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Salvatore Quasimodo |
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Da "Acque e terre" (1920-29)
Ed è subito seraOgnuno sta solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di sole: ed è subito sera.
Da "Oboe sommerso" (1930-32) Nascita del cantoSorgiva: luce riemersa: foglie bruciano rosee. Giaccio su fiumi colmi dove son isole specchi d’ombre e d’astri. E mi travolge il tuo grembo celeste che mai di gioia nutre la mia vita diversa. Io muoio per riaverti, anche delusa, adolescenza delle membra inferme.
Da "Giorno dopo giorno" (1947) Alle fronde di saliciE come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti abbandonati nelle piazze sull’erba dura di ghiaccio, al lamento d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo? Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese, oscillavano lievi al triste vento.
Milano, agosto 1943Invano cerchi tra la polvere, povera mano, la città è morta. E’ morta: s’è udito l’ultimo rombo sul cuore del Naviglio. E l’usignolo è caduto dall’antenna, alta sul convento, dove cantava prima del tramonto. Non scavate pozzi nei cortili: i vivi non hanno più sete. Non toccate i morti, così rossi, così gonfi: lasciateli nella terra delle loro case: la città è morta, è morta.
Da "La terra impareggiabile" Al padreDove sull’acque viola era Messina,tra fili spezzati e macerie tu vai lungo binari e scambi col tuo berretto di gallo isolano. Il terremoto ribolle da tre giorni, è dicembre d’uragani e mare avvelenato. Le nostre notti cadono nei carri merci e noi bestiame infantile contiamo sogni polverosi con i morti sfondati dai ferri, mordendo mandorle e mele disseccate a ghirlanda. La scienza del dolore mise verità e lame nei giochi dei bassopiani di malaria gialla e terzana gonfia di fango. La tua pazienza triste, delicata, ci rubò la paura, fu lezione di giorni uniti alla morte tradita, al vilipendio dei ladroni presi fra i rottami e giustiziati al buio dalla fucileria degli sbarchi, un conto di numeri bassi che tornava esatto concentrico, un bilancio di vita futura. Il tuo berretto di sole andava su e giù nel poco spazio che sempre ti hanno dato. Anche a me misurarono ogni cosa, e ho portato il tuo nome un po’ più in là dell’odio e dell’invida. Quel rosso sul tuo capo era una mitria, una corona con le ali d’aquila. E ora nell’aquila dei tuoi novant’anni ho voluto parlare con te, coi tuoi segnali di partenza colorati dalla lanterna notturna, e qui da una ruota imperfetta del mondo, su una piena di muri serrati, lontano dai gelsomini d’Arabia dove ancora tu sei, per dirti ciò che non potevo un tempo – difficile affinità di pensieri – per dirti, e non ci ascoltano solo cicale del biviere, agavi lentischi, come il campiere dice al suo padrone. "Baciamu li mani". Questo, non altro. Oscuramente forte è la vita.
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Da "Nuove poesie" (1936-42) Ride la gazza, nera sugli aranciForse è un segno vero della vita: intorno a me fanciulli con leggeri moti del capo danzano in un gioco di cadenze e di voci lungo il prato della chiesa. Pietà della sera, ombre riaccese sopra l’erba così verde, bellissime nel fuoco della luna! Memoria vi concede breve sonno: ora, destatevi. Ecco, scroscia il pozzo per la prima marea. Questa è l’ora: non più mia, arsi, remoti simulacri. E tu vento del sud forte di zagare, spingi la luna dove nudi dormono fanciulli, forza il puledro sui campi umidi d’orme di cavalle, apri il mare, alza le nuvole dagli alberi: già l’airone avanza verso l’acqua e fiuta lento il fango tra le spine, ride al gazza, nera sugli aranci.
Ora che sale il giornoFinita è la notte e la luna si scioglie lenta nel sereno, tramonta nei canali. E’ così vivo settembre in questa terra di pianura, i prati sono verdi come nelle valli del sud a primavera. Ho lasciato i compagni, ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura, per restare solo a ricordarti. Come sei più lontana della luna, ora che sale il giorno e sulle pietre batte il piede dei cavalli!
Uomo del mio tempoSei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte, - t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu, con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio, senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora, come sempre, come uccisero i padri, come uccisero gli animali che ti videro la prima volta. E questo sangue odora come nel giorno quando il fratello disse all’altro fratello: "Andiamo ai campi". E quell’eco fredda, tenace, è giunta fino a te, dentro al tua giornata. Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue salite dalla terra, dimenticate i padri: le loro tombe affondano nella cenere, gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.
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