Le mie fiabe! ovvero: fiabe a modo mio...  

 

La fiaba dei malintesi   La favola delle bambine
Nel bosco  Greta    Pollicino
L’isola dei bambini perduti
Fiaba del disincanto   Sette paia di scarpe
Il pifferaio magico  C’era una volta
I miei pulcini  Amen
  

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  La fiaba dei malintesi
 
 
La mia vita in punta di penna
io la voglio riscrivere sul prato
sotteso a un arco d’orizzonte arancio
il cielo è bianco, con nuvole viola
le figure infantili alla Folon
sullo smeraldo vanno ruzzolando
 
con un grembiule d’erba menta e manine
da porcospino, faccio capriole e la ruota
giochiamo tutti alla cavallina e ci saltiamo
a turno sulla groppa fra margherite di mandorle
 
e poi spunta la stella della sera
e s’alza in volo un mare di soffioni
per ricaderci addosso, a coprire
sofficemente il nostro sonno –
noi, bambini dipinti alla Folon
sazi di fiori, fragole e rugiada
rotoliamo nel sogno – tutto intorno
cuccioli d’animali con saltelli
rimbalzano sull’erba
senza parere fanno l’occhiolino
 
così comincia la mia favola:
per sfregare la tavola dei malintesi
con una striglia di ferro,  l’ho pensata.
 
 
 
 La favola delle bambine
 
 
Gatto impigliato in lacci
cautamente passeggio
nella seconda parte della favola:
qui ci sono stanzette colorate
una vicino all’altra, tutte in fila
 
filtrano senza sforzo oltre le pareti
evanescenti crisalidi di bambine
sul punto di crescere – ma non crescono mai
piegano dita braccia gambe corpi
per far le prove di mille cose
brillano in fluido divenire
di nuances madreperla e arcobaleno
sono vulcani ardenti nel pensiero
dipingono cuociono torte cullano bambini,
si stirano un abito da sera blu sirena
amano cantare folleggiare ballare il tango
 
ogni bambina guarda la sua vita
con occhi grandi –  sono specchi neri
non cartoon giapponesi: dentro
sequenze di frattali come abissi
ruotano in turbinosa rifrazione –
con le palpebre strette, dentro il buio
scintillano dettagli favolosi:
cascate di diamanti sui capelli
farinosi vapori su grembiuli
e frittelle di mele tirolesi
calme bracciate blu nei mari del sud
tenere carezze da pelle d’oca lungo tutto il corpo
ma forse questo non esisterà mai
 
come un’erica pallida respiro
le montagne frizzanti – e mi fa male
infilare radici in mezzo ai sassi
torna su
 
 
   Nel bosco
 
 
Esce di primo mattino
dalla sua casa di croccante
cementata col miele selvatico, saltella
la bambina – ed è come
fosse il primo mattino del mondo –
dondola lo zainetto, frantuma
sotto le scarpe il ghiaccio
sottile, svolazzano
le treccine il grembiule
 
il mondo è bianco, l’aria taglia e fuma…
nel bosco denso, ombre e foglie aguzze
e diamanti in ghirlande, impronte scure
 
sul mantello di neve, la bambina
è lì ferma, con gli occhi spalancati:
tutto vede ed  osserva, i segni strani
e le zampe d’uccelli e di conigli
e, sorgenti dai rami favolosi, ruote
luminose, aghi e raggi arcobaleno…
 
trema l’aria nei  suoni  acuminati…
 
ma lontano, fra monti a luci spente
una nera gola rotta in frane
è la porta del vento –  aperta
all’ululato dei lupi …
 
    Greta
 
Esce dal bosco Greta, ragazzina
in divenire di pensieri vispi
e passi fuggitivi – come fuoco
brilla il giubbotto rosso – alle sue spalle
rami intricati e nitido candore
di stecchi, incisi in nuvole fumanti
di nebbia e gelo…e lei cammina
                                           e cammina
riflette dentro gli occhi l’altipiano
sfavillante di neve…si scambiano scintille
le sue ciglia socchiuse e le cascate d’oro
del sole…cadono diamanti
sulle ondulazioni blu…
e i bambini scendono giù
          aggrappati con grandi guanti           
                    alle slitte di legno cimbro
c’è chi ruzzola, chi si ferma, chi arriva
davanti a Greta: butta lo zaino, grida
e gioca anche tu!
           gioca con noi
                     cantando e scivolando!
 
