  A me, prima che l'inverno stringa pur l'anima mia

Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia!

Il tuo canto, o padre Omero,

Pria che l'ombra avvolgami!

 

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locomotiva

 

 

fischia la vaporiera

 

 

 

 

 

stellanti occhi di pace

 

 

 

 

                    

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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mezzogiorno alpino

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Giosue Carducci, Odi barbare - Libro II

XXIX

ALLA STAZIONE

IN UNA MATTINA D'AUTUNNO

  Oh quei fanali come s'inseguono

accidiosi là dietro gli alberi,

tra i rami stillanti di pioggia

sbadigliando la luce su 'l fango!

  Flebile, acuta, stridula fischia

la vaporiera da presso. Plumbeo

il cielo e il mattino d'autunno

come un grande fantasma n'è intorno.

  Dove e a che move questa, che affrettasi

a' carri foschi, ravvolta e tacita

gente? a che ignoti dolori

o tormenti di speme lontana?

  Tu pur pensosa, Lidia, la tessera

al secco taglio dài de la guardia,

e al tempo incalzante i begli anni

dài, gl'istanti gioiti e i ricordi.

  Van lungo il nero convoglio e vengono

incappucciati di nero i vigili,

com'ombre; una fioca lanterna

hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei

  freni tentati rendono un lugubre

rintocco lungo: di fondo a l'anima

un'eco di tedio risponde

doloroso, che spasimo pare.

  E gli sportelli sbattuti al chiudere

paion oltraggi: scherno par l'ultimo

appello che rapido suona:

grossa scroscia su' vetri la pioggia.

  Già il mostro, conscio di sua metallica

anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei

occhi sbarra; immane pe 'l buio

gitta il fischio che sfida lo spazio.

  Va l'empio mostro; con traino orribile

sbattendo l'ale gli amor miei portasi.

Ahi, la bianca faccia e 'l bel velo

salutando scompar ne la tènebra.

  O viso dolce di pallor roseo,

o stellanti occhi di pace, o candida

tra' floridi ricci inclinata

pura fronte con atto soave!

  Fremea la vita nel tepid'aere,

fremea l'estate quando mi arrisero;

e il giovine sole di giugno

si piacea di baciar luminoso

  in tra i riflessi del crin castanei

la molle guancia: come un'aureola

più belli del sole i miei sogni

ricingean la persona gentile.

  Sotto la pioggia, tra la caligine

torno ora, e ad esse vorrei confondermi;

barcollo com'ebro, e mi tocco,

non anch'io fossi dunque un fantasma.

  Oh qual caduta di foglie, gelida,

continua, muta, greve, su l'anima!

io credo che solo, che eterno,

che per tutto nel mondo è novembre.

  Meglio a chi 'l senso smarrì de l'essere,

meglio quest'ombra, questa caligine:

io voglio io voglio adagiarmi

in un tedio che duri infinito.