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La fiaba
dei malintesi
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- La mia vita in punta di penna
- io la voglio riscrivere sul prato
- sotteso a un arco d’orizzonte arancio
- il cielo è bianco, con nuvole viola
- le figure infantili alla Folon
- sullo smeraldo vanno ruzzolando
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- con un grembiule d’erba menta e manine
- da porcospino, faccio capriole e la ruota
- giochiamo tutti alla cavallina e ci
saltiamo
- a turno sulla groppa fra margherite di
mandorle
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- e poi spunta la stella della sera
- e s’alza in volo un mare di soffioni
- per ricaderci addosso, a coprire
- sofficemente il nostro sonno –
- noi, bambini dipinti alla Folon
- sazi di fiori, fragole e rugiada
- rotoliamo nel sogno – tutto intorno
- cuccioli d’animali con saltelli
- rimbalzano sull’erba
- senza parere fanno l’occhiolino
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- così comincia la mia favola:
- per sfregare la tavola dei malintesi
- con una striglia di ferro, l’ho pensata.
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- La favola delle
bambine
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- Gatto impigliato in lacci
- cautamente passeggio
- nella seconda parte della favola:
- qui ci sono stanzette colorate
- una vicino all’altra, tutte in fila
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- filtrano senza sforzo oltre le pareti
- evanescenti crisalidi di bambine
- sul punto di crescere – ma non crescono mai
- piegano dita braccia gambe corpi
- per far le prove di mille cose
- brillano in fluido divenire
- di nuances madreperla e arcobaleno
- sono vulcani ardenti nel pensiero
- dipingono cuociono torte cullano bambini,
- si stirano un abito da sera blu sirena
- amano cantare folleggiare ballare il tango
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- ogni bambina guarda la sua vita
- con occhi grandi – sono specchi neri
- non cartoon giapponesi: dentro
- sequenze di frattali come abissi
- ruotano in turbinosa rifrazione –
- con le palpebre strette, dentro il buio
- scintillano dettagli favolosi:
- cascate di diamanti sui capelli
- farinosi vapori su grembiuli
- e frittelle di mele tirolesi
- calme bracciate blu nei mari del sud
- tenere carezze da pelle d’oca lungo tutto il
corpo
- ma forse questo non esisterà mai
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- come un’erica pallida respiro
- le montagne frizzanti – e mi fa male
- infilare radici in mezzo ai sassi
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- torna su
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Nel bosco
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- Esce di primo mattino
- dalla sua casa di croccante
- cementata col miele selvatico, saltella
- la bambina – ed è come
- fosse il primo mattino del mondo –
- dondola lo zainetto, frantuma
- sotto le scarpe il ghiaccio
- sottile, svolazzano
- le treccine il grembiule
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- il mondo è bianco, l’aria taglia e fuma…
- nel bosco denso, ombre e foglie aguzze
- e diamanti in ghirlande, impronte scure
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- sul mantello di neve, la bambina
- è lì ferma, con gli occhi spalancati:
- tutto vede ed osserva, i segni strani
- e le zampe d’uccelli e di conigli
- e, sorgenti dai rami favolosi, ruote
- luminose, aghi e raggi arcobaleno…
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- trema l’aria nei suoni acuminati…
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- ma lontano, fra monti a luci spente
- una nera gola rotta in frane
- è la porta del vento – aperta
- all’ululato dei lupi …
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Greta
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- Esce dal bosco Greta, ragazzina
- in divenire di pensieri vispi
- e passi fuggitivi – come fuoco
- brilla il giubbotto rosso – alle sue spalle
- rami intricati e nitido candore
- di stecchi, incisi in nuvole fumanti
- di nebbia e gelo…e lei cammina
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e cammina
- riflette dentro gli occhi l’altipiano
- sfavillante di neve…si scambiano scintille
- le sue ciglia socchiuse e le cascate d’oro
- del sole…cadono diamanti
- sulle ondulazioni blu…
- e i bambini scendono giù
- aggrappati con grandi
guanti
- alle slitte di legno
cimbro
- c’è chi ruzzola, chi si ferma, chi arriva
- davanti a Greta: butta lo zaino, grida
- e gioca anche tu!
- gioca con noi
- cantando e scivolando!
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- Cala un’ombra improvvisa a mezzogiorno
- e i bambini non si vedono più…
- come ti senti strana, Gretchen, tutta sola
- mentre il vento ti spinge, ti alza le gonne
- fischia nelle tue orecchie e ti fa volare
quasi…
- e tu pensi alla casa della nonna, e corri
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e corri, prima
- che arrivi l’ora dei lupi!
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- senza fiato ti fermi:
- nulla e nessuno sulla neve intatta,
- alberi vedi in cerchio – sciolta
- in aloni la nebbia, i rami appena mossi …
- ombre indistinte (animale, brigante, elfo,
principe?)
