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alcuni dei miei racconti ( per leggerli, premi la pallina che segue il titolo):
       La moglie dello scrittore   Memorie private di un'antropologa
      L'isola di Eva   Nane e Lara
      
 La moglie dello scrittore
                                    
                                         
Era una donna stinta, dal passo furtivo. Le piaceva allineare i propri gesti, nell’arco della giornata, secondo un ordine ben preciso, anche se non sempre lo stesso. Quando il marito usciva per andare al lavoro, alle otto in punto del mattino, Ida si sedeva davanti al tavolo della cucina, ricoperto di marmo bianco con venature grigie – cinque minuti, non di più, il tempo che ci voleva per la sua programmazione.
Staccava due fogli giallini da un blocnotes in forma di cubo: sul primo scriveva, a caratteri grandi ed arrotondati, tutto ciò che mancava nella dispensa e nel frigo, e che doveva acquistare in mattinata; il secondo foglietto era per le faccende domestiche e le bollette da pagare. Qui segnava anche “il suo momento speciale”, con un rapido svolazzo della penna.
Quando aveva finito, si alzava svelta e prendeva la scopa.
E, mentre le sue mani passavano dal pavimento alle lenzuola, dalla lavatrice alle cipolle, dai panni da spolvero alle spugne del lavabo, la mente era altrove. Poteva ondeggiare piacevolmente sulle ali di una vecchia canzonetta o tra i versi di una poesia, imparata a memoria in terza elementare; riascoltare le quattro chiacchiere scambiate con una vicina, o ideare una nuova ricetta per una torta di fragole.
A volte, riviveva un ricordo d’infanzia – lo rivedeva come se fosse la scena di un film. Così, senza un motivo preciso. Oppure guardava se stessa indossare lentamente il lungo abito da sposa.
Le immagini volavano via, senza lasciare traccia.
I pensieri più intensi erano quelli che prefiguravano il suo quarto d’ora speciale, segnato ogni mattina nel secondo foglietto giallo: il suo momento magico, il suo spazio libero per sfogare piccole voglie pazze, desideri semplici o strambi, diversi. Soprattutto, sempre diversi.
Alle dodici e trenta, Ida aveva finito l’abituale giro di negozi e la visita al supermercato. Mentalmente, chiudeva la prima pagina del giorno, e si preparava alla seconda.
Un suono di campanello, breve ma imperativo, annunciava il ritorno del professor Ovidio Dorazio.
La moglie lo chiamava (anzi, lo pensava perfino) con il cognome, per un’abitudine che non riusciva a cambiare dai tempi del fidanzamento. Gli andava incontro con un sorriso simile a un punto di domanda, e, da quel momento in poi, ogni sua attenzione era rivolta al marito.
Il suo quarto d’ora speciale del mattino era lontano, come se non fosse mai esistito.
Le ore del pomeriggio trascorrevano lente, tranquille, adombrate da tendaggi pesanti e suoni di pendola. Il professor Dorazio preparava accuratamente le lezioni per il giorno successivo, armeggiando tra libri di testo e vocabolari; Ida lavorava a maglia, ricamava graziosi centrini a punto croce, e dopo le sei si alzava per completare la cottura della cena.
Talvolta, il professore usciva: - Vado a fare il topo di biblioteca! – diceva alla moglie. Talvolta – molto raramente, a dire il vero – Ida era colta da inspiegabili attimi di malinconia.
C’erano dei momenti sospesi in un  silenzio verde-torbido. Ida guardava i pesci dell’acquario, e ragionava tra sé: ma chi sono io, in realtà? Sono una donna sottotono, moglie volonterosa, cuoca mediocre,  o sono una piccola cosa pazza, che canta con voce squillante, ascolta la radio e si scatena in balletti assurdi?
Seduta accanto a Dorazio, si vergognava perfino di pensare al suo quarto d’ora. No, non poteva essere lì la sua natura femminile autentica. Quello era solo un piccolo vizio, da tenere accuratamente nascosto. Mentre sferruzzava i suoi interminabili maglioni, Ida sbirciava di tanto in tanto l’assorto e spesso accigliato marito.
 
Il professor Dorazio era un uomo corpulento. Non si poteva definirlo grasso perché era molto alto e si teneva costantemente eretto. Era difficile capire se il suo sguardo fosse triste oppure severo. Aveva folte sopracciglia nere, mentre i capelli tendevano ormai al pepe e sale.
A scuola, nessuno si permetteva mai di prenderlo in giro. Era passato agli annali della storia l’unico allievo, che  - incosciente! - aveva osato imitare lo sguardo di Dorazio, mentre – gli occhiali da miope abbassati verso la punta dell’autorevole naso - osservava alternativamente il registro e gli alunni, sprofondati quasi sotto i banchi. Aveva dovuto pagare cara la sua audacia, torchiato dal professore con implacabile regolarità per mesi, finché aveva deciso di ritirarsi dall’istituto.
Tutto si era svolto, da un punto di vista esteriore, nell’ambito della più pura legalità. Nessun appiglio a ricorsi o proteste, per carità! Dorazio non era uno sprovveduto.
Qualche giovane collega metteva talvolta in dubbio, con cauti giri di frase, la modernità e l’efficacia dei suoi metodi. Il discorso cadeva nel vuoto, inesorabilmente. Non c’è che dire, il professore effondeva intorno a sé un’aura di prestigio e intoccabilità, anche se i veri motivi non erano chiari a nessuno. Su un unico punto, tutti erano d’accordo: era una persona imparziale, trattava tutti con la stessa unità di misura – assai parca, del resto.
Ida lo adorava, per questo suo modo di essere scostante. Lo aveva sempre ritenuto un essere intellettualmente superiore, e si riteneva fortunata per averlo sposato: da giovane, era consapevole di non essere brutta, anzi, ma la sua famiglia era modesta, e lei era riuscita a stento a superare il biennio dopo la scuola media.
Non avevano avuto figli, ma Ida aveva compensato questa mancanza riversando sul marito tutto il suo senso materno; quanto al professore, era difficile penetrare in lui. Si era sempre comportato in modo estremamente distaccato nei confronti di suoi allievi. Mai una sfumatura di cordialità, non parliamo poi simpatia o coinvolgimento nei loro problemi! Avrebbe voluto dire mettersi sul loro piano. I ragazzi, a scuola, hanno bisogno di una mano autorevole, mai confondere i ruoli!
Questa era la teoria di Ovidio Dorazio.
 
E giunse il momento della pensione. Nell’aula degli insegnanti, una sobria cerimonia assegnò all’emerito professore una medaglia – ricordo, e chiuse a doppia mandata un capitolo della sua vita.
Anzi, delle loro vite. Perché, all’inizio, la più sconvolta dal cambiamento fu la silenziosa Ida.
La cerimonia mattutina del foglietto, che si era protratta immutata per vent’anni e più, aveva cambiato sapore: la donna avvertiva intensamente, in ogni sua cellula, la presenza del marito in soggiorno, continuava a visualizzarlo mentre leggeva un libro oppure il giornale. Si sentiva in colpa, perfino, ma che cosa poteva farci, lei, se avvertiva come estranea, durante le ore del mattino, la sua imponente, cupa figura, tanto amata nel pomeriggio?
Non parliamo, poi, del suo quarto d’ora di follia  personale! Come avrebbe potuto mettersi a cantare, accendere la radio all’improvviso, accennare i passi di un balletto? Non riusciva neppure a  pensarlo.
Ida divenne più pallida. Scivolava furtiva da una stanza all’altra, con uno straccio in mano, oppure un piumino color arcobaleno, timorosa di disturbare, inquieta fino al limite dell’impazienza, lei che aveva sempre avuto un carattere così mite e tranquillo.
Fu un periodo di grandi silenzi. Non avevano mai dialogato molto, del resto. Cominciarono ad uscire più spesso insieme. Dorazio non rinunciava mai alla sua cravatta; di Ida, non si poteva dire che  avesse il dono dell’eleganza. Il loro abbigliamento era cambiato pochissimo attraverso gli anni; perfino le varianti stagionali, minime, erano dettate esclusivamente dalla funzionalità.
Visitavano mostre d’arte, ascoltavano lunghe conferenze; vivevano in una tipica città italiana di provincia, sonnolenta ma non priva di occasioni culturali.
Il professore in pensione osservava tutto con interesse grave, forniva dettagliate spiegazioni sulla tecnica dei quadri e sulle tendenze letterarie degli autori; la moglie guardava, ascoltava, tentava di rispondere al marito. Si annoiava, spesso.
Talvolta, un acquerello, una poesia recitata, un argomento un po’ particolare di una conferenza, aprivano nel suo animo improvvisi abbagli di luminoso interesse. Soprattutto le mostre di quadri e fotografie la facevano sognare ad occhi spalancati; quando tornavano a casa, rubava qualche minuto ala preparazione della cena per buttare giù brevi appunti, impressioni, immagini sotto forma di parole. Una mattina, Ida scoprì con gioia che i suoi quarti d’ora speciali erano tornati.
Ciò che poteva e voleva fare ora, con slancio entusiasta, era trasformare in poesie gli appunti del giorno prima. Inaugurò un quaderno con i fogli trattenuti da una grossa spirale bianca, ed una copertina rigida e lustra, a fiorami azzurri.
Una delle sue prime opere, che rilesse più volte in seguito perché – doveva riconoscerlo, le piaceva – era questa:
 
Poesia, gioco facile, collana
di sorrisi, di lacrime e parole!
Io ti cerco e ti trovo:
tu sei mia.
Mi fai piangere, a volte, poesia.
Vieni fuori da un niente, una ferita:
non sapevo di averla,
tu la curi.
 