Cala un’ombra improvvisa a mezzogiorno
e i bambini non si vedono più…
come ti senti strana, Gretchen, tutta sola
mentre il vento ti spinge, ti alza le gonne
fischia nelle tue orecchie e ti fa volare quasi…
e tu pensi alla casa della nonna, e corri
                                              e corri, prima
che arrivi l’ora dei lupi!
 
senza fiato ti fermi:
nulla e nessuno sulla neve intatta,
alberi vedi in cerchio – sciolta
in aloni la nebbia, i rami appena mossi …
ombre indistinte (animale, brigante, elfo, principe?)
s’impigliano bizzarre in mezzo ai tronchi …
 
c’era una volta, in un paese
non troppo lontano, una fanciulla
la chiamavano Greta
dalle trecce scodinzolanti e gli occhi vivi…
uscì dalla favola ed entrò nella cronaca
mi dispiace, ma non lo so
se ha incontrato il suo principe
           oppure un lupo
 
 
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   Pollicino
 
 
 
Eri tu Pollicino, nel groviglio
dei gesti bruschi, delle urla – l’orco
ero io: ti annusavo
e mangiavo di baci in mezzo ai pianti
Pollicino anche tu, figlio ribelle
scombinato per gelosia, senza odore…
vi raccontavo una fiaba, così:
 
Pollicino abitava una casa povera, che più povera non si può
beveva acqua in un ditale, mangiava radicchio di cane
giocava a nascondino dietro una tazza da tè
aveva undici fratellini – girava la polenta
mamma Miseria un giorno sì e due no
 
come farai, povero bambino, tutto solo
nel bosco, e dimenticato? corri, Pollicino
velocemente tra i fili d’erba, corri a perdifiato!
e poi fermati a guardare le farfalle
sbattere le ali come ciglia, succhiando i fiori
divòrati una fragola per colazione
grossa come una torta, e poi…guarda guarda:
gli elfi si sfidano al golf con palline di ribes!
d’argento è la radura quando è sera
e tutti si ubriacano di luna…
ma trema già la terra sotto i passi
dell’orco terrificante: che fare?
niente paura: un grosso fungo giallo
col cappello a sghimbescio è nascondiglio
 
 
e ti ho rivisto ieri, Pollicino
gli occhiali ti sporgevano dal viso
minuscolo -  uccidevi alieni a raffica
i tuoi pollici nevrotici sul joystick 
 
 
 
  L’isola dei bambini perduti
 
 
Si sfilava anche l’ultimo secolo
dal millenario anello…nell’ombra
della sera invernale,  pallida in alone
una farfalla verde svolazzava…
 
in coro, dal pavimento picchiettato
di biglie, gridammo: chi è?
e Peter piombò dalla finestra
cercando la sua ombra – ricordi?
insieme a lui siamo partiti
per l’isola dei bambini perduti
 
ed in scia di splendore dietro a Trilly
sfiorammo come rondini le guglie –
Peter Pan ci sfrecciava davanti…ecco
l’isola, una macchia sul mare blu,
fumo sull’accampamento…un coccodrillo
nel risciacquo di onde trasparenti
spalancava le fauci …
 
i bambini erano buttati a terra, sacchi
flosci in una caverna – Trilly la illuminò:
il primo era grigio-fumo, il secondo
tatuato di azzurro, occhi 
come tazze da caffè aveva il terzo,
il più piccino era vestito
con una busta di plastica usata
si dondolavano come scimmiette
e non lo so perché
                             …ma
una carezza di Wendy li rianimò
un fischio di Peter li fece alzare: eccoli
allegramente in marcia fuori
dal buio…danzano in girotondo
sul prato bianco rosso verde azzurro
ondulato d’amore e di piumosa
primavera…ricordi?
nell’isola che non c’è!
 
 
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  Fiaba del disincanto

 

 
Fiaba del disincanto
è troppo presto…
 
il mattino ha candori di mandorlo
brividi d’acqua all’urto di sassi piatti,
su peluria di pesche mano d’aria –
così, mordo le mele e non scalfisco
pagine chiare…
 
la metà del mattino, all’improvviso,
silenziosa si ferma, come frutto
inciso in punta di coltello –
fiaba del disincanto, è ancora presto…
 
ed all’una precisa, l’aria trema
in sobbollire di salse: scivola
la pasta nei nostri piatti  – si mangia!
rimandiamo le favole di vetro…
 
nel pomeriggio, chiudiamo la luce
fuori da queste stanze: è lieve
calmo e lieve il tocco
tuo, che mi sfiora …ed il sonno
diurno, è premonizione
traslucida alla notte…
                                          …assorta luna
sarai corazza di splendore, filtro
di gelo ai fili d’erba – in dilagare
d’argenteo disincanto…
 
 

 

