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Antonio  Fulvio Fapanni  Gino Rodi


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
Rinoderienzo scrive:
 
Nebbia
 
Caligine d'autunno
t'adagi
soffice
sulla vallata del Calore
e la città si sbianca
inerte
all'alba
indecisa al risveglio
senza sole
tra l'intrico
di antichi vicoli
silenti
di contrade e di strade
deserte e abbandonate
che un tempo percorremmo
scalzi
inseguiti
dall'allegro abbaiare
di giovani cani
confusi nella nebbia
evanescenti spettri del passato
rilucenti fantasime dell'antica Rocca merlata
regno
dell'Aquila Sveva
involata
svanita
oltre le torri
i lamenti dei morenti
nell'ultima battaglia
di Manfredi.
 
 
Nostalghia
 
La vita che vivemmo
lungo stretti sentieri
solitari
tra campagne fluenti,
forre e burroncelli
dove le nostre nudità
d'adolescenti
portavamo nel sole
correndo in fila indiana
sulla proda del fiume,
nel mistero squamoso
delle canne
e nel cuore
il richiamo,
al vespro,
delle mamme.
 
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Tre romantiche poesie di Antonio:
 
Senza titolo
 
Ora so che il tuo sorriso alla vita
Cambiò all’improvviso
come se guardandomi un giorno
con gli occhi dell’angoscia
avessi capito
il costo del mio destino
che era anche il tuo di quell’istante
che il mondo intorno intonava un canto feroce.
Tu eri con me
e solo ora che tutto si perde nei fiori
che qualcuno ti ha portato,
e nella pace delle parole senza tempo,
forse ho capito
e posso dirti grazie ...
mamma

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Io ci sarò
Con gli occhi cerchiati di un nero dolcissimo,
anima zingara sospesa in un eterno fiorire
sull’orlo della tua predestinazione.
Dio preparò per te giardini incantati
fra indignazione e rinascita .
Sarò quello che resta,
nel traffico o all’uscita dalla messa,
ammirerò ogni sospiro
dar valore alla tua pelle bruciata
dai mille fuochi della miseria e
alla fine troveremo nuova luce
e spiragli residui di pane e miele
come indistinguibile giustizia,
ora e sempre resa,
alla tua grande forza,
alla tua immensa fragilità.

 

        

        

Fanciullezza
 
 
Era cosi poco tempo da quei giorni,
a pensarci ora,
avrei potuto voltarmi e amare
dedicando un sospiro
o un canto di dolore.
E mi resta il ricordo
perché sono perso
da qualche parte
lungo la via del mare,
dove m’attende un prato selvaggio
con i fiori dei serpenti,
e cauto m’assopisco
e continuo il mio viaggio.
 

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         Giovanna Adelizzi, con passione e fantasia:

LAZZARO
 
Alzati e vai via, Lazzaro.
Ti ho guarito
con l’attesa e la pazienza.
Ho ripulito i tuoi occhi visionari
cha avevano toccato il fondo.
Dormiamo ancora insieme
e ridiamo dei nostri beffardi errori.
Siamo burattini
nelle grinfie dell’incoerenza
e non conosco
la matematica dell’Amore
ma opero sotto braccio
con il dolore che bussa alla porta
di chi imbocca la via della perfezione.
Io sono un assassino
senza coltelli
che uccide i passanti che volano alto
con le piume rubate agli uccelli
con i nidi nei cipressi.
Inganno che il tempo scopre.
E il freddo arriva ai tuoi piedi
stupido uomo che ti copri
con le coperte dei neonati
che ancora piangono
al ricordo del travaglio.
 
 
MATERNA CONTRADDIZIONE
 
Propizi di luna nascente
sono riflessi negli occhi
della futura madre.
Genitrice attenta e nervosa
che porta nel ventre
la metafora della primavera.
Il sole riscalda
il suo abbandono
quando ripensa
alla materna contraddizione.
Di cosa ti sei cibata?
Di desiderio materno
o di grappoli liquorosi
rubati alla morale comune?
Al grido del travaglio
l’angelo dell’annunciazione
aspetta il sì alla vita
mentre nasconde sotto
le sue vergini piume
una traboccante culla
di frutti proibiti.

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 ed ecco due poesie dalla raccolta "I pendii dell'inferno"

di Fulvio Fapanni:

Oasi

Rare oasi
ricamano il deserto,
alcune le trovi
dopo esserti smarrito,
altre sono nascoste
e per incontrarle devi cercarle
scavando senza tregua.

Rare oasi
appaiono quando
le speranze
si sono dileguate
prendendo l’ultimo treno.

Appaiono
da occhi mai scorti prima
o nel buio silenzioso
di una notte senza pensieri.

Hanno il verde dominante
di un fruscio di immagini
rubate dal finestrino
di un treno in corsa.

Seduto nell’immobile apparenza
osservi il destino
recarti a nuove destinazioni
sebbene le stazioni e le città
sembrino tutte uguali
sono uniche e cangianti
come le lucenti acque
di un fiume eterno.