Contemporaneamente, Dorazio cominciò a soffrire d’insonnia. In qualche modo, il lavoro gli mancava, le nuove abitudini non avevano occupato tutto lo spazio vitale dell’antica; qualcosa di vagamente sgradevole gli incrinava il sonno, i minuti si trasformavano in un’attesa, nera, insopportabile. Allora, che fossero le due o le tre della notte, buttava giù le coperte di slancio, si alzava quant’era lungo, si stirava le braccia, si vestiva, e se ne andava a leggere in soggiorno.
Ida, pur preoccupata, taceva, intuendo che il marito non voleva affrontare con lei l’argomento.
Un vago brivido la percorreva figurandoselo come un fantasma inquieto, con un giornale in mano al posto delle catene o del teschio.
A questo punto, non riusciva più a dormire neanche lei, ma non osava alzarsi.
Una notte che non ne poteva proprio più, andò in cucina a prendersi un bicchier d’acqua con dentro qualche goccia di valeriana, e fece una scoperta sconcertante.
Il marito non stava affatto leggendo, seduto sull’ampio divano di pelle nera, ma scriveva: scriveva sopra una risma di fogli appoggiati sulle ginocchia, e scriveva con una normalissima penna biro, che però sembrava indiavolata per la velocità quasi soprannaturale con cui la faceva scorrere sulla pagina. Le lettere scure divoravano a vista d’occhio il biancore della carta.
Ida rimase immobile sulla porta per un periodo che le sembrò lunghissimo, ma Dorazio non sembrò accorgersi della sua presenza. Scriveva, scriveva.
Ida si riscosse, e tornò a letto.
 
Da quella notte, nulla fu più come prima. All’ora di pranzo, dopo aver guardato il telegiornale con aria assente, Dorazio si alzò di scatto, spense il televisore ed annunciò solennemente alla moglie che stava componendo “il romanzo della sua vita”. Adesso o mai più. Avrebbe scritto giorno e notte, fino a completarlo, prendendosi i necessari intervalli di sonno e di cibo secondo le esigenze che gli avrebbe dettato l’ispirazione.
Prese le mani un po’ ruvide della moglie tra le sue, grandi e ben curate – gesto che non compiva da tempo immemorabile. Guardandola negli occhi, le disse: - Ida, se non te la senti di seguirmi in questa “folle corsa”, posso capirti. Hai bisogno di mangiare e di dormire come tutte le persone normali, di fare la tua vita. Non voglio che ti sacrifichi per me. Vai da tua sorella, per qualche tempo. Io mi arrangerò. –
Ida ebbe un tuffo al cuore. No, lei non avrebbe mai lasciato il suo uomo, non in un momento simile.
- Voglio restare con te. – disse, stringendosi a lui. Le sue guance, abitualmente pallide, si erano d’un tratto soffuse come di una cipria color fragola..
- Ti seguirò fino in fondo! Con il mio aiuto, potrai creare meglio!
Diventerai famoso, lo sento! –
Il professore scosse una mano con noncuranza, come a dire: sciocchezze! Io sono superiore a queste futilità! Ma Ida capì che era felice.
Sentiva, per la prima volta in vita sua (no…per la seconda, la prima era stata durante la cerimonia delle nozze), che i loro cuori battevano all’unisono.
 
E cominciò un periodo esaltante, anche se faticosissimo. L’appartamento era pervaso, giorno e notte, da una costante luce diffusa, non troppo chiara né troppo forte, per non affaticare la vista dello scrittore. Tende abbassate, pulizie svolte in fretta, con il minimo rumore possibile. Erano sempre pronti spuntini appetitosi, ma leggeri da digerire. Bevande vitaminiche, piccoli dolci. Frutta e cioccolata. Ida usciva il minimo indispensabile, per essere sempre pronta a soddisfare eventuali esigenze impreviste dello scrittore.
Il quale, per l’appunto, scriveva, scriveva, scriveva.
Di tanto in tanto, sostituiva la penna biro, esaurita. Di tanto in tanto, rimaneva con la penna sospesa in aria, per rileggere una frase, o alzava gli occhi al soffitto, pensieroso.
Un gesto che, se colto da Ida, la faceva quasi andare in estasi.
Dorazio non dormiva più nel suo letto, ma sull’ampio divano di pelle, dove aveva sempre pronto un cuscino ed un plaid. Non dormiva mai più di due o tre ore consecutive, e la moglie cominciò a sospettare molto presto che lui non sapesse più se era giorno o notte. Del resto, che importanza poteva avere? Ida apriva la finestra e faceva entrare l’aria fresca, quando il marito usciva dalla stanza. Lo faceva quando non ne poteva più di pensare e di scrivere. Ma, anche allora, gli bastava una bella doccia per tornare vispo come un grillo.
Ida aveva cercato, dapprima, di adeguare i suoi ritmi di sonno e veglia con quelli del marito; dopo qualche giorno, riuscendovi solo parzialmente, anche a causa della loro irregolarità, vi rinunciò del tutto, e finì per restare una settimana intera in uno stato di dormiveglia continuo. Si riscuoteva all’improvviso, correva in cucina a preparare un caffè per lo scrittore, gli porgeva la tazzina e poi crollava di colpo addormentata sopra una poltrona. Aveva delle visioni ad occhi aperti, che volteggiavano tra i mobili scuri del soggiorno: vedeva una bambina con le trecce bionde dondolarsi in altalena, si spingeva forte, sempre più forte…la vedeva finire contro il cristallo di una vetrina, poi riappariva in una cornice d’argento.
Intanto, Dorazio scriveva, scriveva. Di tanto in tanto, buttava giù macchinalmente il cibo che trovava a portata di mano: panini, merendine, Ida non usciva più per fare la spesa, non aveva più la forza per cucinare.
 
Alla fine di quell’interminabile periodo di allucinazioni e sopori, crollarono ambedue in un sonno profondo, che durò più di quaranta ore quasi ininterrotte. Quando si svegliarono definitivamente, Ida spalancò le finestre (era mattino inoltrato) e lo scrittore fece una lunghissima doccia, prima bollente e poi fredda. Uscì dal bagno allegro come un galletto, fregandosi le mani per la contentezza. Fecero colazione insieme con abbondante caffè nerissimo, chiacchierando del più e del meno come niente fosse. Poi, Dorazio si alzò solennemente, annunciando che il suo romanzo era in dirittura di arrivo. Si abbracciarono con trasporto.
- Ancora una settimana di scrittura, una quindicina di giorni per la revisione, ed è fatta! Se ti senti di aiutarmi, potresti battere a macchina qualche pagina sotto dettatura, quando sarò stanco. Poi, lo spedirò alla Casa Editrice! So già quale, ho le mie conoscenze. –
Ida si mostrò entusiasta.
Per farla breve, le settimane successive trascorsero con ritmi meno febbrili: sonno e veglia tornarono ad alternarsi in modo quasi naturale, i coniugi Dorazio tornarono a mangiare come esseri umani, e lo scrittore portò a termine la sua ardua impresa.
L’unico fatto notevole di questo periodo fu che Ida, ristorata dalla possibilità di dormire più regolarmente, ma al contempo eccitatissima per quanto stava accadendo, riaprì il suo quaderno azzurro.
Adesso, scriveva anche lei. Poesie, naturalmente. Una al giorno, a volte due o tre. Non erano più le semplici strofe che componeva in passato, bensì qualcosa di molto diverso.
 Le zampillavano dalla mente immagini brillanti e surreali: formavano figure ambigue e complesse, cariche di simbolismi, si componevano in versi irregolari ma armoniosi.
Ida era stupita di questo sbocciare: un fuoco sconosciuto stava bruciando quanto di sterile e rassegnato era nel suo intimo. Era proprio sbalordita: come era possibile che uscisse da lei, che in vita sua aveva ben poco letto e studiato, questa musica in parole? Certo, doveva essere merito del marito, che le aveva infuso con pazienza una piccola parte della sua cultura.
Ida  rileggeva i versi, appena nati dalla sua penna. Leggeva sussurrando appena, a fior di labbra: no, quei versi non somigliavano neanche lontanamente a Dorazio, quelle poesie erano sue, erano fatte della sua sostanza più intima e vera! Anche quando sembravano rincorrere assurde fantasie, quelle parole erano lei, e lei era in quelle parole. C’era un’unica perplessità, a questo punto: come poteva essere, questo, se il più delle volte le sembrava di scrivere sotto dettatura, per un impulso che le veniva chissà da dove? Comunque stessero le cose, Ida era felice, molto felice.
Dorazio non si accorse di nulla, e la moglie tenne per sé questo segreto.
 
E venne il grande momento.
 
Aprile. Le rondini stridono, l’aria è tiepida. Ida può vederle sfrecciare nel rettangolo chiaro della finestra spalancata. Il cielo è color azzurro pallido verso l’alto; i tetti sono scuri, con un alone di luce incandescente tutto intorno. Ida ascolta il suono festoso di parole e di versi in forma nascente, che fanno le capriole dentro di lei. Tiene un cucchiaio di legno nella mano destra, e con la sinistra sposta la pentola con il sugo di pomodoro, perché non si addensi troppo sul fuoco. Insegue le parole e i versi, per un po’. Ma si ostinano a sfuggirle. Beh, pensa, li acchiapperò un’altra volta.
Adesso, le sfumature rosate del cielo si sono trasformate in uno splendore rovente.
Ida si gira, e vede il marito, appoggiato allo stipite della porta, che le sorride.
- Il mio lavoro è finito, le dice, posso leggerti il mio romanzo in anteprima, dopo cena se vuoi! –
Ida non riesce a parlare. Appoggia il cucchiaio di legno sul bordo della pentola, e si avvicina al marito. Stanno a guardarsi negli occhi a lungo, prima di stringersi l’uno all’altra.
 