  Sette paia di scarpe
 
 
Quanti tacchi di scarpe ho consumato
sempre in ritardo nel confuso andare…
 
mia madre andava a scuola camminando
all’inizio di un secolo, mi pare…
e fosse pioggia o sole, non importa
ogni mattina passava i confini
inzuppando i calzini corti
la mia mamma, col viso nella bora…
 
mio padre consumava gli scarponi
camminando sull’altipiano:
era un  mulo, un ragazzo del Quarnaro
pesce nell’acqua, freccia delle vele…
 
e poi sono arrivata, mi hanno chiuso
per il mio bene dentro un giardino:
passavo il tempo in danze pastorali,
bevevo latte, sinfonie, leggende
e sbarravo lo sguardo su valchirie
esaltate nel volo, vascelli fantasma,
eroi vaganti alla ricerca del Sacro Graal…
tra cespugli di rose, spuntava Ulisse
in ascolto delle Sirene, Sigfrido aveva
una foglia di quercia sulla schiena…
 
un bel giorno, uscii dal giardino
attirata da fragole e miraggi:
inseguendo l’amore ideale
tra aquiloni selvatici e speranze,
ho scuoiato le suole alle mie scarpe,
ho colpito i bersagli, ma di striscio…
sempre in corsa, con l’ansia della colpa…
sciolsi infine quei lacci: nudi, i piedi
rotolavo nei letti, in mezzo all’erba
lentamente, nel gorgo della carne
profumata di sesso, lacerante…
 
punte e tacchi di scarpe ho sfracellato
e consumo e distruggo, senza sosta…
 
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     Il pifferaio magico
 
Dove siete, momenti verde acqua
gesti e pianti, fugaci silhouettes
e profumi in assaggio, e lunghe file
di bimbi in corsa dietro il pifferaio?
e vi vedo in svanire, ore violette
rovesciate tra nubi di ninfee…
 
dove siete, parole rotolate
nella gola del tempo, sussurrìi
fatiscenti succhiati da maree –
nel tramonto stravolto mi ha sfiorato
disumana una scia: quanti bimbi
sconosciuti ha incantato il pifferaio?
 
 
 
    C’era una volta
 
 
C’era una volta la mia vita
disegnata con segno di matita:
l’infanzia, un palloncino all’acquerello
l’adolescenza in  nubi di pastello
volava, fra segni e scarabocchi
di gessetti celesti e timbri grigi
sotto, correva un treno in bianco e nero
la nonna aveva il pianto nella gonna
rosso, sgocciava il cuore di Gesù
 
come ogni fiaba, è cominciata in casa
l’orco era il tempo, mi disse: bambina
bisogna uscire a conquistar la vita
 
e cammina cammina, ebbi i miei doni
li sfruttai, li sprecai… stretto il pennello
lo tuffai fino in fondo, dentro secchi
di colori rotanti e risplendenti…
poi, schizzato l’arnese, dove e come
è lo stesso – formai le mie figure…
era gioia e dolore, era pasticcio
e venne l’orco a chiedermi il conto…
 
c’era una volta la mia vita, ora
cerco di ripescarla, rimestarla…
un computer non basta, una montblanc…
i pesciolini guizzano tra reti
illusorie scherzose iridescenti…
la mia mano, nell’acqua, non li afferra…
ogni fiaba ha un finale, ma non questa!
 
 
 
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 I miei pulcini

 

 

No, io non disturbo nessuno:

siedo fra due pulcini

gli occhi aperti nel buio, la sottogonna

con le pieghe plissées

tutta bianca, allargata intorno

e fiori, tanti fiori sul mio grembiulino

da montanara…

quando il giorno si accende

nella testina di lentiggini e ricci mi chiedo

quali risvegli d’ansia e quali

omissioni di desideri

tormentino

gli esseri umani… silenziose manine

e un cartello di plastica al polso

protendo

sono oggetto d’invidia, lo so

coccolata ogni giorno dai miei pulcini

                  torna su

 

  Amen

 

Incomparabili rose nel giardino:

è una fiaba d’infanzia, eppure vera…

i bambini ascoltavano melodie

sfumate, tra i viali di ghiaia

e le smorfie di piccole creature

elfiche, viola…nell’aria, un suono

rassomigliava a un profumo

lontano, molto lontano…

nelle cucine ombrose, bacili

con liscivia di cenere e ghiaccio –

i bambini piluccavano acini

di uva passa che il sole schianta…

le ginocchia sbucciate dopo il gioco

profondo, sputavano resti di more –

socchiudevano gli occhi abbacinati

da soli di rame sul caminetto…

 

nello spazio di un amen fu il sospiro

la mancanza di tutto, l’alleluia

un tonfo nella notte e poi

nell’ondulata accettazione

di un altro, interminabile amen

tutto fu preso e dato

prima ancora che fosse

 

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