***

02 - 08 - 2004

Tempo

Dimmi come lo cavalchi?
Se l’hai  domato
e lo tieni per le briglie
non sarà l’ozio a fartelo sprecare
e nessun progetto te ne darà
l’uso migliore.

Il tempo
ti contiene senza afferrarti
si srotola ai tuoi piedi
fino a che non smetti
di essergli servo.

Eterno filo d’oro
cuci invisibile
le nuove dimore
e solo all’alba
ti concedi respiro,
sei tu la chiave
che ha posto fine
al suo dominio.

Un flusso senza fine
reca l’impronta
di un’era nuova.
Ritto lo sguardo
sciolti i dubbi
e svanite le paure,
la terra attende
la tua vera voce.


***

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Alcune poesie di Gino Rodi:

 

Prima del riposo

 

 Voci d’ombre danzano

sulle musiche insonore dei dubbi

rincorrendo echi smarriti

per generare frammenti di sogni.

Se dall’ignoto io nacqui

fu perché era già scritta la storia

che doveva fluire in altre storie.

Il destino mi concesse

lo spazio del tempo

sulle ali della luce - vita

per offrirmi ai venti, all’acqua delle fonti

perché anch’io potessi essere

parte dell’evento.

Ed ora, nel volto disegnato dei giorni

io, essere tra gli esseri

cammino nello spirito sospeso del pensiero

conscio d’un perché segnato

forse solo un po’ ribelle

cerco

nel mio andare di viandante

una tregua all’inquietudine

prima del riposo.

 

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Padre

 

 

Il vento gelava le tue membra

negli inverni lunghi di attese,

con i passeri che cercavano rifugio

nella legnaia o nel fienile.

I rami nudi dei pioppi erano croci

protese nel vuoto dell’infinito,

erano braccia che dipanavano, sul proscenio del cielo,

la tua paura di contadino e di padre.

Nella giovinezza dei figli

dimenticavi la povertà del desco

nei tuoi domani c’erano nuovi credi,

nuovi sogni e messi dorate

nella vastità dei campi.

Giugno arrivava pazzo di sole

e il tuo volto si ricopriva di sudore,

il duro lavoro spezzava la tua schiena,

ma rideva il tuo cuore,

contando i sacchi di grano

caduti sotto la falce e portati dal mugnaio.

Anima semplice, senza capricci,

d’un tempo che camminava scalzo

o con vecchie scarpe bucate,

aquilone legato alla mano dei silenzi

e alle speranze di rossi tramonti.

Fra i boschi, sui prati, sul volto della luna,

sul profilo furtivo d’un mio sogno,

t’incontro, padre,

e su questi miei giorni che cavalcano

la strada del progresso e dei lustrini,

sono schiocchi di frusta i ricordi.

E’ ormai troppo tardi per capire

quella tua cicatrice di sorriso,

quando mi sentivo incompreso

per i miei desideri infantili respinti.

E intanto la rabbia della povertà

martellava il tuo cuore

come mannaia sul ceppo di legno

nei mesi gelati dell’inverno.

 

 

 

 

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Non voglio sapere

 

Il vento non vede il silenzio

dove si rincorrono i sentimenti.

Appoggiato a una finestra dell’anima,

m’accorgo

che il cuore è un bambino che sogna.

Finiti i platani, c’è la stazione dei treni

e là in fondo al viale c’è un bar

dove la luce del sole arriva con fatica.

L’aroma del caffè si sente anche da fuori.

L’uomo appoggiato al vetro appannato

ha gli occhi rossi e una valigia in mano.

La valigia è dipinta come l’arcobaleno.

L’orologio vicino ai binari

segna un’ora che non si vede,

e quando passano i treni merce,

la lampadina gialla a penzoloni trema.

Ancora non so capire

se sono nel sogno o nella realtà,

ma l’uomo con la valigia in mano ha

la faccia da straniero,

la faccia da emigrante,

la faccia da soldato,

la faccia di chi lascia la sua casa,

di chi ha capito la verità,

la faccia di...

Non voglio svegliarmi e trovarmi per strada,

non voglio sapere se quell’uomo è un angelo

o sono io, vestito di destino, che aspetto il mio treno.

 

 

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La mia ballerina

 

 

La vita ha mani sconosciute

l’innocuo incontro è vento di mondo

ed i silenzi hanno parole impossibili

per sentieri senza mete.

La musica ti accarezza il cuore

ed io ti guardo, mentre tu

come gabbiano abbracci l’infinito.

Arcobaleni di sorrisi

ti vestono di luce

e come giunco nel vento

si piega il tuo corpo,

gli occhi perduti nel vortice

hanno frammenti di fulgida felicità.

Suona musica...non farla fermare

sulle tue note...lasciala volare,

fa che i miei occhi

la ricordino così:

farfalla di primavera,   

sorriso di una notte di stelle,

aurora che desta il mattino

un calice di sogni

bevuto nel silenzio dell’anima.

Balla ballerina...

balla...non ti fermare.

