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Giosue Carducci |
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Da" Rime e ritmi" MEZZOGIORNO ALPINO Nel gran cerchio de l'alpi, su 'l granito Squallido e scialbo, su' ghiacciai candenti, Regna sereno intenso ed infinito Nel suo grande silenzio il mezzodì. Pini ed abeti senza aura di venti Si drizzano nel sol che gli penètra. Sola garrisce in picciol suon di cetra L'acqua che tenue tra i sassi fluì.
PRESSO UNA CERTOSA Da quel verde, mestamente pertinace tra le foglie Gialle e rosse de l'acacia, senza vento una si toglie: E con fremito leggero Par che passi un'anima. Velo argenteo par la nebbia su 'l ruscello che gorgoglia, Tra la nebbia nel ruscello cade a perdersi la foglia. Che sospira il cimitero, Da' cipressi, fievole? Improvviso rompe il sole sopra l'umido mattino, Navigando tra le bianche nubi l'aere azzurrino: Si rallegra il bosco austero Già nel verno prèsago. A me, prima che l'inverno stringa pur l'anima mia Il tuo riso, o sacra luce, o divina poesia! Il tuo canto, o padre Omero, Pria che l'ombra avvolgami!
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puoi ingrandire l'immagine Giosue Carducci, Odi barbare - Libro II XXIX ALLA STAZIONE IN UNA MATTINA D'AUTUNNO Oh quei fanali come s'inseguono accidiosi là dietro gli alberi, tra i rami stillanti di pioggia sbadigliando la luce su 'l fango! Flebile, acuta, stridula fischia la vaporiera da presso. Plumbeo il cielo e il mattino d'autunno come un grande fantasma n'è intorno. Dove e a che move questa, che affrettasi a' carri foschi, ravvolta e tacita gente? a che ignoti dolori o tormenti di speme lontana? Tu pur pensosa, Lidia, la tessera al secco taglio dài de la guardia, e al tempo incalzante i begli anni dài, gl'istanti gioiti e i ricordi. Van lungo il nero convoglio e vengono incappucciati di nero i vigili, com'ombre; una fioca lanterna hanno, e mazze di ferro: ed i ferrei freni tentati rendono un lugubre rintocco lungo: di fondo a l'anima un'eco di tedio risponde doloroso, che spasimo pare. E gli sportelli sbattuti al chiudere paion oltraggi: scherno par l'ultimo appello che rapido suona: grossa scroscia su' vetri la pioggia. Già il mostro, conscio di sua metallica anima, sbuffa, crolla, ansa, i fiammei occhi sbarra; immane pe 'l buio gitta il fischio che sfida lo spazio. Va l'empio mostro; con traino orribile sbattendo l'ale gli amor miei portasi. Ahi, la bianca faccia e 'l bel velo salutando scompar ne la tènebra. O viso dolce di pallor roseo, o stellanti occhi di pace, o candida tra' floridi ricci inclinata pura fronte con atto soave! Fremea la vita nel tepid'aere, fremea l'estate quando mi arrisero; e il giovine sole di giugno si piacea di baciar luminoso in tra i riflessi del crin castanei la molle guancia: come un'aureola più belli del sole i miei sogni ricingean la persona gentile. Sotto la pioggia, tra la caligine torno ora, e ad esse vorrei confondermi; barcollo com'ebro, e mi tocco, non anch'io fossi dunque un fantasma. Oh qual caduta di foglie, gelida, continua, muta, greve, su l'anima! io credo che solo, che eterno, che per tutto nel mondo è novembre. Meglio a chi 'l senso smarrì de l'essere, meglio quest'ombra, questa caligine: io voglio io voglio adagiarmi in un tedio che duri infinito.
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