Cenano in silenzio sotto il cono di luce della lampada, appesa sul tavolo della cucina. La pastasciutta con il sugo profuma di basilico, Ida ha apparecchiato con una tovaglia a rustici quadrati bianchi e rossi, i bicchieri sono di vetro blu.
Nel cortile del condominio, i pipistrelli hanno ormai sostituito le rondini.
Dorazio finisce il suo vino.  – Andiamo di là. Ma quando sei stanca devi dirmelo, d’accordo? Finiremo domani. –
Ida si siede nella sua poltroncina preferita, si acciambella, quasi, nella morbidezza dei cuscini.
Sorride con una specie di timidezza, segue con gli occhi il marito scrittore che sta raccogliendo le risme di fogli. Ha spostato la lampada a stelo dietro il divano nero, il suo divano di pelle dove ha passato così tanto tempo: a scrivere, mangiare, dormire, e scrivere ancora.
E adesso può finalmente sedersi con un profondo sospiro, e leggere il suo romanzo.
Ha una bella voce, baritonale, profonda, ben impostata; legge senza monotonia, senza incertezze.
Solo un breve attimo di sospensione, quando c’è una frase cancellata con un tratto di penna, e riscritta in modo confuso.
Ida lo segue con occhi brillanti, il mento sulla mano, un ciuffo di capelli sulla fronte aggrottata per l’attenzione. Guarda le labbra del marito, e vede…
 
L’antico tappeto Boukara ai suoi piedi ora è un prato, i disegni “a zampa d’elefante” impronte di passi veloci, che si rincorrono…un mondo solare, simile a un quadro di Monet, prende vita nella stanza notturna, gruppi di giovani con abiti leggeri passeggiano, siedono sotto ombrelli di ippocastani, tra luce e ombra, parlano, ridono…Ida riconosce, sotto spoglie fantastiche ma non troppo, il suo incontro con Ovidio, studente di belle speranze e di buona famiglia. Ida faceva, allora, la cameriera in un bar, in una località termale. Ora si rivede al braccio del futuro marito, tutta orgogliosa di essere la prescelta, un po’ sperduta alle feste con gli amici di Dorazio (nel romanzo, Renato); quasi in angoscia nel palazzo dei genitori, sontuoso di marmi, le pareti completamente ricoperte da quadri d’autore. La gaffe è in agguato ad ogni angolo della conversazione.
Il romanzo prosegue tra dotte disquisizioni letterarie e politiche tra Renato e i suoi amici (qui Ida perde il filo, e torna nel suo divano, con i piedi sul tappeto), e complicate vicende di gelosie e invidie tra parenti, con diseredazione del primogenito, dopo il suo matrimonio disapprovato dal padre (le orecchie di Ida tornano a drizzarsi, la sua attenzione è al culmine).
I fatti, nella realtà, erano stati assai meno romantici, ma qualcosa di vero c’era.
I genitori di Ovidio avrebbero voluto davvero, per il figlio, una moglie ed una carriera più adeguati, secondo il loro punto di vista; qualche contrasto e qualche scena sgradevole c’era stata, in compenso non avevano un gran patrimonio da cui diseredarlo. I quadri d’autore erano in tutto un paio di litografie.
Ascoltando, la moglie dello scrittore rivive con nostalgia un momento così prezioso della sua vita. Ricorda come lo avesse supplicato di attendere: avrebbe voluto prepararsi meglio per la sua futura missione di moglie, imparare tante cose, magari anche riprendere gli studi per essere alla sua altezza. Ma non c’era stato niente da fare. Lui la voleva così com’era, semplice e schietta…la amava così. Come in una favola…e quando mai era rimasta delusa?
Quanto è bravo ora, Dorazio, pensa Ida, a dipingere queste scene del passato con tanta vivezza, come se stessero accadendo sotto i suoi occhi! Si può togliere addirittura il “come se”. Se abbassa le palpebre, vede ancor meglio ogni cosa: persone, palazzi, treni, giardini, spiagge…tutto si muove come in un film, e lei si sente tranquilla e colma di gratitudine.
Lo scrittore, intanto, continua la sua lettura; solleva appena le folte sopracciglia scure dal foglio, che ha appena finito di leggere, lo depone accanto a sé, sul divano di pelle nera, e già un altro foglio è pronto. Legge con tono chiaro ed espressivo. Non sembra affatto stanco.
 
Un gruppo schiamazzante di bambini (Ovidio e i suoi fratelli) si butta in corsa sfrenata giù per un pendio erboso. Il sole di agosto picchia, in pieno mezzogiorno. C’è un profumo di erba spagna appena tagliata, buonissimo. I bambini cominciano a rotolarsi come pupazzi, si lasciano andare nelle cunette e negli avallamenti, e arriva primo chi si getta a corpo morto. Un contadino sbuca oltre la palizzata, urlando: come si permettono di calpestargli l’erba? Agita minaccioso un forcone…bisogna rialzarsi, e scappare…Ida sorride con il suo cuore di madre mancata. Ma la mente, sovraccarica d’immagini, comincia a confondere i tempi e i luoghi…i colori sbiadiscono, la voce narrante diventa un semplice brusio.
 
La sirena di un’ambulanza lacera il sordo mormorio del traffico notturno, ridotto a un suono udibile appena. Sono le due. Tutto ciò che esiste, fuori, sembra tanto lontano. Lo scrittore si toglie gli occhiali, preme la punta delle dita sulle palpebre abbassate, le massaggia con gesto circolare.
Ida è scivolata lungo la poltrona, la testa abbandonata sulla spalla destra, come una vecchia bambola sdrucita. La pendola sembra essersi fermata.
Ovidio si alza, in cucina fa scorrere a lungo l’acqua dal rubinetto per riempirsi un bicchiere.
Quando torna nel soggiorno, il suo sguardo percorre il corpo della moglie, immobile nella penombra; attraverso gli occhiali, un lampo strano, in bilico tra l’ironia e la pietà, sembra sfiorarla, dai capelli appena un po’ sbiancati fino alla punta delle pantofole. Chissà perché, la sua attenzione si concentra sul grembiule azzurro, osserva una piccola macchia rossa. Che importanza può avere, una piccola macchia? Ovidio percepisce chiaramente che Ida non è in uno stadio di sonno profondo, lo sente da come respira.
E riprende la sua lettura, ma con un tono di voce diverso. Dalla sua bocca escono suoni leggeri, smorzati, privi di profondità: un sussurro, quasi. Le parole si infiltrano sotto la crosta dei fatti, gli oggetti sembrano stagliati in un materiale diverso, surreale…i personaggi, cuciti in una pelle non del tutto umana. O troppo umana, forse.
E la moglie ascolta. Il suo orecchio sente, la sua mente registra. Non apre gli occhi, quasi fosse sotto l’influsso di un sortilegio, ma le sue antenne avvertono subito che, nel racconto, c’è stata una trasformazione profonda. La voce sussurrata evoca una serie di visioni, dapprima incerte: nel suo stato simile a un dormiveglia, Ida assiste alla graduale formazione di un mondo a due piani sovrapposti, che non comunicano tra loro. Vede formarsi la loro assurda coesistenza, la vede evolversi, consolidarsi.
Nel piano superiore, il marito saluta la moglie, parla, legge un libro, compera il giornale e le paste, si annoda la cravatta. Il professore entra nell’aula, apre e chiude il registro, espone la sua autorevole concezione del mondo e della storia, impone il silenzio con un’occhiata. Questa è una vita che Ida conosce molto bene, anche se improvvisamente le sembra diversa.
Ma il  piano inferiore è un mondo sconosciuto: qui, non ci sono mogli né alunne. Ovidio ha un altro sguardo, sembra nudo anche quando è vestito. Recita solo poesie d’amore; ride, scherza e sembra proprio divertirsi. Ci sono alcune ragazze, che vanno e vengono. Sono cariche di anellini, collane, fanno piccoli passi o corse sgangherate. Hanno abiti strani, che si sfaldano all’improvviso sotto gli occhi di Renato-Ovidio. Ce n’è una in particolare, poco più che una bambina, con seni appena accennati, capelli di lino e ciglia bionde. Sembra un folletto dei boschi.
Mentre il marito continua a leggere, Ida sente il piano superiore perdere un po’ alla volta la sua consistenza; il piano inferiore si nutre di ogni succo vitale a sua disposizione, cresce e fa sbiadire tutti gli spazi esterni, diventa un turbinoso concentrato di gesti e di colori, di passioni soprattutto.
La fanciulla-elfo vive in una grande villa con colonne di marmo, circondata da un parco all’italiana. E’ una villa storica, e non si deve toccare nulla. Ci sono gli alani neri che si affacciano al muro e spaventano i visitatori, e gabbie con pavoni. La fanciulla dai capelli di lino è molto ricca, studia privatamente. E’ anche molto sola, nella grande villa, e conduce il professore per mano a visitare tutte le stanze: quelle con i mobili, i quadri e la tappezzeria, e quelle vuote, dove i loro passi risuonano sotto  mitologici soffitti scrostati. Nella lunga fuga prospettica, porta dopo porta, tra calcinacci ed echi distorti, Ida può vedere tutto: i gesti delle mani, la dolcezza delle parole. Vede tutto, adesso, nella stanza notturna; si sorprende a pensare che, mentre i fatti accadevano, viveva nel piano superiore, e non poteva vedere nulla.
Ma sono realmente accaduti? La donna si sente come in un blocco di ghiaccio trasparente. Nessuno può sentirla. Eppure, c’è un’attrazione suadente, invincibile, nella scena che le scorre davanti: i due personaggi sono sbiancati come statue viventi, s’inseguono e si raggiungono, si lasciano e ritrovano…ma il satiro non vuole, in realtà, raggiungere la sua ninfa, non vuole sporcare le sue membra candide con le dita rapaci. L’ideale rimane intatto.
La fanciulla dai capelli di lino scompare, inghiottita da un collegio svizzero. Ma…dietro una porta in legno dipinto, si materializza un’altra figura. Un corpo di donna  matura, greve, dallo splendore inquinato; il professore non teme più di sciupare un ideale, e affonda beatamente in questa realtà, dai carnali effluvi. E’ la madre della ninfa: oceano di esperienza, nave traghetto verso altre, più complesse e contorte esperienze.
 
