Io, donna

 
riflessioni sulla mia identità femminile
(poesie scritte tra il 2004 e il 2005)
 
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Courbet
 
 
 
  Donna
   
 
Donna
di solitudine strana
violino nel buio, risata infranta
girandola ansiosa, mani di cera
prensile, punto interrogativo
 
donna di organza sgualcita, crisalide
luminescente, albero del pane
sigillo di carne morbida, ferita
che non si rimargina,
vortice di intenzioni, punto fermo
 
donna, vecchia e bambina
piede con ali, barca da carico
ruoti un orlo strappato e copri il mondo
le tue carezze maldestre, chiudile
dentro lo sgabuzzino delle scope
profumi le tue stanze di frutta
sempre sola mai sola
sfondi queste pareti con lo sguardo
 
 
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    C’è tempo
 
C’è tempo per ogni cosa –
per sbrinare lo sguardo, per scalfire
le bordure di stoffa e le pareti
oscure, e lì, sul lastricato
corre un merlo veloce…il tempo
mi basta per ogni cosa
 
C’è un tempo, per ogni cosa –
e il papa si radeva, in bianco e nero
le parole ingorgavano la mente
gli scarponi danzanti su sentieri
i profili dei monti, pensierosi
 
oggi, il fiato trapassa le fessure…
c’è un tempo per ogni cosa
 
è tempo di scrollare le astrazioni
e drappeggiarsi in mantelli di neve,
respirare il vapore sopra i campi
negri di terra, carichi di semi
 
c’è proprio tempo, per questa cosa
 
e tu, che hai messo le rose in cornice
e petali defunti sotto un vetro
guarda la brina fumante, il ghiaccio vivo –
sai,  là dentro sussurrano ruscelli
  
 
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   Il bambino di vetro
 
 
Inghiottito da un pavimento
liscio come il mio cuore ottuso,
non lo vedrò mai più –
invisibile ninnolo e rimorso –
il bambino di vetro…
 
come infanzia rimossa tu sei stato
luce rasa su polvere il ventaglio
rovistava sul marmo, inutilmente
la memoria del culto, occlusa
scivola sui miei giorni una rovesciata
affinità – stessa pelle, altre parole
sortilegio per l’ansia, ma tu
aria nell’aria sei tornato,
oltre i rami pensiero trasparente…
   
 
 
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       Cinquantanove
 
 
Il mio corpo ventenne nella memoria
sfuma i tratti – collima col presente
stinto in avorio, senza celebrazioni
roventi, né l’aroma di cocco
sulla fulgida pelle
 
sono dissolti ormai,
nello specchio di nebbia,
i ripiani del tempo, gli incroci
scivolosi di fumo – lampi
di sapori improvvisi, eclettici
 
ma del consistere io mi stupisco
cinquantanove, i miei anni
 
  
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        Non ho parole
 
Non ho parole per dirti
quelle battaglie senza spari:
proprio io che non vivo
sotto i soli di Allah, nelle tundre
dove la solitudine urla, aghi
di ghiaccio non pungono le mie dita…
 
eppure sono un girino
naufrago dentro pozze irrisorie,
zanzara sul pelo dell’acqua –
forse donna su confortevoli scarpe
che prende il cibo dai carrelli
 
Fortunata donna senza chador!
eppure sopravvivo da sempre
su palafitte di parole
   
 
           Casa vuota
 
Lasciami assaporare nel pomeriggio
la densità del silenzio
quando la casa è vuota e l’aria spazia
in ogni direzione: cubi azzurri,
luci gialle nei vetri, il lungo fiore
color fucsia, allarmanti pupazzi
in abbandono…io qui,
nel centro
della mia stanza.  
 
 
        Come mi sento
 
Come mi sento oscura nel mattino
e pesante nell’aria…
gonfio di luce, il blu dentro i canali –
cerchi, spirali e molle di colori
scombinati e squillanti –
picchiano i tacchi aguzzi sulle strade
si scompongono i muri come scorze
sollevate da muffe, nebbia e sale
la mia voce è calante tra ventate
come mi sento opaca nel chiarore
 
 
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    Risveglio
 
Qualcuno mi chiama? ma, forse
non sono più io – dopo i sogni
d’ambra incrinata, lapilli
soffiati da interne braci…
sì, lo so che tra  poco
devo infiltrarmi nei minuti…
 
Ho strusciato sul fondo – era uno spazio
turbinoso e malcerto – un’eco verde
vibrava tra le luci dense, una scia
turbinava di bollicine vivide…
Lo so, qualcuno mi chiama…
spinge e schiaccia i minuti
di piombo nella clessidra…
 
Ma io
scivolo su incidenti notturni,
addomestico il giorno che viene
con gesti prefigurati …sminuzzo
cipolle in semilune trasparenti,
tendo con un colpo deciso
le sgualciture del lenzuolo…
e nuovamente affondo
dentro torbide piume…
 
Ecco, mi chiama il giorno,
bianco viso di sogni assenti
stralunato chiarore…
non mi proietto ancora nel mirino,
non mi possiedo ma prendo per mano
i miei minuti, uno per uno.