 

 

“Scelta e recitata

in occasione d’una rappresentazione

internazionale di danza classica„

 

 

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Ma l’amore rimane

 

Sullo sfondo di foglie argentate

tuffate oltre l’arco dello sguardo

mani di pastello ancora graffiano

dove il sogno pur trattenuto con forza

si dilegua nello stupore dell’aurora.

Ricordo la fragranza del concavo abbraccio

e la luce incerta che precedeva l’ansante respiro,

partendo lentamente dal fruscio del cuore

si tramutava in gocce di stelle e di luna

con il fragore delicato delle note musicali

che solo l’amore ne conosce le celesti corde.

Non so se parlare di noi mi ferisco l’anima

o mi serve a lenire il pensiero che mi acceca

so che a volte vorrei gettare l’idea al passato    

e là dimenticarne le tracce                 

ma un uomo deve saper guardare il silenzio

anche quando lo sguardo si fa pugnale

ed il miraggio rimane con ali di bambino

nel sogno che  vorrebbe rimanere.

Questa notte mi sono addormentato

guardando una luna di passaggio,

sentii una carezza nel cuore

come se un Angelo mi accompagnasse muto

mentre percorrevo il sogno – sentiero delle emozioni

poi ho pensato che i sentimenti non si spezzano

che il cuore vede anche con il velo negli occhi.

Sospinto dal tempo ho perduto ogni credo

seppure con la forza dell’ingenuo ho nascosto

tra le fauci dell’indifferenza la mia dignità.

 

 

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Antonio Sangervasio mi ha inviato queste poesie:

 

Beatrice liberata
 
 
Bea, che sai sognare ad occhi aperti,
ascolta la voce della terra.
Ascolta,
suona per te.
Non sarai piu' sola,ne avvinta.
La mia presenza è essenza di speranza
e ancor potrai cantare.
Sei libera di stare a piedi scalzi,
immobilizzata solo dai fiori.
Crea canta e sogna ancora,
disperdo le nubi con le mani
e dono alla tua anima,
un cielo assortito di colori.
 
Nelle cose il tempo
 
La ruggine colante dalle scale di un giardino,
mi dipinge il tempo che è passato.
Cola,
sui gradini di bambino e un fiore sfiora.
Tinge la natura di oggi e d'allora
e luce rifletteva i suoi colori al sole
e le campane,
stanche di suonare,
raccolgono la cenere sospesa.
La luce assopisce solamente
e al quieto lago sogno il mare.
Il tempo
ricomincia
e l'ancora di ogni sogno,sogno ancora.
 
 
 
 
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Delirium 1, 2, 3 e 4 di Antonio Sangervasio:
 
 
delirium 1
 
Spero nuove teologie,
nuove vite in nuovi mondi.
Nebbie quasi trasparenti.
Visi in volto assai eloquenti,
stampi in faccia fibrillanti.
Freddo battere di denti,
cuore a cuore, spalla a spalla,
dentro oceani profondi.
Fiori rose dentro ai venti,
buffe beffe situazioni.
Aerei in porti
e in stazioni.
Pioggia in testa
cloroformio.
Sentimenti
in saldi
a quattro soldi.
Orgie avvolte dai cappelli
e danze danze danze per i commensali.
Spero nuove ipocrisie
nuovi eredi nei valori
nelle lotte degli uguali.
Danze ancora a mezzaluna
schizza ai pozzi sottostanti
nel ritorno della luce.
Scindo funghi e verdi spruzzi
Spero armonie dei sensi
dentro a laghi nei palazzi.
Neve a sprazzi
sulla schiena
col sarcasmo della iena.
Spero retto l'equilibrio
dietro al sisma sensazione,
monolite di persone
che ricercan
amor sublime
 
Delirium 2
 
Inseguo inibizioni
in nenie ricorrenti
sospiri di diamanti
dimenano a morir.
Fuoco e denti stretti
nei battiti primordiali
s'innalzano ai palazzi
ruggiti di maiali.
Non odo piu' la pioggia
cantar dei tempi andati
ruscelli navigati
da anitre in corteccia.
Fai breccia nel mio cuore
olezzo inascoltato,
signore del creato
vibrante nel rumore.
Infine ancora sera
e vento assai fluente
scompiglia la criniera,
stravolge la mia mente.
 
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delirium 3
 
Orde,
capelli soffiati,
stati di materia,
un giorno,
avviene.
Coltri,apogei,
risse di venti.
Dimentica,
ascolta la sera.
Roditori nei palazzi vuoti,
cantilene e pollini,
il domani e mani e mani.
Catapulte di parole,
ardenti,
evita,gambe a fuggire,
incontri incontri,
tu ami me nel covo dei serpenti,
niente da me,
nelle circospezioni della luce,
un tempo che fummo.

 

delirium 4
 
Dieci venti mi accompagnano,
pungenti lacrime di agosto,
affido la farsa della mia canzone,
fuggita dal vaso ,
come idee contorte che vengono in mente.
E’ vero,
il mattino è d’oro,
una maglia di catena,
ma sono in delirio adesso
e non posso
dimenticare
che hai fuso il volo dei
pensieri miei con le ali.
 
 
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