Nel soggiorno dai mobili austeri, Ida è circondata. Le presenze del piano inferiore hanno invaso tutto lo spazio intorno a lei, si agitano avvinghiate a due a due, si sovrappongono nude o semivestite, formano grappoli semoventi, figure maschili e femminili come lingue di fuoco, intrecciate, incastrate, scivolose le une sulle altre…e tutte insieme la stringono sempre più da vicino, e urlano, anche se le voci non sembrano uscire dalle loro bocche: “Ida…Ida…ma chi sei tu, Ida? Sei un nulla che crede di esistere! Hai creduto di amare e di essere amata? Ma tu non sei nulla, Ida. Tu non esisti. Noi sì che esistiamo, non vedi? Noi siamo, perché siamo stati. E tu non sei, ora, perché non sei mai stata!”
La donna si rannicchia nella sua poltrona, fino ad assumere una posizione fetale. Stringe, stringe forte il capo tra le braccia. Ma come, io non sono?
Dorazio, che cosa hai fatto! Che cosa hai scritto, marito mio…c’è come una spina, ficcata in mezzo alle mie costole!
 
Un foglio scivola dalle mani dello scrittore…lo riprende, ma le sue pause, dapprima brevi, si prolungano sempre più…finché sprofonda in un sonno senza sogni. Svuotato dalla fatica, momentaneamente libero da fantasmi, da ricordi, da parole.
 
E Ida vorrebbe piangere, ma non può. Troppo forte la sua incredulità, il suo rifiuto. Ciò che ha visto, non può essere, altrimenti tutta la sua vita sparisce, così com’era, come è ancora.
Torna una fitta lancinante, un groviglio allo stomaco, come una progressiva lacerazione dei suoi tessuti vitali. Fino a precipitare in una tenebra senza fondo, una stanchezza mortale.
Eppure, quando sente che non sopporta più tutto questo, Ida vede dentro di sé una piccola luce, come un nucleo informe ma vivo. Immersa in una specie di trance, ha la percezione di un essere germinale, nel suo intimo, simile al figlio che non ha mai avuto.
 “Sarò madre per me stessa”, è il suo ultimo pensiero, prima di entrare in una nebulosa rossastra,  fase iniziale del sonno.
 
Era il momento più silenzioso della notte, il momento più buio che precede di un soffio le luci dell’alba. La città era immobile. Il suo respiro, una vibrazione lontanissima.
La luna si lasciava coprire da nuvole sfatte, poi stracciava la garza farinosa con la sua luce, simile ad un punteruolo da ghiaccio.
Nel soggiorno dello scrittore, la lampada a stelo si fece più luminosa, senza alcun preavviso.
Puff! e tutto annerò.
 
Adesso il mattino lattiginoso scivola sotto le fessure delle persiane, avanza sul pavimento come una pozza d’acqua. Ida muove le braccia e le gambe. Torna a rannicchiarsi per un po’, infine si stende tutta, prende lo slancio per alzarsi, e rimane immobile davanti alla poltrona.
Stupita, incredula figura in bianco e nero. Che ora sarà? È giorno, notte, estate, inverno?
I merli cantano, la loro voce modulata si espande come in uno spazio vuoto.
I rettangoli più chiari delle finestre attirano Ida. Riconosce la stanza, la sagoma scura del marito addormentato, ma che cosa ci facciano lì, loro due, la mattina presto – questo non riesce proprio a capirlo. Sospetta di essersi addormentata sulla poltrona – infatti, ha le membra rotte dalla stanchezza, e un ricordo forse di fatti strani, non tutti gradevoli, forse di sogni confusi.
Muove cauta qualche passo sul tappeto; un chiarore obliquo rivela blocchi di fogli sparsi dappertutto. Nella sua mente, un formicolio al rallentatore, una nebbia di sensazioni pesanti che non si sviluppano fino a divenire pensieri .
Un senso di crescente estraneità avvolge il divano, i libri, il pavimento, i fogli, il corpo stesso del marito addormentato, come se tutto fosse avvolto da una pellicola  trasparente.
Per snebbiarsi la mente, Ida si fa una bella doccia. Lunga, con il getto dell’acqua diretto con forza sui capelli, sul viso, su tutto il corpo. Esce dal bagno ancora umida, avvolta in un ampio accappatoio bianco.
Sente sgocciolare i capelli, un rivoletto le scende, fresco e piacevole, lungo la schiena.
Solleva da terra un foglio, a caso; lo inclina sotto la luce della finestra. Legge:
“ Non stiamo discutendo di filosofia, caro Renato. La situazione politica attuale…”
Più sotto: “Quello che ti ho già detto tante volte, te lo ripeto, anzi te lo grido: o questo, o quello, aut-aut!” E ancora: “Costruiremo un mondo migliore…”
Ida scuote le spalle, perplessa. Rimette il foglio sul pavimento, ed entra in cucina.
 
Qui sì che si sta bene! Con la finestra aperta, si può aspirare l’odore del mattino, mettere la moka sul fornello e attendere il borbottio del caffè che sale. Si può preparare con calma la tazzina, la zuccheriera, il cucchiaino. E lasciare che pensieri nuovi fluiscano dalla mente ancora vuota.
Ida si strofina i capelli con un asciugamano, lo avvolge intorno alla testa come un turbante. Un sorriso quasi invisibile la fa sembrare più giovane, mentre guarda il getto filiforme del caffè scendere, lucido e nero, dal beccuccio della moka.
Ascolta una voce interiore, forse? Sì, tra i ricordi qualcosa affiora.
Senza fretta ma con decisione, la donna esplora la cucina, prima con sguardi circolari, poi spostandosi a piccoli passi qua e là. Le sue mani sfiorano distrattamente i blocchi di foglietti, una pentola, la scatola del cucito…come per un’ispirazione improvvisa, apre un cassetto, trova un quaderno con la copertina lucida, azzurra. Il viso della donna sembra aprirsi come un fiore; sorridendo sfoglia lentamente le pagine, le accarezza quasi.
Le sue labbra si muovono sussurrando i versi, sì, i versi delle sue poesie!
Accosta al tavolo di marmo variegato una vecchia, robusta seggiola impagliata e siede, con i piedi nudi intrecciati.
Esita un attimo appena, succhiando pensierosa il cappuccio della biro.
Poi scrive:
 
Questo foglio mi chiama – bianca
finestra sul giorno che viene
ho spalancato le persiane
il cielo mi osserva con attenzione
sono volati sull’albero i miei sogni –
grappoli di foglie ed uccelli in allegra
conversazione…
 
Nel soggiorno, lo scrittore si sta risvegliando; muove un braccio, con uno strano formicolio, una sensazione di fatica. Cerca di sollevarsi dai cuscini, ma avverte un peso invincibile che gli inchioda sul divano tutta la parte destra del corpo.
Vorrebbe gridare: “Ida! Ida!”, ma si sente imprigionato, come in un blocco di ghiaccio nero.
Ida, dove sei andata?
 