- s’impigliano bizzarre in mezzo ai tronchi …
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- c’era una volta, in un paese
- non troppo lontano, una fanciulla
- la chiamavano Greta
- dalle trecce scodinzolanti e gli occhi
vivi…
- uscì dalla favola ed entrò nella cronaca
- mi dispiace, ma non lo so
- se ha incontrato il suo principe
- oppure un lupo
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- torna su
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Pollicino
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- Eri tu Pollicino, nel groviglio
- dei gesti bruschi, delle urla – l’orco
- ero io: ti annusavo
- e mangiavo di baci in mezzo ai pianti
- Pollicino anche tu, figlio ribelle
- scombinato per gelosia, senza odore…
- vi raccontavo una fiaba, così:
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- Pollicino abitava una casa povera, che più
povera non si può
- beveva acqua in un ditale, mangiava radicchio
di cane
- giocava a nascondino dietro una tazza da tè
- aveva undici fratellini – girava la polenta
- mamma Miseria un giorno sì e due no
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- come farai, povero bambino, tutto solo
- nel bosco, e dimenticato? corri, Pollicino
- velocemente tra i fili d’erba, corri a
perdifiato!
- e poi fermati a guardare le farfalle
- sbattere le ali come ciglia, succhiando i
fiori
- divòrati una fragola per colazione
- grossa come una torta, e poi…guarda guarda:
- gli elfi si sfidano al golf con palline di
ribes!
- d’argento è la radura quando è sera
- e tutti si ubriacano di luna…
- ma trema già la terra sotto i passi
- dell’orco terrificante: che fare?
- niente paura: un grosso fungo giallo
- col cappello a sghimbescio è nascondiglio
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- e ti ho rivisto ieri, Pollicino
- gli occhiali ti sporgevano dal viso
- minuscolo - uccidevi alieni a raffica
- i tuoi pollici nevrotici sul joystick
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- L’isola dei bambini
perduti
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- Si sfilava anche l’ultimo secolo
- dal millenario anello…nell’ombra
- della sera invernale, pallida in alone
- una farfalla verde svolazzava…
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- in coro, dal pavimento picchiettato
- di biglie, gridammo: chi è?
- e Peter piombò dalla finestra
- cercando la sua ombra – ricordi?
- insieme a lui siamo partiti
- per l’isola dei bambini perduti
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- ed in scia di splendore dietro a Trilly
- sfiorammo come rondini le guglie –
- Peter Pan ci sfrecciava davanti…ecco
- l’isola, una macchia sul mare blu,
- fumo sull’accampamento…un coccodrillo
- nel risciacquo di onde trasparenti
- spalancava le fauci …
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- i bambini erano buttati a terra, sacchi
- flosci in una caverna – Trilly la illuminò:
- il primo era grigio-fumo, il secondo
- tatuato di azzurro, occhi
- come tazze da caffè aveva il terzo,
- il più piccino era vestito
- con una busta di plastica usata
- si dondolavano come scimmiette
- e non lo so perché
- …ma
- una carezza di Wendy li rianimò
- un fischio di Peter li fece alzare: eccoli
- allegramente in marcia fuori
- dal buio…danzano in girotondo
- sul prato bianco rosso verde azzurro
- ondulato d’amore e di piumosa
- primavera…ricordi?
- nell’isola che non c’è!
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- torna su
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Fiaba del disincanto
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- Fiaba del disincanto
- è troppo presto…
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- il mattino ha candori di mandorlo
- brividi d’acqua all’urto di sassi piatti,
- su peluria di pesche mano d’aria –
- così, mordo le mele e non scalfisco
- pagine chiare…
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- la metà del mattino, all’improvviso,
- silenziosa si ferma, come frutto
- inciso in punta di coltello –
- fiaba del disincanto, è ancora presto…
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- ed all’una precisa, l’aria trema
- in sobbollire di salse: scivola
- la pasta nei nostri piatti – si mangia!
