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La mia ruota è nel buio!
Non vedo neppur uno dei suoi raggi,
Eppure so che il suo passo stillante
Si volge sempre in giro.
Il mio piede è sull'onda!
Strada non frequentata -
Pure tutte le strade
Portano a una radura.
Alcuni hanno lasciato ormai la spola -
Nella tomba operosa
Altri fanno un lavoro inconsueto.
Altri con nuova, solenne andatura,
Regalmente oltrepassano il cancello,
Respingendo il problema a voi ed a me!
(c. 1858)

Fa' ch'io per te sia l'estate
Quando saran fuggiti i giorni estivi!
La tua musica quando il fanello
Tacerà e il pettirosso!
A fiorire per te saprò sfuggire alla tomba
Riseminando il mio splendore!
E tu coglimi, anemone,
Tuo fiore per l'eterno!
(c. 1858)
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Io non l'ho detto ancora al mio giardino
Per non perdermi d'animo.
E non mi sento ancora tanto forte
Da rivelarlo all'ape.
Non ne farò parola nella strada,
Perfino le botteghe stupirebbero ch'io
Timida ed ignorante come sono,
Abbia l'audacia di morire.
Non devono saperlo le colline
Dove tanto ho vagato,
Né posso dire ai miei boschi diletti
Il giorno dell'addio.
Né mormorarlo a tavola,
Né sventata accennare per la via
Che oggi stesso entrerò
Nel cuore dell'enigma!
(c. 1858)
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Per un istante d'estasi
Noi paghiamo in angoscia
Una misura esatta e trepidante,
Proporzionata all'estasi.
Per un'ora diletta
Compensi amari d'anni,
Centesimi strappati con dolore,
Scrigni pieni di lacrime.
(c. 1859)
Sentivo un funerale nella mente,
E andava gente in lutto,
Avanti e indietro, sempre, finché parve
Venir meno ogni senso.
Poi quando tutti furono seduti,
Vi fu un rito che, simile a un tamburo,
Risuonava insistente, ed io credetti
Mi annebbiasse la mente.
Li sentii poi sollevare una bara
E traversarmi, scricchiolando, l'anima
Con quegli stessi stivali ferrati,
Ed allora lo spazio suonò a morto,
Come se il cielo una sola campana
Fosse, ed un solo orecchio la Creazione,
Io e il silenzio una razza forestiera
Quaggiù, come in esilio, naufragata.
Poi un'asse si spezzò nella ragione,
Ed io precipitai sempre più in fondo,
Ad ogni tratto urtando contro un mondo.
Poi non seppi più nulla.
(c. 1861)
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Un uccello discese sul sentiero,
Senza sapere che io l'osservavo.
Spezzò col becco un lombrico
E se lo mangiò crudo.
Bevve un po' di rugiada
Da un opportuno filo d'erba,
Poi saltellò di lato verso il muro,
Cedendo il passo ad uno scarabeo.
Poi volse gli occhi rapido
In frettoloso giro,
E parvero due chicchi spaventati,
Poi mosse il capo di velluto
Come fosse in pericolo. Prudente
Io gli offersi una briciola:
Quello spiegò le penne
E volò verso il nido,
Più labile dei remi che dividono il mare
Troppo argenteo perché vi resti impronta,
O come dalle rive meridiane
Si gettano farfalle, senza suono, nel volo.
(c. 1862)
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Morendo,
udivo ronzare una mosca.
Il
silenzio d'intorno
Assomigliava
al silenzio dell'aria
Fra
successive ondate di tempesta.
Gli
astanti non avevano più lacrime
E
trattenevano il respiro
Per
quell'ultimo assalto, quando il Re
Appare
nella stanza.
Assegnai
i miei ricordi, detti via
Ogni
mia cosa che potessi dare -
E proprio in quel momento
S'interpose
una mosca.
Con
un azzurro, incerto, tremolante ronzìo,
Fra
me e la luce:
E
allora le finestre s'empirono di nebbia
Ed
io non vidi più.
(c.
1862)
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Tiene il ragno un gomitolo d'argento
Con due mani invisibili
E in una danza dolce e solitaria
Sdipana il filo di perla.
Di nulla in nulla avanza
Col suo lavoro immateriale.
Ricopre i nostri arazzi con i suoi
Nella metà del tempo.
Gli basta un'ora ad innalzare estreme
Teorie di luce.
Pende poi dalla cima di una scopa,
Dimenticando ogni sua sottigliezza.
(c. 1862)

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