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                               Memorie private di un’antropologa
 
 
Giunta alla soglia degli ottanta anni, mi posso dire soddisfatta della mia lunga ed avventurosa esistenza: non conservo nella memoria il rimpianto per un’unica occasione perduta, e non ho mai recato consapevolmente danno al mio prossimo.
Oggi, la mia vita un tempo così movimentata si svolge tutta qui, nella villa che porta il mio nome, sulle dolci colline di Asolo. Vivo in solitudine quasi completa, con un unico collaboratore, Hakim, il mio factotum tunisino: è giovane, affilato, bruno e molto efficiente.
Villa Frida è una costruzione semplice e compatta, ad un solo piano, con una decorazione  floreale che si avvinghia intorno al portone ed una torretta angolare. L’intonaco è di un rosso cupo, a tratti un po’ dilavato dalle piogge invernali. Il mio giardino non è grande, ma ricchissimo di piante. A me piace così, aggrovigliato e quasi selvaggio: sarebbe insopportabile per me sentirmi una vecchia donna in una casa banale, con intorno un giardino scialbo. Almeno le piante devono essere giovani e vive.
Il mio corpo, fortunatamente, risponde ancora a quasi tutti gli ordini che gli do, e anche la mente non funziona poi troppo male: è più lenta di una volta, ma è rimasta agile e curiosa.
Naturalmente, spero che la mia non sia pura illusione; si sa che i pazzi sono i primi a non rendersi conto del loro stato mentale. Questo sia detto tra parentesi; proseguo, nella convinzione che si tratti di un’ipotesi dell’irrealtà.
Ho già dato alla stampa qualche anno fa le mie memorie ufficiali; grazie ad un’accorta campagna pubblicitaria, sono diventate nel giro di alcuni mesi un best seller in Europa e negli Stati Uniti.
Una fortuna, per il mio editore; in seguito si capirà perché.
Questi miei appunti non sono un’autobiografia; per quale motivo, dunque, ho ripreso ancora in mano la penna? Sento che non si tratta del semplice potere dell’abitudine, e non scrivo neppure per denaro. Ho svolto i mestieri più umili, da giovane, noiosi e frustranti a volte; abbastanza presto, però, la vita mi ha ricompensato con soddisfazioni ed onori anche al di là delle mie aspettative. Sono stata cronista ed inviata speciale per una importante testata giornalistica, inviata di guerra e poi opinionista per un network televisivo, stimata antropologa, e infine scrittrice di best seller.
I miei depositi finanziari, più che soddisfacenti quando avevo poco più di trent’anni, hanno subito un tracollo improvviso, in seguito alle vicende di cui scriverò nelle pagine successive; dopo i cinquanta, la mia situazione è tornata assai positiva. Ma i soldi, in quanto tali, non mi hanno mai interessato: li ho sempre trattati come un mezzo, non come uno scopo di vita.
Perciò, mi è capitato spendere anche eccessivamente, quando mi innamoravo di una persona o di un’idea, o di semplici oggetti. Verso i settant’anni, ho capito che dovevo fermarmi. Ero ancora abbastanza conosciuta (non vorrei dire famosa, sarebbe eccessivo) per poter trattare con una buona casa editrice in condizioni a me favorevoli. Sono quindi riuscita a cedere i diritti d’autore sulla mia autobiografia in cambio di questa villa; e mi sono ritirata a vivere qui, dove non mi manca nulla.
 
Riordinare i miei ricordi è stata un’occupazione più che sufficiente per una settantenne; dopo aver inviato l’opera alla casa editrice, mi sono rimasti nella mente diversi punti interrogativi. Alla maggior parte, so che non riuscirò a rispondere mai. Ma ce n’è uno che mi assilla in particolare: non so se chiamarlo dubbio, sospetto, fantasia, ossessione, o quale altro nome usare.
In realtà, nella parte più riposta della mia anima, avverto da sempre questa percezione, oscillante tra una consapevolezza annebbiata e una specie di desiderio. Ho quasi ottant’anni, e devo risolvere la questione, una volta per tutte. Non posso più usare l’impeto, la passione, convogliarle verso attività frenetiche di ricerca, come ho fatto in passato. Ma ci sono altri metodi, più sottili, e non mi rassegno all’idea di morire senza aver svelato questo enigma. Devo sapere.
Devo sapere se ho mai avuto (e potrebbe vivere ancora, in qualche luogo remoto) una gemella eguale a me: non parlo di un sosia fantastico o di un’affinità ideale, mi riferisco ad un essere umano uscito dallo stesso ventre materno da cui sono stata partorita, esattamente settantanove anni fa, undici mesi e tre giorni. Una persona di sesso femminile, con il mio identico patrimonio genetico: che, forse, è stata divisa da me poco dopo la nascita, e forse invece è vissuta con me qualche giorno, o qualche mese, per poi essere cancellata dalla mia vita e dai miei ricordi da qualcuno, che ha voluto così per motivi ignoti ed imperscrutabili.
Può anche non essere mai esistita, questa gemella: posso averla plasmata io, con la mia fervida fantasia infantile, e può essere poi riemersa a sorpresa nei momenti più impensati. Nella vecchiaia, si sa che la mente può essere distorta da ossessioni: e se la mia fosse pura e semplice demenza senile?
E se, invece, la mia gemella esistesse davvero?
 
La mia famiglia é originaria da un’oscura cittadina dell’Europa centro-orientale, dove tutti avevano parenti ed amici delle nazionalità ed etnie più diverse, che parlavano linguaggi misti, oscuri per qualunque abitante dell’Italia e della Francia. Anche dell’Austria e della Germania, se è per questo. La mia vecchia governante mi addormentava con nenie mai più sentite altrove, in nessuna parte del vasto mondo che ho visitato da adulta.
Porto ancora al polso la prova tangibile dell’esistenza e dell’affetto di questa domestica, morta quando ero ancora bambina: Ania (questo era il suo nome) mi ha stretto intorno al piccolo polso un portafortuna color corallo, di un materiale flessibile e indistruttibile. E’ rimasto aderente alla mia pelle per quasi ottant’anni, è miracolosamente cresciuto con me, ma non è invecchiato.
Mi ha portato fortuna davvero, questo è certo. Non sempre, però. E soprattutto non ha portato affatto fortuna ai miei genitori.
Mia madre, una bella donna alta e bruna con gli occhi sognanti, non si è mai accorta di questo trascurabile dettaglio. Mi riferisco al braccialetto. Mia madre non mi vestiva e non mi lavava. Quando morì Ania, facevo già tutto da sola. E poi, c’era in casa una piccola folla di vecchie e giovani zie, o presunte tali, che si occupavano di ogni incombenza domestica. In cambio, mia madre mi insegnò a suonare il pianoforte, a danzare il valzer e la mazurca, a comportarmi come una signorina di buona famiglia. Mio padre, invece, passava il suo scarso tempo libero a insegnarmi tutte le lingue che conosceva (e non erano poche), e a darmi un’infarinatura di storia universale, di matematica e di astronomia.
A sei anni, senza saperlo ero un piccolo mostro. Figlia unica (ma sarà poi stato vero?), venivo esibita con molta nonchalance alla vasta parentela: recitavo poesie in tedesco antico, e suonavo valzer di Chopin e di Brahms.
Ma venne una grande guerra, e tutta la mia famiglia fu costretta ad emigrare, a causa dei bombardamenti prima, e delle persecuzioni etniche e razziali poi. Qualcuno decise che quella città doveva essere solo slava e noi, che eravamo slavi solo per un decimo, e per il resto italiani, tedeschi, rumeni e, in minima parte, zingari, dovemmo lasciare lì case e terreni alle truppe occupanti e alla popolazione delle campagne, accorsa in massa per i saccheggi.
Detto per inciso, che io fossi figlia unica era considerato un fatto singolare e poco lodevole, in quei tempi di nidiate numerose. Mia madre e le zie avevano un’abitudine piuttosto irritante: parlavano qualche volta in turco fra di loro, per non farsi capire da me. Ma io avevo imparato alcune parole chiave, alcune frasi fatte che, pronunciate in tono allusivo e misterioso, mi mettevano sull’attenti. Una di queste recitava così, in turco naturalmente: “Attenzione, la bambina ascolta!” Un’altra: “Ti sta guardando, parla sottovoce!” Poi, però, convinte dalla mia espressione ingenua, per fare meno fatica proseguivano in tedesco; un giorno, le sentii confabulare tra loro a proposito dell’altra bambina, “quella eguale”. La vecchia zia Irene aggiunse, con voce triste: “Ma è meglio non parlare più di lei.”
A questo punto, mi è venuto il mal di pancia, per la curiosità. Ma non potevo chiedere, altrimenti avrei svelato che comprendevo il loro linguaggio criptato.
Il mio sospetto sulla gemella risale quindi alla prima infanzia. Ma questo è l’unico ricordo basato su elementi precisi, e non su sensazioni vaghe o su fantasie: come quelle che spesso animavano il buio della mia stanzetta, prima del sonno. La mamma mi dava il bacio della buonanotte ed usciva con passo leggero: dietro di lei, rimaneva per qualche tempo il suo profumo. Quando Ania non veniva a raccontarmi le fiabe, me le raccontavo da sola.
O meglio, una voce femminile simile alla mia, inventava per me avventure mirabolanti: mi sembrava quasi di sentir respirare, tra una frase e l’altra, questa bambina, se ne stava vicina al mio lettino, e chiacchierava allegramente. Anche se ero piccola ancora, ricordo benissimo la sensazione che provavo: adesso lo definirei uno stato di coscienza alterata, una forma di sdoppiamento interno. Sapevo che la bambina non c’era, ma allo stesso tempo era come se ci fosse.
Quando persi questa abitudine, alcuni anni dopo mi domandai quale potesse esserne l’origine: cercai di andare indietro nel tempo, indietro, ma la mente si chiudeva in un buio senza risposte, e per motivi sconosciuti “sapevo” che non dovevo chiedere. Non questo.
Eppure ero una bambina petulante e curiosa; non ero abituata a calibrare le mie parole, e non ci pensavo su troppo,  prima di “combinarne una delle solite”, come diceva la zia Irene.
Comunque, non ho molti ricordi dei miei primi anni di vita, ma da ciascuno di loro emana un fascino particolare: in quel periodo accadevano per me, come per tutti, le cose che contano davvero, quelle che poi non succedono più.
 