- rimandiamo le favole di vetro…
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- nel pomeriggio, chiudiamo la luce
- fuori da queste stanze: è lieve
- calmo e lieve il tocco
- tuo, che mi sfiora …ed il sonno
- diurno, è premonizione
- traslucida alla notte…
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…assorta luna
- sarai corazza di splendore, filtro
- di gelo ai fili d’erba – in dilagare
- d’argenteo disincanto…
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- Sette paia di scarpe
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- Quanti tacchi di scarpe ho consumato
- sempre in ritardo nel confuso andare…
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- mia madre andava a scuola camminando
- all’inizio di un secolo, mi pare…
- e fosse pioggia o sole, non importa
- ogni mattina passava i confini
- inzuppando i calzini corti
- la mia mamma, col viso nella bora…
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- mio padre consumava gli scarponi
- camminando sull’altipiano:
- era un mulo, un ragazzo del Quarnaro
- pesce nell’acqua, freccia delle vele…
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- e poi sono arrivata, mi hanno chiuso
- per il mio bene dentro un giardino:
- passavo il tempo in danze pastorali,
- bevevo latte, sinfonie, leggende
- e sbarravo lo sguardo su valchirie
- esaltate nel volo, vascelli fantasma,
- eroi vaganti alla ricerca del Sacro Graal…
- tra cespugli di rose, spuntava Ulisse
- in ascolto delle Sirene, Sigfrido aveva
- una foglia di quercia sulla schiena…
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- un bel giorno, uscii dal giardino
- attirata da fragole e miraggi:
- inseguendo l’amore ideale
- tra aquiloni selvatici e speranze,
- ho scuoiato le suole alle mie scarpe,
- ho colpito i bersagli, ma di striscio…
- sempre in corsa, con l’ansia della colpa…
- sciolsi infine quei lacci: nudi, i piedi
- rotolavo nei letti, in mezzo all’erba
- lentamente, nel gorgo della carne
- profumata di sesso, lacerante…
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- punte e tacchi di scarpe ho sfracellato
- e consumo e distruggo, senza sosta…
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- torna su
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Il pifferaio magico
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- Dove siete, momenti verde acqua
- gesti e pianti, fugaci silhouettes
- e profumi in assaggio, e lunghe file
- di bimbi in corsa dietro il pifferaio?
- e vi vedo in svanire, ore violette
- rovesciate tra nubi di ninfee…
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- dove siete, parole rotolate
- nella gola del tempo, sussurrìi
- fatiscenti succhiati da maree –
- nel tramonto stravolto mi ha sfiorato
- disumana una scia: quanti bimbi
- sconosciuti ha incantato il pifferaio?
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C’era una volta
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- C’era una volta la mia vita
- disegnata con segno di matita:
- l’infanzia, un palloncino all’acquerello
- l’adolescenza in nubi di pastello
- volava, fra segni e scarabocchi
- di gessetti celesti e timbri grigi
- sotto, correva un treno in bianco e nero
- la nonna aveva il pianto nella gonna
- rosso, sgocciava il cuore di Gesù
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- come ogni fiaba, è cominciata in casa
- l’orco era il tempo, mi disse: bambina
- bisogna uscire a conquistar la vita
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- e cammina cammina, ebbi i miei doni
- li sfruttai, li sprecai… stretto il pennello
- lo tuffai fino in fondo, dentro secchi
- di colori rotanti e risplendenti…
- poi, schizzato l’arnese, dove e come
- è lo stesso – formai le mie figure…
- era gioia e dolore, era pasticcio
- e venne l’orco a chiedermi il conto…
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- c’era una volta la mia vita, ora
- cerco di ripescarla, rimestarla…
- un computer non basta, una montblanc…
- i pesciolini guizzano tra reti
- illusorie scherzose iridescenti…
- la mia mano, nell’acqua, non li afferra…
- ogni fiaba ha un finale, ma non questa!
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- torna su
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I miei pulcini
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No,
io non disturbo nessuno:
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siedo fra due pulcini
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gli
occhi aperti nel buio, la sottogonna
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con
le pieghe plissées
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tutta bianca, allargata intorno
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e
fiori, tanti fiori sul mio grembiulino
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da
montanara…
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quando il giorno si accende
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nella testina di lentiggini e ricci mi chiedo
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quali risvegli d’ansia e quali
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omissioni di desideri
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tormentino
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gli
esseri umani… silenziose manine
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e un
cartello di plastica al polso
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protendo
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sono
oggetto d’invidia, lo so
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coccolata ogni giorno dai miei pulcini
torna su
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Amen
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Incomparabili rose nel giardino:
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è una
fiaba d’infanzia, eppure vera…
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i
bambini ascoltavano melodie
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sfumate, tra i viali di ghiaia
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e le
smorfie di piccole creature
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elfiche, viola…nell’aria, un suono
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rassomigliava a un profumo
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lontano, molto lontano…
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nelle
cucine ombrose, bacili
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con
liscivia di cenere e ghiaccio –
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i
bambini piluccavano acini
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di uva
passa che il sole schianta…
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le
ginocchia sbucciate dopo il gioco
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profondo, sputavano resti di more –
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socchiudevano gli occhi abbacinati
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da
soli di rame sul caminetto…
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nello
spazio di un amen fu il sospiro
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la
mancanza di tutto, l’alleluia
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un
tonfo nella notte e poi
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nell’ondulata accettazione
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di un
altro, interminabile amen
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tutto
fu preso e dato
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prima
ancora che fosse
torna
su
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