Dopo la guerra, tutto cambiò. Fuggimmo dalla nostra città natale, e ci stabilimmo in una città dell’Italia settentrionale. Non vidi più mio padre, e seppi solo anni dopo che era morto in un lager.
Non eravamo più una famiglia numerosa e felice, dentro una grande casa accogliente, piena di mobili ben lucidati, di quadri e di libri. Eravamo soltanto in quattro, io, la mamma, una zia anziana e un cugino di mezza età, e la nostra abitazione era un appartamentino anonimo. Il pianoforte della mamma era scomparso, insieme alla maggior parte dei miei giocattoli.
L’atmosfera era, a dir poco, lugubre: pregavamo ogni sera per il papà, perché tornasse salvo, la misteriosa parola “disperso” era una condanna oscura, incomprensibile. Un giorno, arrivai ad invidiare una mia amica, che era orfana: la maestra cercava sempre di consolarla.
A scuola, mi consideravano una bambina strana; il mio accento diverso, simile a quello di una straniera, rendeva le mie compagne leggermente diffidenti. Mi consideravano superba, perché parlavo poco; proprio io, che avevo assillato Ania e le zie con le mie continue chiacchiere! Mi rendevo conto di essere cambiata, ma non potevo farci niente, anche perché in classe mi annoiavo parecchio. Sapevo già quasi tutto quello che la maestra spiegava, specialmente la storia e la geografia; sognavo già di fare il giro del mondo e mi proiettavo davanti un futuro di esploratrice.
In fin dei conti, è esattamente quello che ho fatto in seguito.
 
Ma tutto è svanito, più veloce di un sogno (un paragone abusato, lo so, ma calzante): passato remoto e passato prossimo, tutto appare sullo stesso piano ai miei occhi di donna anziana, ma ancora ansiosa di capire. E’ come il mio giardino. Sotto agli alberi ci sono gli arbusti ed i cespugli, e ancora sotto l’erba e le felci: per distinguere i più piccoli steli e per vedere la terra che c’è sotto ancora, bisognerebbe fare tabula rasa.
Ora me ne sto seduta qui, in silenzio. E’ sera, sulle colline di Asolo. Sera in tutti i sensi. Un sole di fiamma sta scendendo lentamente, e anche la mia vita declina. Il giardiniere tunisino innaffia le piante: è così dolce sentire questo rumore come di pioggia sotto il cielo senza una nuvola, e annusare l’odore della terra bagnata. Ma quella mia tristezza di allora è una ferita che non si rimargina: io mi sentivo confluire dentro, nonostante l’egoismo infantile, la desolazione di mia madre, sola in un paese che non era straniero, ma era come se lo fosse. Intuivo quanto le mancassero i parenti e gli amici, il suo bellissimo pianoforte a coda; non parliamo, poi, del marito.
Quando pensavo a mio padre, mi sentivo prendere da una specie di ribellione, da una furibonda amarezza, che non facevo mai trapelare agli occhi della mamma, vedendola tirare avanti a denti stretti, senza l’allegria e il profumo di un tempo. Qualcuno (il duce, l’imperatore, Dio, chi?) aveva comandato a mio padre di andare in guerra, e poi di essere rinchiuso in un lager, e di “disperdersi” e morire. A questo non volevo pensare, quasi, era troppo inconcepibile che fosse successo. No, non volevo, non potevo pensarci. Però mi toccava vivere in questa assenza.
E così sono diventata presto forte e dura; studiavo con diligenza, con curiosità e con accanimento. Non appena possibile, ho cominciato a lavorare per mantenermi agli studi. Volevo una rivincita, per me stessa e per mia madre, che però ha assistito soltanto ai primi passi della mia ascesa. Ma io vedevo nitidamente, davanti a me, la mia strada: bastava percorrerla.
Anni di gavetta nella redazione di un giornale di provincia, incarichi sempre più impegnativi, promozioni, la mia firma sulle pagine di testate sempre più importanti…fino a raggiungere la meta di inviata speciale.  Parlavo correntemente sei lingue, e mi specializzai nei reportages di guerra.
 
Ero “arrivata”, sì, ma dove? Non riuscii a resistere a lungo nel teatro di tanti orrori: sentivo il dovere di essere lucida ed imparziale, ma non potevo. Preferii ritornare in Italia; a Roma entrai nel “carrozzone” televisivo. Il denaro cominciò ad affluire nel mio conto in banca, sempre più abbondante.
A quei tempi, mia madre era già morta: un incidente stradale se l’era portata via mentre mi trovavo all’estero. Era morta anche la mia vecchia zia; del cugino e degli altri miei parenti, sparsi in tutto il mondo, da anni avevo perso le tracce. E neppure l’ombra della gemella mi sfiorò per diverso tempo.
Vivevo in un lussuoso attico a Trinità dei Monti, circondata da mobili ed oggetti rari e preziosi, scelti con gusto, e da persone che occupavano posizioni di potere, in ogni campo. La loro frequentazione, necessaria per il lavoro che svolgevo, solo in qualche caso era per me anche fonte di piacere ed arricchimento spirituale. A trentacinque anni, stavo per diventare anch’io (in parte già lo ero) una donna di potere. Ma la mia carriera subì un’interruzione improvvisa, nel momento in cui crollò la mia resistenza fisica e psicologica a quel tipo di vita.
Avevo violentato la mia più intima natura per volontà di rivalsa, avevo sfruttato me stessa attraverso un’iperattività protratta ed intensa. Mi ritrovai all’improvviso persa, inerte: non avevo più ricordi, desideri, soltanto una fastidiosa nebbia mentale, un’insofferenza alle luci, ai suoni, alla vita stessa.
Non provavo più niente, per cui valesse la pena alzarsi dal letto la mattina ed esistere. Non ricordavo mia madre e mio padre, quasi non riconoscevo me stessa allo specchio.
Trascorsi alcuni mesi ricoverata in una clinica, e di questo periodo ricordo solamente i sogni, densi di immagini oppressive e di presenze cupe, che sconfinavano dal sonno alla veglia, attraverso stadi intermedi che erano sonno e veglia insieme, eppure nessuna delle due condizioni. Sentivo voci, che mi sussurravano all’orecchio giorno e notte parole smozzicate ed assurde, frasi sibilline. Pur senza capirle, sapevo che erano sentenze di condanna.
Quando ero sveglia, rimanevo bloccata nel letto bianchissimo da lacci, con le braccia infilzate da tubi; quando dormivo, percorrevo corridoi dalle prospettive in continua, minacciosa evoluzione: c’erano curvature improvvise, muraglie oscure che crollavano svelando precipizi. Camminavo lungo sentieri oscillanti, ingannevoli; i miei piedi e le mie gambe entravano in acque torbide, poi tutto il mio corpo era sommerso da inqualificabili liquami.
 
A questo punto, mi rendo conto che sto descrivendo “il mezzo del cammin di nostra vita”. In realtà, l’aspettativa di vita si è allungata dai tempi di Dante, e io sono già oltre la fatidica soglia segnata dal poeta. Eppure, questa coincidenza biografica tra il suo viaggio e il mio mi sembra fortemente simbolica. Avverto un specie di vibrazione interiore, mentre rivivo i miei incubi di allora, come se dentro quel mondo allucinato ci fosse una verità superiore.
Perché ci ostiniamo a cercare, sempre ed esclusivamente, i significati concreti, le prove sperimentali?
Quando sono uscita da quella clinica, ho vissuto per un mese come un’eremita, nella pace di un convento; poi, sono uscita di nuovo per le strade del mondo. Ho percorso tutte le scale, ho incontrato tutte le persone ancora in vita, tra quelle che cercavo; ho scavato in molti uffici, anagrafici e non, ho interrogato ogni possibile testimone. Ore ed ore di attesa in corridoi grigi, la polvere densa dei vecchi documenti, gli appuntamenti mancati, le porte chiuse, le case crollate…tutto, pur di trovare anche la più tenue traccia della mia fantomatica gemella. Senza il minimo risultato.
Eppure, incatenata a quel bianco letto d’ospedale, alla fine di un tunnel nero ed informe, più raccapricciante di ogni altro percorso prima, ho visto una sfera luminosa: al centro, c’era lei, la mia gemella. Fu allora che la vidi per la prima volta in faccia, nitidamente, con chiarezza assoluta.
Mi guardava: i grandi occhi di un colore verde scuro, saturo, erano fissi nei miei. Io provavo una sensazione di realtà intensa, definitiva, nel rispondere al suo sguardo.
Qualche giorno dopo, fui dimessa dalla clinica. Ma, come ho scritto sopra, non riuscii a trovare alcun riscontro preciso all’esistenza, in questo mondo, della mia gemella. Sbattevo la testa contro mille muri, ma ero ostinata, non mi rassegnavo: alla fine, giunsi alla conclusione che non potevo, e quindi non dovevo “trovarla” io, sarebbe venuta lei da me, a suo tempo e luogo.
Forse, da una realtà parallela…
 
E tornai a vivere nel mondo, trasformata da una nuova percezione di quanto mi circondava, scettica di ogni apparato religioso e metafisico ufficiale, desiderosa solo di vivere nell’unico respiro cosmico. Avvertivo tutte le creature come immerse in un unico bagno di vita: e lì dentro ho nuotato, sì, per tanti anni…non che l’avventura sia finita neppure ora, che ne ho quasi ottanta.
E’ cambiato il suo ritmo ed il timbro interiore, ma continua, senza dubbio.
Sono stata come un pesce, nella vita: mi sono spinta in tanti mari, mi sono bagnata nel sacro Gange ed ho risalito il Rio delle Amazzoni. Ho praticato l’antropologia sperimentale, dopo averne studiati i principi teorici alla Sorbona, ho vissuto con gli Indios Maracuja per un anno intero, e con gli uomini della pietra in Nuova Guinea. Ho fumato coca e cacao con gli schiamani, ed ho sognato lo spirito della gemella, nella caverna di Orso Interiore.
I miei articoli sul National Geografic hanno fatto scuola, però mi sono cimentata anche nella “fiction”: i miei libri sono divenuti ben presto autentici best seller, fonte di divertimento ma anche di informazione e di cultura per migliaia di persone. Sono piaciuti, perché io per prima mi ero divertita a scriverli! Posso dire di aver inventato un genere letterario, la fanta-antropologia, con  questi ingredienti: descrivere esperienze realmente vissute, con una buona aggiunta di spezie, rosse, rosa, gialle, aranciate, e sopra una spolverata di nero, il mio colore preferito.
Ho esplorato anche il continente dell’amore, per quanto mi è stato possibile: perché, qui, non basta volere, ci vuole anche la scintilla dell’imponderabile. All’inizio, e anche in seguito. Io ho avuto la fortuna di incontrare la persona, con la quale avrei voluto condividere il resto della mia vita; anche lui, un uomo che definire speciale sarebbe poco, si era innamorato di me.
Ma preferisco non parlarne, in questi brevi appunti. E’ una parentesi conclusa della mia vita, finita, per motivi a me solo parzialmente comprensibili; non voglio parlare di colpe, o di responsabilità.
Guasterei la scia di splendore, che ancora emana da quei momenti.
 
E adesso sono qui, nel dolce crepuscolo asolano; Hakim ha smesso di innaffiare le piante.
Vedo dalla finestra sorgere le prime stelle, ad una ad una: come sono fortunata a conservare ancora la vista, anche se non proprio intatta! Se un giorno dovessi essere impedita nei movimenti, spero di poter almeno guardare le mie piante e il cielo notturno.
Anche oggi ho portato a termine la parte di investigazione nel passato, che mi ero assegnata. Ogni giorno, rileggo un capitolo della mia autobiografia; poi, chiudo gli occhi, e ripercorro quel determinato periodo con sistematica ostinazione. Cerco le falle nella diga delle costruzioni verbali. Purtroppo, mi rendo conto che ci sono ore, giorni, mesi ed anni, simili ad affreschi irrimediabilmente danneggiati.
Neppure il restauro più accurato potrebbe restituire le forme ed i colori originari. Spesso i colori tornano (ma saranno gli stessi?); le forme, invece, conservano solo a tratti il loro contorno preciso. Ma ci sono larghe chiazze slabbrate, senza intonaco,  erosioni del tempo. Pure metafore del nulla.
Qualche volta, guizza fuori senza preavviso qualche particolare dimenticato, qualche minimo dettaglio che sembra assumere un’importanza vitale…mi sembra di aver compiuto un’emerita opera di salvataggio, con la memoria. Scrivo un appunto: poche frasi, in genere, seguite da un punto esclamativo. Sorrido, e proseguo con la seconda parte del mio programma quotidiano.
Sollevo il coperchio del mio baule: un vecchio e capace contenitore, con le sue brave rifiniture in ferro battuto. Ho voluto conservarlo attraverso i mille traslochi della mia vita; è appartenuto alla mia sfortunata madre e l’ho riempito con i reperti e le testimonianze delle mie peregrinazioni alla ricerca della gemella perduta.
Ogni giorno apro una busta, una scatola, ispeziono un angolo del baule: leggo e rileggo ogni appunto, ogni documento ritrovato, osservo ogni oggetto con una lente d’ingrandimento professionale, da intagliatore di diamanti. Mi incuriosiscono mille dettagli, scopro sempre qualcosa di nuovo. Oppure, qualcosa che avevo dimenticato, ma che brilla comunque come nuovo, nella diversa prospettiva del tempo.
 
Eppure, niente mi avvicina davvero alla mia meta. Sono arrivata a raschiare quasi  il fondo del baule e sto rileggendo gli ultimi capitoli dell’autobiografia, senza trovare niente di  decisivo. Ma l’assenza di prove concrete provoca in me una progressiva trasformazione: comincio a pensare che oramai non m’interessi più, in sostanza, se la gemella sia reale o sognata. Anche perché mi riesce sempre più difficile distinguere i due piani, e non mi sembra neppure un’operazione corretta disegnare con precisione  il confine tra l’esistente e l’immaginario.
Nel crepuscolo della mia vita, il mondo esterno, passato e presente, va sfumando a poco a poco, dopo essersi come raggrumato nelle mie azioni, nei miei pensieri e nella scrittura.
Respiro profondamente: mi sembra di assumere, attraverso i freschi sorsi di brezza serale, l’essenza del mondo esterno dentro di me. Divento punto d’incontro di tempi e luoghi, mi sento leggera e pesante, vuota e piena contemporaneamente. Avverto una perfetta armonia nel silenzio, vorrei rimanere a lungo immobile in questa sensazione.
Poi, mi riscuoto come spinta da un automatismo inconsapevole, e chiudo la finestra.
Mi preparo per la notte, con grande calma, in intimità con me stessa. Accendo una piccola lampada accanto al letto, scivolo sotto le lenzuola, apro un libro di Andersen e leggo una fiaba, dall’inizio alla fine.
Ripenso alla giornata. Rifletto. Leggo un’altra fiaba, più breve.
Gli occhi mi bruciano un po’ e le palpebre cominciano a pesare. Spengo la luce: un filo di pensieri sconnessi si trasforma in visioni. Come ogni sera. Questa sera, però, alle immagini sfumate  si accompagna un profumo, denso e preciso. Un profumo d’infanzia, l’odore dello sciroppo di lamponi che Ania mi preparava, caldo come per gli sciatori, nelle serate d’inverno. Nel dormiveglia, sento anche un aroma di legna e fumo, un sapore rosso e molto dolce: come vorrei bere ancora quello sciroppo, e ascoltare di nuovo le nenie che la mia bambinaia cantava nella sua lingua leggermente aspra ed armoniosa, che nessuno oggi parla più!
Ma ecco, nella stanza chiusa risuona davvero un ritornello, malinconico e snervato: si ripete, si ripete, è un sussurro, intimo come solo le parole dell’amore possono essere. Intimo come il contatto del neonato con la madre, come la fusione di due amanti, come le confidenze di due gemelle.
La nota di tristezza si fa pungente, devo aprire gli occhi ed accendere la luce.
Per alcuni secondi, non riesco a mettere a fuoco una forma imprecisa sul mio comodino, un oggetto vagamente familiare, che non era lì prima: lo tocco, è morbido e cambia forma sotto le mie dita. La cantilena sta svanendo e io tengo tra le dita una braccialetto rosso corallo.
Le ultime note, meno tristi, hanno l’intonazione consolatoria di una ninna nanna.
Ora il silenzio invade la mia camera dei sonni, e io resto a guardare con stupore i due braccialetti, uno al mio polso e l’altro nella mano. Perfettamente eguali, nella forma, nel colore acceso, nel materiale cedevole: identici come due gemelli. Oppure, come due gemelle…
Dalla pulsazione profonda del silenzio, emerge un suono lontano: ancora la ninna nanna, ma non è più Ania a cantarla, è una chiara voce femminile molto simile alla mia…

 

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                                                L’isola di Eva              
 
La casa era piccola, squadrata in ruvida pietra d’Istria, senza intonaco: sembrava vivere in simbiosi con un grande olivo dal tronco contorto. Intorno, una fitta macchia mediterranea aveva invaso il terreno rossiccio, emanando un profumo selvatico che si mescolava ai refoli di vento salmastro. Perché il mare non era lontano: bastava uscire dalla porta dipinta di verde, scendere un breve, ripido sentiero, e si era già  lì, con i piedi sopra una piccola spiaggia di sassi. Poi, procedendo con attenzione per non pungersi con le sporgenze rocciose ed i ricci, si poteva entrare nell’acqua fredda e limpidissima.
Dall’interno sempre in penombra della casa, si sentiva in continuazione lo sciacquio delle onde, la voce del vento tra i cespugli: una compagnia discreta per Eva, un sottofondo per la sua solitudine. Ma anche una minaccia, quando il mare si faceva grosso all’improvviso e la bora si metteva ad urlare; specialmente in agosto. Nel buio notturno, c’era da aver paura.
Ma Eva non si preoccupava per così poco. Da tempo, coltivava una forma di indifferenza verso qualunque forma di minaccia verso la sua persona, quasi si sentisse invulnerabile. Era rimasta sola a vivere nell’isola, dopo la morte del marito; così, se il tetto scricchiolava nella tempesta, se i rifornimenti tardavano ad arrivare dalla terraferma e non c’era più quasi nulla nella dispensa, Eva pensava: “Beh, che cosa può succedermi di tanto terribile? Per male che vada, morirò anch’io.”
In questo modo, passavano i giorni e le notti; le nuvole portate dalla bora nera venivano spazzate dalla bora bianca,  e tornava il sereno.
 
Nelle luci ancora incerte dell’alba, Eva lasciava la casa e percorreva il sentiero, aspirando a pieni polmoni la libera aria del mare. Rimaneva a lungo con i piedi nell’acqua, e guardava le forme delle onde, sempre diverse, il movimento continuo, il trascolorare variegato della grande massa fluida.
E pensava. Anzi, riviveva i momenti della sua vita. Con gli anni, si erano un po’ smussati il dolore e il rimorso, ma rimanevano sempre nel fondo della sua anima, come una costante irrinunciabile, una vera e propria “forma mentis”. Aveva perso la voce e il corpo, il pensiero e la presenza viva di Adamo! La colpa era stata anche sua, che non aveva fatto abbastanza per trattenerlo in questa vita. Ma sentiva, ancora e sempre, le dolci frasi, le parole dispettose, spiritose, qualche volta arrabbiate o tristi, che Adamo le diceva tanti anni prima: continuavano a venire su dal mare, con il mormorio delle onde, sulla loro schiuma, e il vento, ancora e ancora, le sussurrava all’orecchio: “Ti amo, Eva…ti amo tanto…perché non mi aiuti, Eva? Sto male…”
Adamo era morto di un cancro alla pelle, contratto probabilmente nei lunghi periodi trascorsi al mare e sotto il sole; la malattia si era manifestata nei primi mesi del 1987, ed era giunta rapidamente al suo esito. Aveva voluto finire i suoi giorni nella casa di pietra; si era fatto portare lì, quando aveva capito che non aveva più molto tempo. E si era spento, quasi dolcemente, esattamente nel giorno del suo compleanno, il 10 agosto.
Come ogni anno, anche quella volta avevano festeggiato da soli, seduti sull’erba nella piccola baia; poi, Adamo si era addormentato sotto il grande ulivo.
 
Oggi, è il 10 agosto 2003. Eva è accoccolata sull’erba; a mezzogiorno, il caldo afoso è appena temperato da una brezza leggera. Il mare splende con i suoi mobili riflessi, increspato da piccole onde regolari: sembra lo sfondo della “Nascita di Venere” di Botticelli.
Come l’anno precedente, e quello prima, e tutti gli altri da quando ha conosciuto Adamo, la donna ha steso sull’erba una tovaglia dai colori allegri, e le stoviglie più belle, e cibo e vino per due. Al centro della tovaglia, sopra un grande piatto di porcellana a fiori, il loro dolce preferito, preparato con cura il mattino e già pronto per essere mangiato. Un sorriso impercettibile sfiora le sue labbra: come gli piaceva, quel dolce! È l’unica ricetta, che le sia sempre riuscita alla perfezione; e il rito di mangiare insieme il dolce di noci, tramandato di madre in figlia nella casa sull’isola, è tra i suoi ricordi più intensi.
Le mani di Eva si muovono come farfalle sulla tovaglia, porgendo a se stessa e al commensale invisibile i pezzetti di dolce. Al largo, sbandano bianche vele di turisti felici; qualcuna si avvicina, ma non troppo. E’ un tratto di mare famoso per le sue insidie, per le correnti irregolari e gli scogli nascosti.
 
Le ore passano, sull’isola; le onde cambiano colore, diventano di un blu intenso, le ombre si allungano, la luce declina. Eva è sempre seduta sull’erba: ha pianto un po’, ha sorriso da sola, ha letto un’altra volta, come se fosse la prima, le lettere del suo Adamo, si è allungata sul prato per sentire il calore dell’erba, dove lui era seduto tanti anni prima. Ed ha continuato a ricordare…
Il loro primo bacio, superficiale e fuggevole, scambiato come “penitenza” in un gioco da ragazzi. Dimenticato per anni, e ritornato miracolosamente alla memoria in un incontro, apparentemente casuale, avvenuto nel portico dell’università. Il secondo bacio, appassionato e profondo, in un vicolo di Padova. Si erano visti, annusati senza saperlo, e si erano subito appiccicati come calamite. E poi staccati di colpo, come se si vergognassero di un’intimità troppo forte, prematura. Ma non riuscivano a stare lontani, e molto presto avevano scoperto le loro affinità.
Eva ricorda…parlavano per ore. I compagni di studio li prendevano in giro, vedendoli sempre insieme. Non era possibile essere così romantici, nell’epoca dell’impegno politico e della contestazione!  Se ci ripensa, le viene quasi da ridere fra le lacrime.
Intanto, la notte scende sull’isola, dopo un tramonto rosso sangue, con rapidità mozzafiato. Ed è subito pura oscurità, senza mezze misure, anche perché la luna non si fa ancora vedere.
Questo è il momento più bello e più triste della giornata, perché, quando erano insieme, si stendevano sull’erba, per catturare con lo sguardo ogni singola stella cadente e formulare un desiderio. Questo era il rito di fine compleanno, prima di spogliarsi completamente per fare l’amore lì sull’erba: ogni anno avvinghiati, ogni anno con la stessa voglia di fondere il loro lato animale e insieme il profumo dell’anima.
La donna rabbrividisce, si alza e si avvicina all’ulivo. Abbracciandolo, ricorda il desiderio espresso quel giorno, in cui lui non si è svegliato più. Dopo un tempo lungo come un abisso, Eva ha guardato il cielo nero, strisciato da un bolide fiammeggiante.
Ha desiderato morire in quel momento stesso. Oppure, se non era possibile, un altro 10 agosto, guardando una stella.
 
L’estate del 1985 era stata forse la più felice, per loro due. Dopo un inverno freddo e duro, dopo gli impegni del lavoro e il grigiore in città, erano tornati lì ancora una volta, ed era scoppiato di nuovo l’idillio tra i loro corpi, e tra la loro coppia e l’atmosfera dell’isola. Vivevano nudi, si immergevano nell’acqua densa di sale e nuotavano a lungo, oppure oziavano galleggiando pigramente. Uscivano per fare lunghe passeggiate nell’isola solitaria, che si percorreva tutta in poco più di mezz’ora., ideando sempre nuovi giri nella vegetazione fitta e balsamica. Erano biscottati e salati, con la pelle scura come colore di fondo,  impolverata in superficie. Si graffiavano in mezzo ai cespugli, senza accorgersene neppure. Quando era troppo caldo, rimanevano nella penombra della casa, e riuscivano perfino a leggere: qualche libro giallo, qualche bestseller di moda, ma anche romanzi russi e francesi dell’Ottocento, sui quali discutere, poi, fino a notte tarda.
Avevano una barca per fare le provviste in terraferma, una volta alla settimana. Qualche volta, ci facevano anche l’amore, dentro, rischiando di perdersi nella deriva delle correnti.
Ma avevano sempre avuto una fortuna spudorata, fino a quel momento. Un angelo custode li aveva presi sotto la sua protezione. Un angelo crudele però: al colmo della felicità, l’anno dopo, li aveva precipitati giù, nel fondo. Per pura invidia.
 
Tutto tace, nell’isola, anche il vento, nel momento di pausa serale. Eva, rovesciata all’indietro, con la testa appoggiata sull’erba, si riempie gli occhi di cielo e di stelle. Adamo le ha fatto conoscere la forma ed il nome delle costellazioni, numerosissime sull’isola priva di inquinamento luminoso, e lei le ritrova, adesso, una ad una, a gruppi, aguzzando sempre più lo sguardo nel buio e nel silenzio, rotto appena da un suono di risacca leggero come un sospiro. Il Grande e il piccolo Carro, la Bilancia, Orione…oggi, come un velo luccicante drappeggiato in mezzo al cielo, si può vedere la Via Lattea.
Ma Eva è ancora più triste degli altri anni, perché, stranamente, neppure un meteorite taglia l’aria, con il suo bagliore improvviso…il senso acuto della sua solitudine torna a possederla con forza inconsueta. Non serve a nulla ricordare le parole di Adamo, dette tanti anni fa e sempre presenti nella sua mente:”Ricordati, ciò che è stato esisterà per sempre. Abbiamo avuto tanto dalla vita, non dobbiamo lamentarci ma continuare a custodire dentro di noi i ricordi!”
“E’ quello che farò per sempre!” Era stata la sua risposta. Un proposito eroico da mantenere, attraverso gli anni! Ma non impossibile nell’isola, a contatto con la natura, sempre diversa ma immutabile.
Facile spesso, sì, ma non in questo momento: se almeno ci fosse una stella cadente! Eva si accontenterebbe di una, una sola: sarebbe la risposta di Adamo ai suoi silenziosi richiami.
Il vento di mare si è levato, ma non è forte, e la donna pensa di rivivere un’altra loro abitudine speciale: il bagno di mezzanotte. Si toglie tutti gli indumenti, e, toccando cautamente il terreno sassoso con i piedi nudi, si avvicina all’acqua, poi la tocca. La luna è sorta facendo impallidire le stelle, ma il mare è uno splendore, adesso, con la lunga striscia illuminata che sembra una strada verso l’orizzonte. Presa dalla magia del momento, Eva non ha freddo, la sua pelle avverte appena la temperatura del liquido nero in cui si sta immergendo lentamente. Continua ad avanzare, con lo sguardo fisso verso la luna.
Bruscamente, il terreno le manca sotto i piedi: allora, la donna stende le mani davanti a sé per nuotare e …miracolo! Le sue dita diventano d’argento, poi tutte le braccia vengono circondate da scie di piccole stelle che luccicano, abbracciandola da ogni lato…no, non è più sola! Eva si muove come una sirena, sostenuta dall’acqua che rinnova ad ogni bracciata il suo affascinante sfolgorio… il cuore le batte forte per una felicità incommensurabile, sconosciuta…e nuota, quasi vola verso la luna…nuota sempre più avanti, sempre più lontano dalla riva…sempre più lontano…
 
 
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                 “Nane e Lara”
 
 
“S. Alvise! attenti al passo!”